Unire scuola e lavoro, un percorso possibile


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Portare la scuola sul luogo di lavoro e il lavoro a scuola”: è la ricetta di Corrado Passera per stabilire un collegamento stabile tra scuola, lavoro e giovani, che attualmente sono come “tre universi paralleli e non integrati”.

Le istituzioni scolastiche, afferma il fondatore di Italia Unica, devono “stabilire un canale di comunicazione in entrambi i sensi con le imprese, la pubblica amministrazione, le professioni, i mestieri antichi e nuovissimi”, in modo da creare “nuove forme di apprendistato, da svolgere proprio durante la scuola”. Passera cita al riguardo l’esempio della Germania, in cui “il 14 per cento dei giovani consegue diplomi in mestieri tecnici richiesti dalle imprese”, mentre da noi lo fa soltanto lo 0,5 per cento.

L’ultima puntata di Superquark, andata in onda il 28 agosto, ha dedicato un servizio proprio al rapporto tra scuola e lavoro in Germania. Confrontare i dati con la situazione nostrana risulta molto interessante: lì la disoccupazione giovanile è cinque volte più bassa che in Italia, e ciò è dovuto in larga parte all’organizzazione della formazione scolastica. In Germania si è avverato ciò che dovrebbe avvenire anche da noi: il mondo del lavoro è entrato nel mondo della scuola e viceversa; l’obiettivo è mettere i giovani in condizione di scegliere quello che vorranno fare e allo stesso tempo per le aziende è un’occasione per formare e orientare quelli che potranno diventare futuri dipendenti.

Più della metà dei ragazzi tedeschi sceglie questo percorso, offerto da una azienda su quattro oltre che dalle pubbliche amministrazioni nazionali e locali: unire scuola e lavoro per un periodo da due a tre anni e mezzo. Nelle aule si studiano le materie generali, in fabbrica si impara il mestiere che, una volta concluso il periodo della formazione, i ragazzi saranno già in grado di svolgere.

Questo sistema, che è aperto a tutti i giovani dell’Unione europea, attualmente dà la possibilità di scegliere tra 333 mestieri: dal muratore al tecnico dei robot al commesso, il tecnico aeronautico, l’orafo, l’impiegato, l’idraulico, la parrucchiera, l’assicuratore, il tecnologo dei media eccetera. L’offerta formativa cambia ogni anno in base alle richieste delle aziende, all’evoluzione delle tecnologie e alla nascita di nuovi mestieri. Enti statali e aziende – insieme ai sindacati – compilano la lista dei lavori studiando tutti i dettagli della formazione, e nel periodo precedente all’inizio dei corsi vengono organizzate grandi campagne di informazione e settimane di prova.

L’apprendistato – che viene considerato dalle aziende come un dovere sociale – garantisce un rapporto di lavoro vero e proprio, regolato da un contratto fra l’azienda e il giovane, che in genere riceve fra i 600 e i 700 euro – ma alcuni contratti arrivano anche a 1000 – più i contributi. In questo modo sono favoriti sia le aziende, perché formano in base alle proprie esigenze (infatti investono nella formazione circa tre volte più dello Stato), sia i giovani: il 68 per cento viene assunto dall’azienda del tirocinio e l’86 per cento trova comunque subito lavoro.

Un metodo che potrebbe funzionare anche in Italia, riuscendo a realizzare alcuni presupposti: nel programma di Italia Unica, Passera afferma che “tutte le componenti del mondo del lavoro – aziende, amministrazione pubblica, organizzazioni non profit, professioni, mestieri – devono dedicare più tempo all’analisi e alla programmazione delle loro richieste: devono comunicare alla scuola quali sono le competenze richieste. Soprattutto, devono presentare con precisione i nuovi tantissimi mestieri, professioni, arti che nascono e rinascono, e dire senza mezzi termini quali diventeranno sempre meno rilevanti”.

In Germania il diploma è riconosciuto a livello nazionale e dà la possibilità per chi vuole continuare gli studi di iscriversi all’università. Frequentare un corso di apprendistato non pone limiti alla carriera: ne hanno usufruito dirigenti di aziende, ministri e persino un cancelliere: Schroeder. In Italia c’è un sistema molto simile ma solo in provincia di Bolzano – o forse in questo caso, come fa notare Giovanni Carrada in conclusione del servizio, sarebbe più appropriato usare la pronuncia tedesca, “Bozen”…

MC

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