Paul Hazard e il “potente Sturzo”


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Nel volume “In Italia ai tempi di Mussolini. Viaggio in compagnia di osservatori stranieri” lo storico Emilio Gentile propone una interessante ricostruzione del Ventennio visto con gli occhi di quei visitatori – giornalisti, viaggiatori, studiosi e scrittori – che in quel periodo attraversarono l’Italia, indagando “il carattere, i vizi, le debolezze di un intero popolo”. Come lo storico francese Paul Hazard, giunto all’inizio degli anni Venti per osservare con i propri occhi quella che definì “L’Italia vivente”: una nazione che cercava di risollevarsi dalle conseguenze della guerra e conosceva un momento di grande fermento politico e sociale.

Voglio assistere alla formazione delle armate che si preparano a muovere alla conquista dell’opinione, all’assalto del potere: quale aspetto hanno i soldati? Un’aria di forza o di decrepitezza? E qual è l’anima dei loro capi?”1 Con queste parole Hazard si appresta ad assistere ai congressi più importanti che si tennero nel 1921 e che avrebbero per molti aspetti deciso le future sorti del Paese: quello del Partito socialista a Milano dal 10 al 15 ottobre, del Partito popolare a Venezia dal 20 al 23 ottobre, e del movimento fascista, previsto per novembre nella Capitale.

Il congresso socialista non lascia una buona impressione nello storico francese: nei protagonisti di quei giorni egli coglie la differenza dal socialismo delle origini, quando “i giovani generosi e intellettuali, figli della borghesia, si univano al Partito socialista mossi da un ideale di giustuizia sociale”. Non individua personaggi particolarmente carismatici in grado di catturare l’attenzione delle masse. Il quadro che ne esce è quello di un movimento che sta attraversando una fase di debolezza, che non riesce a confrontarsi con un antagonista, il fascismo, di cui avverte in continuazione la presenza e la forza, anche se tende a ignorarlo. Ciò fa concludere a Hazard che “il Partito socialista italiano lascia una impressione profonda di impotenza e di smarrimento”.

Al paragrafo sul “socialismo impotente” segue direttamente quello dedicato a “Don Sturzo, il potente”, che si riferisce alle impressioni ricavate dalla partecipazione al congresso del Ppi. All’evento si respirava un’aria di “trionfo insperato, prematuro: tre ministri, tre segretari di Stato, la maggioranza di cento deputati iscritti al gruppo parlamentare; rappresentanti di tutte le regioni, persino di quelle ritenute le più anticlericali, le Marche per esempio; operai urbani insieme ai contadini; nel momento in cui considerano il numero di una simile forza, e pensano che il partito ha appena due anni di esistenza, i membri del congresso hanno pieno diritto, io penso, di mostrarsi rumorosamente orgogliosi”.

Il giudizio di Hazard è senza dubbio positivo: egli afferma che il Partito popolare, come scrive Gentile, “possedeva notevoli risorse e un ambizioso programma di riforme per un rinnovamento democratico dell’Italia ispirato ai valori cristiani”, e rileva come Sturzo intendesse estendere il suo progetto al di là dell’Italia, con l’intenzione di formare una Internazionale bianca per unire i cattolici di tutti i paesi. Del sacerdote siciliano, appena tornato da Berlino dove aveva riscosso “il più lusinghiero successo”, lo colpiscono soprattutto la capacità e la volontà di tradurre in pratica le idee: “è dappertutto, vede tutto, prevede tutto, interviene al momento opportuno per proporre agli esitanti, agli indecisi, ai confusionari, le soluzioni opportune”.

Hazard considera Sturzo l’anima stessa del Ppi, arrivando a chiamarlo il “dittatore” del Partito – termine che va comunque calato nel contesto del tempo: siamo nell’autunno del 1921, manca ancora un anno alla marcia su Roma; inoltre, l’appellativo non aveva probabilmente una connotazione negativa per lo storico francese, che dimostra di subire il fascino di Mussolini, definendolo “il lottatore, il domatore delle folle, l’uomo che ha corso tutte le avventure, tutti i pericoli; il condottiero che, al suo comando, si fa obbedire da cinquecentomila uomini”. Ma Sturzo non è dello stesso parere e, come commenta lo stesso Hazard, “si irrita quando lo si chiama così, e protesta”: ben lontano dall’ossessione verso il potere e dagli accenti autoritari di Mussolini, non permette che lo si definisca in questo modo e rifiuta decisamente la similitudine.

In conclusione, Hazard vede nel Partito popolare “una delle forze vive del paese”, forte in Parlamento e presente nel governo, pronta a far esplodere la sua energia dopo “una breve e trionfante carriera”. Terminato il suo viaggio in Italia, lo storico fa un bilancio della situazione italiana, constatando la presenza di tre grandi forze: i socialisti in declino, i popolari in ascesa, e il fascismo, “divenuto nello Stato una potenza che lo Stato non è in grado di dominare, ed è in crisi di trasformazione perché è in crisi di crescita e vuole diventare un partito politico senza rinunciare ai metodi violenti”.

Hazard afferma di avere rilevato durante il suo soggiorno la nascita di una nuova Italia, di una nazione rigenerata dopo l’arresto causato dalla Grande guerra e scossa dal suo torpore grazie ai fermenti politici e sociali del tempo; di un paese che cambia volto e abbandona la pratica del trasformismo perché rivitalizzato dalla forza degli ideali; in cui lo scetticismo ha ceduto il passo a “una vigorosa professione di fede” e ha ritrovato “la forza primitiva dei suoi istinti naturali”.

La sua (pre)visione – non priva di luoghi comuni sull’italia e gli italiani – è senz’altro figlia del suo tempo e come tale va considerata. Il suo resoconto è tuttavia utile per capire quale fosse l’atmosfera che si respirava all’epoca. I fatti indicarono un andamento differente: il fascismo mostrò la sua natura di “dittatura dai piedi d’argilla” e il trasformismo si rivelò decisamente più duro a morire rispetto alle fiduciose considerazioni di Hazard. Questa, insieme ad altre, è probabilmente una delle ragioni per cui la “forza viva del paese” del popolarismo sturziano non riuscì ad attecchire come avrebbe dovuto.

D’altra parte, Hazard sembra più interessato a cogliere i germi di quella “energia”, di quella “potenza” che andrà poi a decantare ai suoi connazionali – peraltro piuttosto increduli e scettici alla notizia – che a ravvisare l’effettiva importanza che il Popolarismo di Luigi Sturzo, con la sua carica di etica universale e genuino riformismo, avrebbe potuto apportare a un’Italia che ancora oggi è costretta a combattere contro quelle stesse tendenze che bloccarono l’ascesa del progetto sturziano. Il resto, lo sappiamo tutti, è storia.

Marco Cecchini

1 Le citazioni di Paul Hazard sono tratte dal suo libro “L’Italie vivante” del 1923.

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