I politici e l’arte dello strafalcione


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In un articolo del Corriere della sera (3 settembre 2012), Paolo di Stefano scriveva che “La politica italiana è diventata una specie di bolgia infernale dell’improperio. Ma il mestiere dei politici non è il teatro popolare: la capacità di argomentare con pensieri lucidi veicolati da frasi sintatticamente evolute è una parte essenziale del loro dovere pubblico”. Il linguista Luca Serianni, nella prefazione al suo libro “Leggere, scrivere, argomentare” edito da Laterza, riprende le parole di Di Stefano, affermando che quanto detto vale sia per lo scritto (includendo anche quello sulla rete: facebook, twitter eccetera) sia per il parlato, e non solo per i politici, ma anche per altre figure professionali, dai magistrati agli insegnanti, ai medici, agli economisti e via dicendo.

Il succo del discorso è che chi rappresenta l’Italia nella propria professione dovrebbe fungere da modello. In una Nazione civile ciò dovrebbe costituire una consuetudine scontata, a maggior ragione, ovviamente, per la classe politica. Assuefatti ai fasti dell’imperatore Papi e dei suoi accoliti, non ci aspettiamo più (considerazione amara ma realistica) che i nostri rappresentanti sfoggino una condotta e uno stile di vita esemplari. Nella nostra consumata indulgenza, non ci aspettiamo neanche che abbiano lo scrupolo di esprimersi in un italiano raffinato, così da offrire un modello di eloquenza a cui i cittadini potrebbero rifarsi.

Ma sperare che almeno parlino correttamente la loro lingua madre è chiedere troppo?

Dobbiamo ammettere che da Monti in poi, continuando con l’italiano sobrio e ricercato di Letta, i livelli in alcuni casi si sono fortunatamente alzati; tuttavia, la strada è ancora lunga, come dimostra l’ultima pubblicazione di Valeria Della Valle e Giuseppe Patota “Piuttosto che, le cose da non dire, gli errori da non fare”, edito da Sperling & Kupfer, un volume agile ma molto interessante perché racchiude un folto campionario di errori tratti dalla carta stampata, da internet e da radio e televisione di personaggi noti della scena italiana.

D’accordo, viviamo nel tempo delle disillusioni, quindi non gridiamo allo scandalo se leggiamo un tweet di Flavio Briatore che recita: “Se i soldi non c’è l’hanno non li spendono”. Anche se, riflettendoci un attimo, nel suo campo Briatore ci rappresenta in tutto il mondo, così come Lapo Elkann, che facendo sfoggio di vigore italico, ha affermato: “I giocatori mettino i coglioni sul tavolo”. Sì, ben detto. Nella sostanza, magari anche nella forma non sarebbe stato male…

Va bene ma quelli sono manager, economisti, i loro compiti sono ben altri, l’errore linguistico è un’inezia e farlo notare è una pedanteria. Quanto siamo lontani dai tempi del manager Adriano Olivetti, dello statista Luigi Einaudi, del chimico Primo Levi.

E i politici? A Di Pietro, carattere genuino e ruspante, si possono perdonare frasi del tipo: “Sto costruendo una formazione politica che voglio arrivare al cinquantuno per cento”… Da parte di Scilipoti, un’affermazione come “In questa sala che lei mi ha invitato” è niente rispetto a tutto il resto. Allora possiamo andare avanti, e sorvolare sui “Votevamo” di La Russa e sull’antipatia di Casini nei confronti del congiuntivo: “Vadano avanti, lavorino, concorrino al clima di pacificazione”.

Se Zingaretti esordisce con un “A me hanno imparato che…”, perché la Santanchè non dovrebbe scrivere su twitter “E se riuscisse ‘Il Giornale’ ha fare ciò che noi non siamo riusciti in 20 anni?” o parlare di “titoli e bond grechi”?

Volete un altro paio di esempi? Michaela Biancofiore in una lettera a Tremonti: “senza sentire n’è i dirigenti del Pdl n’è verificare la sensibilità dei nostri elettori”. Vi è piaciuta? Inseriamo di straforo anche un tweet della Minetti, perché non vogliamo fare torto a nessuno: “Madrelingue tutte omologate e dicono tutti la stessa cosa” (a parte il fatto che il plurale di “madrelingua” è “madrilingue”, voleva dire “malelingue”).

A volte l’errore può essere indicativo del pensiero di una persona: in questo modo ci rendiamo conto dell’opinione di Berlusconi nei confronti del gentil sesso dai suoi continui “avvocatessa”, “giudichessa”, ormai utilizzati per sminuire il ruolo e la professionalità delle donne a cui si riferiscono.

Possiamo passare sopra ai “si stanno liquefando” di Grillo rivolti ai suoi antagonisti politici, perché in fondo lui è un comico, ma – permettetemi un moto di stizza – allora dovremmo accettare che la Gelmini dica “bisogna consentire in tutti i carceri minorili la possibilità di frequentare la scuola”, o “sotto l’egìda del governo Prodi”? Capisco che a uno studente o a un uomo di cultura media possa sfuggire che il plurale di “carcere” vada declinato al femminile, o che la corretta pronuncia sia “ègida”, ma da una ex ministra dell’Istruzione è una cosa accettabile?

Michela Vittoria Brambilla, altra ex ministra, se ne è uscita con uno splendido “Mi facci concludere”, mentre l’assessore alla Cultura del Comune di Milano Stefano Boeri ha scritto su facebook “un’ente locale – ripeto, un’ente locale che…” Francesco D’Onofrio, già ministro della Pubblica istruzione, mostra anch’egli la sua insofferenza nei riguardi del tanto bistrattato congiuntivo dicendo: “Vorrei che ne parliamo”.

È possibile che a qualche lettore alcune espressioni siano sembrate semplici imperfezioni, ma tutti quelli riportati sono errori. La nostra condiscendenza deriva dal fatto che ormai siamo abituati ad ascoltarli – una doppia responsabilità in chi li sfoggia.

Lasciamo i nostri lettori con una domanda, prendetela se volete come un sondaggio: può una persona con una conoscenza della lingua italiana così limitata, che di conseguenza dimostra una preparazione culturale mediocre, scadente, rappresentare l’Italia, i cittadini e le Istituzioni? La mia risposta la conoscete già, così come la convinzione che la medicina per un’Italia ridotta in questo stato sia sempre la solita: cultura.

Marco Cecchini

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