Passera: aprire la gestione dei beni culturali al non profit


La-città-ideale

Per il leader di Italia Unica la chiave della tutela del patrimonio culturale è nella sua valorizzazione

L’appello per una rivalutazione dei beni culturali lanciato da Roberto Grossi, presidente di Federculture (vedi l’articolo “Cultura, più coraggio da parte del Governo”), presenta molti punti in comune con la visione delineata da Corrado Passera e contenuta nel programma di Italia Unica. Ne evidenziamo alcuni aspetti, perché riteniamo che possano costituire una strategia vincente per la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale italiano.

Le affinità sono ravvisabili in particolare in quella che Grossi indica come la necessità di “puntare su una vera autonomia gestionale” per un’offerta culturale più moderna ed efficiente, semplificando le procedure e sostenendo l’affidamento dei servizi pubblici locali a fondazioni ed enti autonomi.

I beni, afferma Passera sul suo libro Io siamo, non vanno solo tutelati, ma anche “promossi affinché possano produrre valore e diventino una risorsa di sviluppo”, così come accade in Paesi che non possono vantare le nostre stesse risorse culturali. Questi due processi non devono essere intesi come separati, perché “la valorizzazione è ciò che spesso rende possibile una tutela migliore: è più facile proteggere un bene, un sito archeologico, un grande museo che attira visitatori ed è una fonte di ricchezza per una comunità”.

Il problema è che in Italia non è così: generalmente la tutela è affidata allo Stato e la valorizzazione agli enti locali. Ma “poiché ciascuna delle due amministrazioni governa solo una parte del processo complessivo, nessuno si prende la responsabilità di agire, e a vincere è l’immobilismo”.

Il primo indispensabile passo da fare, sostiene il fondatore di Italia Unica, è ricomporre le due metà, tenendo sempre presente che “regole e controlli sulla effettiva tutela devono restare in mano pubblica mentre, per tutto il resto, ci può essere spazio anche per il privato”. In accordo con la visione profilata da Grossi (“lo Stato deve dunque fare un passo indietro rispetto alla gestione diretta, magari affidando a soggetti privati, anche non profit, la gestione di musei e siti minori che non riesce a valorizzare”), per Passera il privato che “potrebbe e dovrebbe partecipare alla gestione dei beni culturali è soprattutto il privato non profit”.

Il discorso è valido in particolare per i grandi musei, organizzazioni molto complesse che rispondono a logiche burocratiche mentre avrebbero bisogno di maggiore libertà d’azione: tutte le loro esigenze richiedono strutture più moderne e “vera dignità organizzativa e giuridica”.

Non è tutto: Passera allarga il discorso, affermando che, inquadrato in una visione d’insieme, il bene culturale “deve essere concepito come l’elemento chiave intorno a cui ruota un intero territorio, innervato da un efficiente sistema di trasporti, con una rete di accoglienza moderna e capace di valorizzare le unicità che lo contraddistinguono, a partire dalla cultura artigiana locale”. Non può essere una cattedrale nel deserto, anzi, come è stato finora nel caso di Pompei, “una cattedrale in rovina nel deserto”. Solo in questo modo sarà possibile rendere la cultura un effettivo fattore promotore di sviluppo.

MC

 

2 thoughts on “Passera: aprire la gestione dei beni culturali al non profit

  1. Pingback: Principio di sussidiarietà e dignità della persona |

  2. Una questione andrebbe posta ab initio : può l’Italia di oggi considerarsi una meta turistica moderna, caratterizzata da un sistema complesso di accoglienza, trasporto, stazionamento ed eventi aggreganti e qualificati?
    Il ” viaggio in Italia”, dai tempi di Roma imperiale, passando per i pellegrinaggi religiosi e culturali dell’alto medioevo, sino a Gregorovius e poi sino al turismo culturale (e sessuale) del primo e secondo dopoguerra, attraversava un mondo contadino in disfacimento ma ancora vitale, una povertà analfabeta servile e accogliente a basso costo, con punti di aggregazione organizzata in alcuni punti particolari, dove anche la ricchezza nazionale aveva creato una offerta differenziata per un trattenimento ricco e pieno di eventi: Cortina e Trentino,riviera romagnola, Venezia, le terme, le isole Campane e toscane, la Sardegna costiera,la Liguria delle cinque terre, le città d’arte, la Sicilia e la Toscana ” inglese”, Roma ancora fortemente papalina.
    Oggi i “numeri” resistono sotto una soglia di mantenimento per le sopraelencate eccellenze secolari, ma con evidenti segni di difficoltà a raccordarsi con altri percorsi in nuce, mai sviluppati compiutamente.
    La dice lunga la vicenda di Alison Deighton, imprenditrice americana e moglie del sottosegretario al Tesoro britannico Paul, la quale ha dovuto rinunciare, dopo sei anni inconcludenti, ad un investimento a Nardò in Puglia di ben 70 milioni, per la realizzazione di un resort di lusso. La rinuncia ha solo cause burocratiche: Comune e Regione sono sostanzialmente inerti e attive solo per evitare una decisione dialogante con i proponenti. Un insediamento ricco sul territorio toglierebbe potere sostanziale alla burocrazia locale, chiamata a rispondere sul piano tecnico- operativo a livelli inconsueti per la povertà storica delle nostre amministrazioni locali, non in grado di sviluppare progetti propri o di altri privati, che siano integrativi del primo da utilizzare come “volano”economico liberando energie sull’intero territorio regionale. Manca la cultura amministrativa, l’imprenditoria locale attiva. Mancano risorse culturali, industriali, finanziarie e amministrative per affrontare la sfida del turismo moderno, composto da circuiti diversi che occupano il medesimo territorio a livelli e costi diversi, la cui progettazione ha livelli di difficoltà assai rilevanti.
    Immaginate la Calabria da trasformare in paradiso turistico. La Regione non ha vocazione turistica vera, per ragioni morfologiche associate a una inesistente rete di trasporti di ogni livello, ad una sostanziale assenza di grande e media imprenditoria generale e specifica. Le eccellenze puntiformi non fanno un circuito turistico complesso e moderno.
    Raccordare bellezze naturali e culturali, eventi ludici e di livello superiore, un mare splendido troppo prossimo ai monti e alla ferrovia, alto -piani e laghi di difficile accesso, campagne e foreste che non sopportano iniziative associate in un circuito di accoglienza professionale è allo stato delle cose neanche una speranza, ma una vera follia.
    Ed è così per molta parte dell’Italia: il fallimento salentino di Nardò, molto più semplice della Calabria per dati generali di progetto, lo dimostra. In conclusione, andrei cauto, direttore, nel voler associare una idea di sviluppo a una inesistente generalizzata vocazione turistica italiana: occorre prima trasformare profondamente questo Paese, “mettere in ordine la casa”, prima di invitare a visitarla sistematicamente e con grande profitto.

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