Quanto ci costa la Sicilia a statuto speciale


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“Benvenuti in Sicilia, Treccani dello spreco”: così Pierfrancesco De Robertis introduce la situazione della Regione Siciliana nel suo libro “La casta a statuto speciale”, dedicato all’analisi e alla denuncia dei privilegi di cui godono quei dieci milioni di cittadini che abitano nelle cinque regioni dotate di autonomia particolare. Privilegi – sottolinea De Robertis – dovuti a specialità che nacquero all’incirca sessant’anni fa, per ragioni allora valide ma che oggi non sussistono più.

Cure dentistiche rimborsate, pannolini pagati, pressione fiscale più bassa, stipendi dei dipendenti pubblici mediamente più alti, sovvenzioni pubbliche per le aziende vicine “ai limiti europei che vietano aiuti di Stato”. Benefici che in parte – e a conti fatti si tratta di una parte non piccola – ricadono su tutti gli italiani, in forma di tasse o di soldi che non rientrano. Ovvio che se queste agevolazioni fossero per tutti, l’Italia sarebbe un paradiso. Purtroppo nella realtà, se tutti godessero di questi privilegi, il nostro Paese collasserebbe in un paio di settimane.

Alcuni esempi: partiamo dalle uscite. La Sicilia trattiene il totale dell’Irpef versato, la Valle d’Aosta e il Trentino nove decimi, la Sardegna sette decimi e il Friuli sei. Parliamo di centinaia di milioni di euro. Se consideriamo le entrate, in particolare quelle pro-capite, andiamo dai 10.500 euro della Valle d’Aosta “alla «povera» Sicilia con «soli» 3.730”, mentre la media delle regioni ordinarie è di circa 2.500 euro. Riguardo alla questione delle ‘competenze’, i numeri crescono in maniera esponenziale, e la ragione è che più ce ne sono, maggiore è la richiesta di fondi. Il risultato è uno Stato sociale avanzatissimo al Nord e una situazione di sperpero estremo al Sud: mentre “la maggiore quantità di soldi proveniente dalla fiscalità «speciale» al Nord viene investita o serve a pagare i superservizi”, in Sicilia viene utilizzata “per mantenere un carrozzone ormai fallito”.

Il libro contribuisce ad avvalorare la proposta fatta da Marco Vitale sulle pagine del Quotidiano di Sicilia di intervenire sugli statuti speciali delle regioni, in particolare di quella siciliana che, a detta dello stesso De Robertis, costituisce “un caso a sé stante”. E non a torto: se al Nord la specialità delle regioni offre almeno un ritorno ai cittadini in termini di benessere e di servizi, in Sicilia, come evidenziato da Vitale, l’autonomia serve solo per mantenere privilegi e rendite di posizione e per “rubare a man bassa”. Le iniziative legislative volte in questa direzione – l’ultima è il disegno di legge s574 presentato in Senato da Zanettin e altri nell’aprile 2014 per la ‘soppressione delle regioni a statuto speciale e delle province autonome’ – rimangono lettera morta: come chiosa De Robertis, a chi conviene “andare contro gli interessi di dieci milioni di elettori”?

Entriamo nello specifico della situazione siciliana. Sarebbe impossibile riassumerne in questa sede tutte le anomalie, sia per ragioni di spazio sia perché in effetti un resoconto completo dei dati non esiste: nelle “Relazioni sullo stato finanziario delle Regioni” della Corte dei conti la maggior parte delle caselle riguardanti la Sicilia sono lasciate in bianco, e il motivo è che «La Regione Sicilia non assolve all’obbligo di rilevazione per cui la presente analisi risulta carente dei dati relativi». Ma non c’era una sanzione prevista per le regioni inadempienti? Sì, c’era – appunto – ma, come puntualizza la Corte, è stata abrogata.

Non parliamo dell’uccelliera di Palazzo d’Orleans, che fino a poco tempo fa riceveva mezzo milione di euro l’anno per mantenere 800 volatili – Crocetta ha abrogato la legge. Non parliamo del “Centro di incremento ippico” che a conti fatti riceve un assegno di oltre 2 milioni di euro l’anno. Forse però possiamo alludere alla “legge mancia”, mediante cui la Regione elargisce una serie di contributi a enti, associazioni, fondazioni – 25 milioni di euro in totale –, contributi “ideali per mantenere il consenso e nel caso procacciarsene di nuovo”. Di natura simile la legge del 2012 varata da Lombardo, il «Programma assistenziale a favore del personale dell’amministrazione regionale in servizio o in quiescenza, dei loro familiari a carico, nonché dei titolari di pensioni indirette o di reversibilità o di assegni vitalizi obbligatori o di assegni integrativi», destinato a circa 100.000 persone che usufruiscono di sussidi per nascite, spese per funerali, borse di studio e vacanze dei figli, attività organizzate dalle associazioni dei dipendenti.

A proposito di dipendenti. La Sicilia ne ha tanti quanti tutte le altre regioni a statuto speciale messe assieme, e nel 2011 sono costati 1,27 miliardi di euro. Nello stesso anno, e per la stessa causa, la Lombardia ha speso 171,5 milioni: l’amministrazione ai lombardi è costata 13 euro a testa, ai siciliani 204. Poi c’è il “Fondo unico per il precariato”: 300 milioni con cui la regione “finisce per retribuire un esercito di 27.000 precari, che si vanno ad aggiungere ai circa 20.000 dipendenti «stabili»”. Aggiungiamo i quasi 30.000 «forestali siciliani», dipendenti quasi tutti precari dell’assessorato dell’Agricoltura della regione o l’assessorato al Territorio: situazione quantomeno paradossale, considerando che per esempio il Piemonte – che non è certo secondo alla Sicilia per territorio boscoso, anzi – ne ha in tutto 400.

L’elenco dei paradossi potrebbe continuare con i centinaia di migliaia di euro spesi per stipendiare i numerosi custodi di musei che con la vendita dei biglietti ne incassano solo qualche centinaio. O con i dati sconcertanti sull’assenteismo, che raggiunge il suo picco nei mesi estivi, anche se, grazie allo statuto speciale, in molti casi “i regionali siciliani godono di una serie di privilegi contrattuali che nel resto della Penisola non esistono”, tra cui un numero maggiore di giorni di assenza retribuiti. Non è solo una questione di attaccamento al lavoro, ma di perdita economica: “moltiplicando per il numero di assenze del 2012 si arriva a un danno di circa 20 milioni di euro”.

Tutte spese che gravano sulle casse della Regione che, in base ai dati della Corte dei conti, risulta ormai “tecnicamente fallita”. Anche perché – ultimo ‘mistero’ della serie – dei contributi che ci si aspetterebbe vedere versati dalla mole sconsiderata di dipendenti non si conosce traccia: parliamo di nove miliardi di deficit l’anno, all’incirca quanto quello del Centro Italia. Coperto per due terzi dalle tasse di tutti i cittadini italiani.

Una situazione del genere non permette neanche l’investimento da parte di aziende che potrebbero apportare all’economia siciliana una boccata di ossigeno: è il caso della Shell che ha ritirato un progetto da 400 milioni di euro per più di 2000 assunzioni. Le responsabilità, a detta dei sindacati, sono da attribuire alle “non-scelte del governo Lombardo e i silenzi della politica locale”.

Come risulta in maniera evidente dai dati raccolti da De Robertis, si tratta di problemi non di carattere locale ma di rilevanza nazionale che vanno affrontati. Auspichiamo quindi che il Governo decida di intervenire, per una volta, mettendo in primo piano l’interesse del Paese anziché il proprio tornaconto elettorale. Considerazione che in termini democratici dovrebbe essere superflua ma che è ormai diventata una sorta di ingenua utopia.

Marco Cecchini

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