I diritti: per essere di tutti devono difendere i deboli


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I deboli cambiano la società”: La riflessione di Michela Murgia, che il 28 settembre ha partecipato a un incontro con il teologo Josè Castillo e Pietro Del Soldà sul tema “Profezia e salvezza” per la rassegna dei Dialoghi di Trani, è rivolta alla possibilità che abbiamo di cambiare il nostro futuro, inteso come il tempo della politica, della progettazione: “Quale mondo costruiremo se avessimo la percezione di poterlo ancora fare?” Murgia individua quattro ambiti di questa “profezia politica” che hanno il proprio comun denominatore nel concetto della condivisione, dello stare insieme: l’architettura urbanistica, il modello di cittadinanza, l’organizzazione democratica e i diritti.

Se la “profezia politica degli spazi comuni” è influenzata dal pregiudizio italiano di possedere l’esclusiva della bellezza, dobbiamo riflettere – sottolinea la scrittrice – sul fatto che l’idea di bellezza urbana che definiamo classica è “l’eredità di una lunga sequenza di monarchie, papati, oligarchie finanziarie e mercantili, aristocrazie con esercito e dittature. Dietro ogni chiesa c’è l’orgoglio di un papa, dietro ogni monumento al vincitore ci sono guerre per il potere, dietro ogni castello c’è la forza del padroni sui servi”. In questo ambito, “La politica ha il dovere di chiedersi quale bellezza nascerà dal concetto di uguaglianza tra le persone, ancora non del tutto maturo”.

Riguardo al modello di cittadinanza, questo “è il prodotto giuridico degli anacronismi e delle contraddizioni” dello jus sanguinis – in cui troviamo l’eco delle strutture patriarcali a tutela del patrimonio, ma anche il concetto di razza, di famiglia e di gerarchia – e dello jus soli in cui si avverte il riflesso degli imperialismi di ogni epoca, il mito del possesso a costo dell’assalto e quello della crescita infinita. Anche qui l’uguaglianza e la dignità della persona non hanno ricevuto il giusto spazio.

Sul tema dello stare insieme, la riflessione verte sui sistemi di potere, che sono inevitabilmente gerarchici – e quelli democratici non fanno eccezione, tutt’altro – perché distribuzione e separazione dei poteri implica “innumerevoli gerarchie d’ambito nelle quali si ridiventa sudditi tante volte quanti sono i decisori sociali di cui bisogna attendere le deliberazioni”. Murgia suggerisce un sistema di governo che tenga conto anche “delle logiche di rete, riportando la funzione sociale al suo vero scopo: esprimere la relazione sociale”.

Sull’ultimo ambito, la scrittrice si scaglia contro la concezione che possiamo permetterci solo i diritti che siamo in grado di difendere, che riusciamo a non farci portare via: al contrario, “un consesso civile non può essere regolato dalla legge della giungla, i diritti sono dei deboli per definizione, perché solo così sono diritti di tutti. È attraverso le lotte dei deboli che le società cambiano e crescono, perché i forti non hanno interesse alcuno a modificare lo stato delle cose”. Spetta dunque alla politica “progettare la protezione dei deboli che rigenereranno con i loro bisogni la società”.

In sostanza, l’analisi di Murgia rileva come la riflessione sulla “cosa pubblica” sia chiamata oggi a un cambio drastico di prospettiva, alla luce di una riconsiderazione che veda al centro valori come la solidarietà, la condivisione, la dignità della persona, “almeno nella misura in cui la politica è ancora profezia e non manutenzione”.

Marco Cecchini

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