Genova per noi


Genova

di Marco Vitale

Amo Genova, anche se credo di conoscerne abbastanza bene debolezze e ambiguità, perché ci ricorda sempre che una grande storia può convivere con un mediocre presente; perché mi piace la discrezione, la misura, la sobrietà della sua gente; perché ho lavorato molto a Genova ed ho conosciuto tante persone di grande valore e di grande integrità; perché ho incontrato parecchi comandanti liguri in pensione di navi da crociera Costa della vecchia guardia, prima degli americani, e nessuno somigliava a Schettino; perché il progetto dell’arch. Piano per un ridisegno totale del “waterfront” è entusiasmante per le grandi possibilità di sviluppo che presenta e che sono importanti non solo per Genova. Amo Genova perché è bella e quando andavo in bicicletta l’apparizione improvvisa, dopo aver scollinato il Turchino, del suo mare luminoso mi dava una grande gioia. Amo Genova perché, nonostante tutto, negli ultimi 25 anni, ha fatto cose egregie, e grazie a due sindaci di primo piano si è molto imbellita. Amo Genova perché la sua focaccia è la più buona del mondo, perché i suoi cantautori sono autentici poeti e perché Conte ha raccontato in modo meraviglioso il sentimento di noi uomini della pianura quando andiamo a Genova. Amo Genova perché la amava Braudel ed io amo Braudel.

Per questo rivederla, per l’ennesima volta, colpita e, in parte, travolta dai suoi torrenti che portano gravi danni ai cittadini di popolosi quartieri, umiliazione e demoralizzazione per l’intera città, mi ha addolorato.

Guardando alcune immagini proiettate nella sede di un’azienda genovese per illustrare la necessità di dare un contributo alle popolazioni colpite, ho chiesto se erano immagini nuove o se erano quelle di tre anni fa riciclate, tanto erano identiche. E guardando i servizi televisivi che, tra le immagini del disastro, intervistavano le persone colpite mi sono commosso e turbato. Erano soprattutto piccoli commercianti e pensavo alle tante fatiche e sacrifici di quelle donne e uomini per costruire il loro piccolo, dignitoso commercio e sapevo, per certo, che molti dei colpiti stavano ancora puntualmente pagando i mutui a lungo termine concessi da banche responsabili, che avevano dovuto assumere dopo l’alluvione di tre anni fa. Adesso, dovevano ricominciare e, da soli, è difficile che ce la facciano. E non per colpa delle bombe d’acqua o simili baggianate come mi è capitato di sentire, ma per l’ignavia dei governanti.

Nel 1951 al ritorno dalle zone alluvionate il presidente della Repubblica Luigi Einaudi scrisse al presidente del Consiglio De Gasperi una lettera in cui diceva: “La lotta contro la distruzione del suolo italiano sarà dura e lunga; forse secolare. Ma è il massimo compito d’oggi, se si vuole salvare il suolo in cui vivono gli italiani”.

È per non aver accolto questo monito che il dissesto idrogeologico lungi dall’essere domato è cresciuto ed i suoi disastrosi effetti sono ormai normalità, come le inondazioni ricorrenti di Genova, ma anche quelle del Seveso a Milano (7 nel 2014), dimostrano. Altro che bombe d’acqua! E ciò mentre continuiamo a investire somme importanti in opere del tutto inutili come la Brebemi o come la Mestre-Orte per la quale è molto pertinente la precisa domanda di Ferruccio Sansa: “È più urgente investire 10 miliardi nell’autostrada Mestre – Orte oppure sperdere un decimo e mettere in sicurezza la Liguria?”. Mi ha molto colpito, in una trasmissione televisiva, una donna che aveva visto devastato, per la seconda volta, il suo piccolo negozio che, in lacrime, implorava: “non lasciateci soli!”. Come rispondere a questa accorata richiesta?

Prima di tutto donando generosamente attraverso le catene di solidarietà che si sono prontamente attivate. I cittadini colpiti hanno bisogno di aiuti concreti subito ed hanno bisogno di sentire subito la solidarietà dei cittadini italiani. Poi, bene o male, verranno anche, obtorto collo, i contributi pubblici, ma verranno così tardi e così male da essere poco utili e da apparire come un’elemosina e non come un dovuto risarcimento.

In secondo luogo non bisogna lasciare cadere l’attenzione su queste tragedie, in attesa della prossima. Che dei movimenti di protesta si siano messi in movimento in città è un fatto molto positivo. Ma gli obiettivi che essi dichiarano di perseguire non mi sembrano convincenti. Chiedere come obiettivo principale le dimissioni del sindaco non serve a niente, e bene ha fatto il sindaco a dichiarare la sua volontà di restare a bordo e guidare la nave nella burrasca anziché fuggire, come sarebbe per lui più comodo, alla Schettino. Essi devono, piuttosto, costituirsi in comitato di monitoraggio permanente che verrà sciolto solo quando le opere di difesa saranno completate. Il comitato, anche con l’utilizzo di tutti i possibili strumenti legali, deve pretendere e vigilare per la realizzazione tempestiva delle opere di difesa e per la rimozione dei burocrati inetti. Esso deve anche impegnarsi per realizzare un cambiamento radicale della classe politica. La città è colpevole per aver accettato di essere governata per tanti anni da persone indegne e da un sistema indegno che offendono la dignità della città. Ora deve riscattarsi da questa sua colpa. Così facendo, Genova potrebbe rappresentare il primo passo per l’avvio concreto di un movimento analogo a quel “Reinventing Government”, che ha cambiato in meglio il volto di tante città americane alcuni decenni fa.

UN COMITATO PERMANENTE PER LA SALVEZZA DI GENOVA troverà alleanza e collaborazione da tanti non genovesi e troverebbe imitatori in altre città. Insieme, si potrebbe incominciare a dar vita ad una catena per reagire costruttivamente contro il degrado delle nostre città e iniziare a realizzare quello che il presidente Einaudi raccomandava nel 1951.

Il comitato permanente per la salvezza di Genova dovrebbe promuovere la formazione di un collegio di avvocati di primo piano (Genova ne ha di eccellenti) per mettere a punto le azioni di responsabilità, penali e civili, nei confronti dei responsabili. Non posso credere che non esistano responsabili, in senso legale, in una storia di incapacità e inerzia così lampante.

Infine è necessario ripensare totalmente la materia dei risarcimenti. Mi dicono che le assicurazioni non assicurano questi eventi classificandoli come calamità naturali. Ma è proprio per questi casi di disgrazie inattese che il buon padre di famiglia si assicura. E poi queste non sono calamità naturali. Non sono frutto della natura. La pioggia non è calamità naturale, è natura. Ed il suo incanalarsi nei torrenti e nei ruscelli per scendere verso il mare non è calamità naturale ma fatto più che naturale. Diventa calamità perché gli uomini la ingabbiano in canalizzazioni ristrette e insufficienti per la portata, perché sopra ed a lato ci costruiscono case, coperture, ponti, intralci che non dovrebbero esserci, che non sono frutto della natura. Non sono, dunque calamità naturali ma calamità dell’uomo.

Infine questi fatti non sono rari, ma in Italia sono ricorrenti, anzi frequenti, a Genova e in cento altri luoghi. E quindi non di inattese calamità naturali si tratta ma di calamità umane, nazionali, ordinarie, previste, prevedibili, ricorrenti, si sarebbe tentati di dire, forse volute.

Da questa premessa che è, nei fatti, inconfutabile, consegue che le assicurazioni devono coprire questi eventi e che se non lo fanno loro, lo deve fare un fondo apposito nel bilancio dello Stato o delle Regioni che garantisca per questi eventi una copertura assicurativa totale, tempestiva e automatica.

L’epoca della richiesta di elemosine, con il cappello in mano, deve finire. Le persone colpite sono semplici vittime di questi governi nazionali e regionali inetti. Nello stato di diritto due sono gli obiettivi da perseguire. Azioni legali di responsabilità verso i colpevoli, promosse dai cittadini e copertura assicurativa totale e non discrezionale per i danni subiti attraverso le assicurazione od un apposito fondo pubblico. Se le vicende genovesi servissero a dar vita ad un impegno collettivo serio verso questi obiettivi, le sofferenze dei genovesi potrebbero non essere state del tutto inutili.

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