“L’Italia è una Repubblica (af)fondata sul lavoro”


sala_costituzione_05Allo stato dei fatti, possiamo affermare la veridicità dell’articolo 1 della Costituzione? Possiamo dire che “l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro” senza essere sfiorati dal dubbio che stiamo mentendo?

La questione non è oziosa, e non deve essere liquidata con superficialità. La chiave per una corretta interpretazione dell’articolo è fornita dall’attributo “fondata”: come fa notare il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky (“Fondata sul lavoro”, Einaudi, 2013) ciò che fonda qualcosa è ciò che sta alla base, il principio costitutivo; ne consegue che il resto proviene da questo fondamento e non il contrario. Stando dunque alla nostra Costituzione è dal lavoro che deve dipendere il resto: le politiche, l’impostazione economica e via dicendo.

Ma questo è falso, nella misura in cui noi siamo testimoni di un rovesciamento del processo: scrive Zagrebelsky che “dall’economia dipendono le politiche economiche, da queste i diritti e i doveri del lavoro”. Questo dipendere si esplicita nel senso di un forte condizionamento, che trasforma il lavoro da fattore “principale” a “conseguenziale”. È qui che vediamo infrangersi la correttezza dell’affermazione dell’articolo 1, ed è sempre da qui che scaturiscono le problematiche riguardanti la retribuzione, la distribuzione, l’occupazione.

L’articolo 36 della Costituzione recita: “Il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. La sua chiarezza, la sua determinatezza e la sua distanza dalla situazione reale non hanno bisogno di commenti.

Il libro di Zagrebelsky analizza il percorso del lavoro da strumento storicamente legato all’esclusione a strumento imprescindibile di inclusione sociale. Oggi, tuttavia, tale processo sta conoscendo un ulteriore rovesciamento: oltre al già citato spostamento in posizione subordinata, assistiamo alla trasformazione dell’economia reale in economia fittizia, ovvero finanziaria. I due tipi di economia sono antitetici sia nella definizione sia nelle dinamiche e nei loro effetti: se quella reale crea lavoro e stabilità sociale, l’altra produce forte instabilità e “divora” l’economia reale.

In quale direzione muoversi per trovare una soluzione? L’autore esamina il tema dei tanto dibattuti piani di lavoro, insistendo sulla necessità di tornare a una economia reale: “La parola d’ordine è crescita. Per aversi crescita occorre stimolare i consumi, affinché i consumi, a loro volta, diano la spinta alla produzione e, dalla produzione, nasca lavoro cioè reddito che, a sua volta, alimenta i consumi: una ruota che deve girare”.

Parole chiare, quasi scontate, che fanno pensare come non ci si debba aspettare la soluzione da chissà quale geniale manovra economica, quanto piuttosto da un’inversione di mentalità: il problema, a nostro avviso, non è prettamente economico, ma culturale.

È questo il motivo per cui, anche a proposito di lavoro, si parla di “rivoluzione culturale”, e per cui assistiamo a una proliferazione di scritti e di interventi sull’argomento da parte di personalità provenienti non solo dall’economia, ma anche dalle discipline umanistiche, che esortano disperatamente a una presa di coscienza orientata da una tradizione culturale – umanistica, cristiana e laica – ormai pressoché dimenticata. Speriamo che queste sollecitazioni, che si aggiungono a quelle dei tanti disoccupati e dei lavoratori in difficoltà, vengano finalmente raccolte e considerate.

Marco Cecchini

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