L’economia senza etica non è economia


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Nell’articolo “L’economia delle scritture” (Sole 24 ore, 16 novembre) il cardinale Gianfranco Ravasi, citando un passo di Amartya Sen, rileva come il distacco dell’etica dall’economia abbia causato un notevole impoverimento di quest’ultima disciplina. Ravasi sottolinea il fatto che il termine ‘economia’ venga ormai utilizzato come sinonimo di ‘finanza’ mediante “un’operazione riduzionistica dagli effetti deleteri, destinata in ultima istanza a confondere mezzo e fine, strumento e progetto”.

Sì perché l’economia, scienza umanistica, intesa come “regola di gestione della casa”, ha un orizzonte ben più ampio della “strumentalità funzionale” della finanza, ed è in contatto con le altre manifestazioni della socialità umana, prima tra tutte l’etica. Ciò la lega di conseguenza anche con la religione, e i due ambiti, seppur distinti, “si devono porre da angolazioni diverse al servizio dell’umanità”, concetto d’altra parte espresso chiaramente nei documenti pontifici più recenti come la Caritas in veritate e l’Evangelii gaudium.

Queste considerazioni presentano notevoli affinità con il pensiero di Luigi Sturzo, che anzi le formulò in maniera ancora più definitiva; la sua tesi può essere sintetizzata con l’assunto: chi pratica economia immorale pratica “diseconomia”.

Nella voce dedicata all’etica dell’economia del Lessico sturziano, Alfio Spampinato ci introduce ai principi della visione economica di Sturzo, il quale sostiene che l’economia morale, anche se fatta da non cristiani, è implicitamente cristiana (nel senso che la religione cristiana si occupa della morale oggettiva e intende definirne le modalità); ne deriva che una economia immorale, anche se fatta da cattolici, è implicitamente non cristiana o anticristiana. Non basta dunque sbandierare il proprio credo di appartenenza se poi la condotta è smentita dai fatti. Non solo, ma l’economia immorale non è propriamente economia: a somiglianza della politica, con cui è strettamente connessa, essendo fatta da uomini liberi può essere morale o immorale; tuttavia, una vera economia o è morale o non è da considerarsi neppure economia.

Infatti per Sturzo tale disciplina non è autonoma e dotata di un proprio finalismo, ma “partecipa alla natura e al finalismo delle forme fondamentali di socialità”, e quindi non può essere avulsa dal contesto familiare, politico, religioso. Contrariamente a quanti l’hanno eletta a legge unica della storia, ha valore solo in quanto attività umana, e in essa i valori umani, etici, psicologici e politici ne costituiscono la parte più importante. Insomma, non è la società che deve essere asservita all’economia, ma l’esatto opposto.

Dunque “l’atto economico non sarà più tale, se nella sua attuazione sarà inficiato da azioni di natura immorale, quali lo sfruttamento della mano d’opera, la cattiva esecuzione dell’opera, l’abuso delle risorse materiali e del denaro preso a prestito e così di seguito. Passo passo che l’uomo agisce, sia esso il ministro dell’economia di uno stato, sia l’imprenditore, sia l’operaio, sia il proprietario, nel violare la morale viola anche le leggi economiche, pur facendo atti singoli che presentano carattere di utilità”1. Quelli che la attuano pensano al priorio tornaconto, ma “il loro vantaggio personale, mancando di base morale, manca di base economica; è allo stesso tempo non-economia e immoralità2.

Una concezione, quella sturziana, che ribadisce la priorità del discorso etico su quello economico e finanziario, esprime una dura condanna del capitalismo selvaggio che ha governato il mondo finanziario degli ultimi anni e costituisce un orientamento stabile per il momento presente. Per questi motivi ci sembra un dovere richiamarla all’attenzione sia del mondo economico sia di quello politico contemporaneo, che finora si sono mostrati sordi – con quali risultati è sotto gli occhi di tutti – al monito “popolare” sturziano.

Marco Cecchini

1  Politica di questi anni. Consensi e critiche (1946-1948), vol. I, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2003, p. 189.

2  Id. p. 188.

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