Per l’Ucraina l’Europa non si inchini agli Stati Uniti perché Putin ha ragione, Obama ha torto


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di Giovanni Palladino

Il 9 maggio 1994 veniva pubblicata sulla rivista americana FORBES una intervista ad Alexander Solzhenitsyn. Alla domanda:

“Secondo Zbigniew Brzezinski, ex consigliere per la sicurezza nazionale con il Presidente Carter, gli Stati Uniti devono difendere l’indipendenza dell’Ucraina”

ecco come rispondeva il famoso esule russo:

“Nel 1919, quando impose il suo potere anche sull’Ucraina, Lenin le regalò molte province russe per conquistarne le simpatie. Storicamente queste province non fecero mai parte dell’Ucraina. Mi riferisco all’attuale territorio del sud-est ucraino.

Poi nel 1954 Krushev, con l’arbitrarietà capricciosa di un satrapo, regalò la Crimea all’Ucraina. Ma non riuscì a regalarle Sebastopoli, che rimase una città separata sotto la giurisdizione del governo centrale dell’Unione Sovietica. Ciò fu approvato dagli Stati Uniti, dapprima verbalmente dall’ambasciatore Usa a Kiev, Mr. Popadiuk, e in seguito in maniera ufficiale.

Ma se ricordiamo l’incauta dichiarazione del Presidente Bush a sostegno della sovranità dell’Ucraina prima del referendum, si capisce qual è oggi il vero obiettivo degli Stati Uniti: usare tutti i mezzi possibili, senza badare alle conseguenze, per indebolire la Russia”.

E alla successiva domanda del giornalista: “Ma perché l’indipendenza dell’Ucraina dovrebbe indebolire la Russia ?”, Solzhenitsyn rispose:

“Come conseguenza dell’improvvisa e drammatica frammentazione dei popoli slavi, i nuovi confini hanno lacerato milioni di legami famigliari e di amicizia. Tutto questo è accettabile ? Ad esempio, le recenti elezioni in Ucraina hanno dimostrato chiaramente le simpatie filorusse dei cittadini della Crimea e di Donetsk. E un sistema democratico deve rispettare questi sentimenti.

Io stesso sono quasi mezzo ucraino. Sono cresciuto in una zona dove si parlava anche la lingua ucraina, amo la cultura ucraina e auguro sinceramente all’Ucraina un futuro di sviluppo e di successi, ma solo all’interno dei suoi veri confini etnici, senza avere bisogno di possedere territori, che in realtà appartengono storicamente alla Russia”.

Quanto sia vera la convinzione storico-culturale di Solzhenitsyn espressa ben 20 anni fa, lo dimostra il risultato delle recenti elezioni nel sud-est dell’Ucraina, dove la stragrande maggioranza della popolazione ha votato per l’autonomia da Kiev. E’ un logico e naturale risultato democratico, che dovrebbe essere rispettato da tutti, innanzitutto dagli Stati Uniti, il cui obiettivo è tuttora quello di indebolire la Russia.

Ma questo indebolimento giova all’Europa ? Ovviamente no, perché dopo la caduta del muro di Berlino non è più giustificato un clima di guerra fredda. Agli europei conviene non solo che Kiev si apra verso l’ovest, ma soprattutto che lo faccia Mosca, che ora per ripicca contro gli Stati Uniti punta ad aprirsi verso l’est. La decisione più intelligente sarebbe stata quella di accettare l’autonomia amministrativa della popolazione filorussa nel sud-est dell’Ucraina e di invitare anche la Russia a far parte della Nato.

Con questa soluzione non si sarebbero avuti tanti morti e si sarebbero evitate le sanzioni economiche, che si stanno rivelando un boomerang per l’economia europea, in particolare per la Germania e per l’Italia, i cui imprenditori sono furiosi per il dannoso blocco delle esportazioni verso la Russia.

E’ quindi un grave errore che la Mogherini e gran parte dei governi europei abbiano giudicato illegali le elezioni di domenica scorsa nei territori ucraini filorussi per timore di essere criticati da Washington, che invece ci diede la luce verde per bombardare la Serbia, per frantumare la Jugoslavia e per aiutare i separatisti albanesi del Kosovo.

Perché due pesi e due misure ? E’ evidente: perché agli Stati Uniti faceva comodo la fine della Jugoslavia, invocando giustamente la volontà dei popoli e il loro diritto all’autodeterminazione, mentre oggi fa comodo respingere questo diritto per creare un problema alla Russia e allontanarla da una unione più stretta con l’Europa.

Miopemente gli Stati Uniti non capiscono che questa unione sarebbe anche nel loro interesse. Infatti aiuterebbe il processo d’integrazione politica ed economica di due aree (il Nord America e l’Europa allargata dal Portogallo agli Urali), integrazione di cui il mondo ha un gran bisogno per vivere in pace e per opporsi con maggiore efficacia a chi non vuole vivere in pace. Impedire alla Russia di avvicinarsi all’ovest, come se solo Kiev sia ritenuta degna di tale avvicinamento, è un grande errore politico ed economico. E perdendo Putin come utile alleato, gli Stati Uniti darebbero altri “assist” al mondo del terrorismo.

L’Europa deve poi avere il coraggio di dire che la “pax americana” si basa su un privilegio ormai indifendibile, ossia sul mantenimento di un sistema monetario internazionale molto pericoloso: è il “dollar standard” nato il 15 agosto 1971 con la dichiarazione di inconvertibilità del dollaro in oro fatta dal Presidente Nixon. E’ un sistema criticato da Luigi Sturzo sin dal 1944 all’indomani dell’accordo di Bretton Woods, quando egli scrisse che una moneta nazionale (e si riferiva al dollaro) non può fungere anche da moneta internazionale per i gravi danni che questo vantaggio – se gestito male dal Paese emittente – creerebbe al resto del mondo.

Tuttavia è anche probabile che il vantaggio, di cui gode lo zio Sam da oltre 60 anni, possa ritorcersi contro gli Stati Uniti e contro il dollaro. Il troppo stroppia, si dice, e ora si parla di “de-dollarizzazione” del sistema monetario internazionale per basarlo su una moneta neutrale o super-partes come i DSP (Diritti Speciali di Prelievo). Questi esistono da tempo, ma sono stati sempre boicottati da Washington, che non si è mai preoccupata di accumulare riserve valutarie e oro per dare forza alla sua moneta. La forza le doveva derivare dal ruolo degli Stati Uniti come leader politico, economico e militare a livello mondiale.

Ma prima o poi questo ruolo diventa insostenibile, se la moneta è gestita male e se si ritiene che basti stamparla in gran quantità per correggere gli errori della cattiva gestione. Se poi a questi si aggiungono gli errori militari e di politica estera, l’immagine di credibile leader mondiale viene a cadere.

Per evitare questa caduta, dannosa per tutti, è nell’interesse degli Stati Uniti riconoscere che sulla questione ucraina Putin ha ragione (come l’autorevole testimonianza storica di Solzhenitsyn ci conferma) e che soprattutto merita di essere realizzata la “visione” sturziana di una Europa unita dal Portogallo agli Urali. Ma se l’attuale Unione Europea continua a litigare al suo interno, con alcuni paesi – come l’Italia – che non hanno l’umiltà di riconoscere i tanti errori del passato e la volontà di correggerli con le necessarie “medicine”, non sarà possibile alzare lo sguardo verso obiettivi molto più ambiziosi.

Ma Putin ha tanti difetti…… Certo, ma anche noi li abbiamo e sarà difficile per entrambi correggerli, se dovessimo continuare a dividerci e a isolarci. E’ tempo delle larghe intese anche a livello internazionale.

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