Luigi Sturzo: contro la mafia, per la liberazione del popolo siciliano


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Non poteva mancare, tra le voci del Lessico sturziano di recente pubblicazione, una sezione dedicata alla mafia. Tema fondamentale, a cui ultimamente si è dato spazio anche in ambito istituzionale: dopo la giornata del ricordo delle vittime di mafia, che ha visto la partecipazione di numerosi rappresentanti pubblici, c’è stata l’approvazione della legge sullo scambio politico-mafioso e la declassificazione dei documenti sulle stragi. Curata dal magistrato Gaspare Sturzo – pronipote di don Luigi – che ha rivestito per parecchi anni incarichi riguardanti la lotta al crimine organizzato, la voce del Lessico illustra i momenti salienti della battaglia del sacerdote calatino contro la mafia. Battaglia condotta con diversi metodi, dalla formulazione teorica e all’azione pratica: come amministratore pubblico, durante gli anni in cui è stato consigliere comunale e pro-sindaco di Caltagirone; come sociologo, analizzando le dinamiche del malaffare e le sue connessioni con il potere allo scopo di risvegliare la coscienza popolare alla libertà; come giornalista, come politico e come senatore a vita nell’affermazione dei principi della morale cristiana e nella denuncia di una mala gestione dei poteri pubblici volta a minare le istituzioni democratiche.

Già nell’articolo Mafia del 21 gennaio 1900 apparso su La Croce di Costantino, in cui vengono denunciate senza mezzi termini le nefandezze dietro l’omicidio del presidente del Banco di Sicilia, Emanuele Notarbartolo, Sturzo descrive un potere “che stringe nei suoi tentacoli giustizia, polizia, amministrazione, politica” e che “ha i piedi in Sicilia ma afferra anche Roma, penetra nei gabinetti ministeriali, nei corridoi di Montecitorio viola segreti, sottrae documenti, costringe uomini, creduti fior d’onestà, ad atti disonoranti e violenti”.

Dalle considerazioni di quel periodo del sacerdote calatino, emerge il dato fondamentale che la popolazione, mediante la minaccia e la coercizione che ne limitano la libertà, viene completamente privato del suo ruolo nel contesto democratico. Da qui l’intuizione di “riportare il popolo al centro della vita politica”, per usare le parole di Gaspare Sturzo. Questo progetto prevedeva il coinvolgimento dei cattolici, chiamati a un’assunzione di responsabilità per affermare i principi della morale cristiana nella cosa pubblica, in un momento non certo dei più facili, con il non expedit ancora in atto (è stato abrogato nel 1919).

Per smuovere le coscienze, Luigi Sturzo decide di intraprendere un’azione che oggi verrebbe chiamata ‘mediatica’: mette in scena un suo spettacolo intitolato La mafia, che viene rappresentato il 25 febbraio del 1900 nel teatro Silvio Pellico di Caltagirone, fondato dallo stesso sacerdote. Il dramma, in cui si intrecciano mala amministrazione pubblica, corruzione politica e mafia, si conclude con la morte del cavaliere Ambrosetti che si era opposto al dominio mafioso anche dopo le numerose minacce e il rapimento del figlio. Come commenta Gaspare Sturzo, “il dolore di Ambrosetti è quello di un uomo giusto, lasciato solo dallo Stato e abbandonato dalla comunità”. Questo è lo scotto da pagare per chi si oppone a un sistema che affida la sua preservazione e la sua prosperità al vincolo dell’omertà, costringendo a tacere e a non ribellarsi per paura di diventare le prossime vittime. L’importanza del dramma teatrale è stata cruciale, non solo per il suo impatto sociale: la terminologia presentata da Sturzo sarà la stessa utilizzata nel 1982 per la stesura dell’articolo 416bis del codice penale vigente sull’associazione criminale mafiosa.

Come già accennato, la ricetta sturziana per combattere il potere mafioso consiste nel promuovere la partecipazione attiva della popolazione nella cosa pubblica e nella mobilitazione dei cattolici all’amministrazione municipale. Questo tema costituisce la premessa del discorso pronunciato a Caltanissetta nel 1902 durante la presentazione del partito municipalista della democrazia cristiana siciliana. Diventato pro-sindaco, Sturzo mette immediatamente il pratica la sua linea d’azione: nel 1905 riesce a scalzare il comandante delle guardie municipali e a sciogliere l’intero corpo dei vigili urbani con l’accusa di corruzione, impresa che gli costerà la pubblica aggressione del comandante e un attentato alla sua persona.

Sturzo è stato in prima fila anche per denunciare la complicità tra mafia e fascismo, che ottenne le sue vittorie elettorali grazie all’appoggio delle cosche locali e all’azione intimidatoria condotta contro gli esponenti del Partito Popolare Italiano. Questa denuncia non si arresterà neanche durante gli anni dell’esilio, fino alla conclusione della guerra, quando Sturzo avverte del pericolo di una sostanziale continuità della gestione amministrativa, e nei suoi articoli sulla stampa americana lamenta l’incapacità da parte dei vertici inglesi e statunitensi di trovare nuovi amministratori che non avessero fatto parte della “gang fascista” o di “cliques aristocratiche, latifondiste o ‘nepotiste’” (La mia battaglia da New York, 1943-1946, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 2004, pag. 156).

In questo modo, come afferma Gaspare Sturzo, “tornavano in giuoco i vecchi equilibri del partito affarista siciliano con le sue connivenze con i mafiosi rientrati dal confino più forti che mai”. Nel 1959, il suo ultimo anno di vita, don Sturzo comunica una sua previsione a Giuseppe Palladino, in cui condanna il trasformismo politico e legato al malaffare della gestione regionale presieduta dal suo ex allievo Silvio Milazzo: “Povera Sicilia mia, povera Italia mia; ora la mafia diventerà più crudele e disumana. Dalla Sicilia salirà l’intera Penisola per portarsi forse oltre le Alpi”. Quello è anche l’anno dell’Appello ai siciliani, uno dei più accorati esempi dell’amore di Sturzo nei confronti della propria terra, e l’ultimo documento della battaglia da lui compiuta contro la mafia, per il riscatto del suo popolo.

Marco Cecchini

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