Lo Stato della “Terra di mezzo”


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di Alessandro Corneli

Quando Winston Churchill, un’ottantina di anni fa, coniò l’aforisma secondo il quale la democrazia è un pessimo sistema di governo, ma tutti gli altri sono peggio, non aveva ancora potuto osservare il difetto più grave della democrazia, che è quello di rinnegare il suo principio fondante. Questo principio si riassume nel concetto di uguaglianza dei cittadini che ne fa i detentori della sovranità e, quindi, in grado di orientare la politica dello Stato. La realtà dimostra, invece, che la disuguaglianza (non solo economica) aumenta e, soprattutto, che a prendere le decisioni sono i più forti. Così la legge si riduce ad essere la manifestazione della volontà del più forte, di chi in un dato momento è il più forte.

La vicenda della scoperta della “mafia romana” conferma che lo “Stato di diritto”, su cui la democrazia si fonda e che a sua volta rafforza, è stato ridotto a vivere nella “terra di mezzo”, tra i poteri “forti” ufficiali, pubblici, e poteri “forti” clandestini, criminali. Le istituzioni – parliamo di consigli comunali, regionali, ma potremmo salire fino ai parlamenti o agli organismi internazionali e sovranazionali – sono diventate la stanza di registrazione delle volontà di questi due tipi di poteri che da esse, utilizzando diverse forme di pressione e ricorrendo ad alleanze non dichiarate e talvolta complicate da raggiungere, inducono a prendere quelle decisioni che tornano più a favore dei loro interessi.

Schematicamente, nulla impedisce che si stabilisca un’alleanza tra una multinazionale (potere forte ufficiale, pubblico) e una banda criminale che controlla un territorio per favorire i disegni di investimento (immobiliare, produttivo, commerciale) della prima. Le autorità locali – i municipi, i comuni, le regioni, le leggi dello Stato, gli organismi sovranazionali, ecc. – verranno poi a mettere il timbro dell’ufficialità e della legalità su un risultato ottenuto sul campo facendo ricorso semplicemente all’uso della forza sotto tutte le forme. Non era nemmeno questo il concetto di Statoarbitro del liberalismo. Siamo alla privatizzazione o subordinazione dello Stato all’alleanza dei poteri forti “alti” e “bassi”.

Le grandi multinazionali (produttive, commerciali e finanziarie) hanno giù istituito, a livello mondiale, un proprio circuito giurisdizionale; allo stesso modo che un’organizzazione criminale amministra la sua “giustizia” in un territorio circoscritto. Chi può opporsi alla loro alleanza e alla forza congiunta che ne deriva? L’amministratore pubblico che volesse fare l’eroe resistendo sia alle minacce sia alle tentazioni, potrebbe essere eliminato fisicamente senza difficoltà, ma più facilmente aggirato dai poteri sovraordinati che lo circondano con promozioni, rimozioni, trasferimenti o nuove leggi e regolamenti che ne rendono impotente o impossibile la resistenza.

Da tempo è di moda prendersela con la burocrazia: il premier italiano Matteo Renzi ce l’ha sia con quella italiana sia con quella europea. Per molti aspetti ha ragione. Ma il punto è che la burocrazia ha da sempre costituito l’esercito permanente dello Stato e la sua unica forza è stata la legge (di solito inappuntabile sul piano formale), che però è efficace se un giudice e un carabiniere sono pronti a farla rispettare. Ora, distruggere la burocrazia – che è cosa diversa dal mettere in mano al singolo cittadino un potere reale per proteggersi sia dai suoi abusi sia dalle sue omissioni – equivale a distruggere lo Stato, a schiacciarlo ancora di più in quella “terra di mezzo” dove si è ridotto.

In questa direzione vanno, naturalmente, le polemiche e il il discredito che ne deriva quando sono coinvolti i partiti, i sindacati, la magistrature, la forze dell’ordine, il governo, il parlamento, la presidenza della Repubblica. Chi è consapevole di che cosa ci attende alla fine di questo viaggio di demolizione dello Stato di diritto?

Commento di Giampero Cardillo

Condivido.

Di conseguenza occorre essere cauti nel dannare la burocrazia in quanto tale e non la sua degenerazione in una casta perennemente in vendita nelle “terre di mezzo” coincidenti con i templi “latomistici” o nelle trattorie alla amatriciana.

Gettare l’acqua sporca, va bene.

Ma prima stiamo accorti a togliere il bambino dalla bacinella.

I tribunali internazionali o di nazioni più forti potrebbero diventare pericolosi e alieni “mitici” risolutori di un problema che non si riesce a risolvere in patria.

I soldi “estorti” allo Stato argentino in default da un tribunale… newyorkese, a favore di uno speculatore internazionale, lo ha ben dimostrato pochi mesi or sono.

Servirebbe, invece, un allineamento delle normative bancarie, fiscali, civili, penali, amministrative e burocratiche che, come il caso Juncker-Lussemburgo ben dimostra, tardano a venire e rendono insicuri i conti economici di ciascun Paese. La contestata iscrizione in bilancio di somme recuperabili dalla elusione e dalla evasione fiscale avanzata l’altro giorno dal governo Renzi lo certifica.

Un Paese come il Lussemburgo, al pari di tanti altri, che “protegga” con norme lassiste molte pratiche fiscali elusive, ammantate di incredibile legalità, lo dimostra.

Questa straordinaria inchiesta romana, condotta da valenti magistrati e abilissimi investigatori italiani, deve incoraggiare la possibilità di opporsi efficacemente al riciclaggio e all’uso del danaro di origine criminale.

I commenti che si leggono oggi fanno pensare che questa inchiesta abbia solo sfiorato la “nuova” criminalità romana. Proprio come vari coraggiosi maxi-processi e maxi-inchieste del passato non hanno ridotto il giro d’affari della Criminalità Organizzata. Anzi è dimostrato che i soldi del crimine sono ormai ufficialmente considerati parte molto importante del PIL di molti Paesi europei, non solo dell’Italia, tanto da fare la differenza anche nella fissazione degli spread fra le varie economie.

È demenziale non voler abrogare, per riscriverla ex novo assieme all’Europa, i 273 articoli del Codice Appalti, sempre modificato (48 volte) e mai riconosciuto come demenziale nel suo insieme, facendo il gioco dei criminali. Non sono servite 6500 sentenze di TAR e dell’ex AVCP ad evitarne complesse applicazioni improprie e delinquenziali. Come non sono serviti i procedimenti in deroga a quella legge, che ci si ostina a conservare, anche quando se ne ravvisa per “decreto” l’inutilizzabilità ordinaria (Expo, MOSE, mondiali, eventi speciali e terremoti vari). Una legge che fu varata dopo “tangentopoli”, per evitarne un’altra, che invece ha prodotto una moltiplicazione normativa.

Non è perciò un caso che le trattative USA-EU sul libero scambio si sia inchiodata proprio sulla creazione di tribunali sovranazionali che regolerebbero gli scambi finanziari e delle merci. Sedi giudiziarie senza controllo in cui poter chiamare teoricamente in giudizio interi Stati per ciascuna transazione finanziaria e commerciale che verrà.

Occorre evitare che l’ottimo lavoro della Procura di Roma possa essere utilizzato per far fare passi avanti allo scoramento generale. Questo favorirebbe un trasferimento altrove, anche senza grandi garanzie di controllo, di competenze centrali per la vita di una grande Nazione Europea. Per il rispetto che si deve anche a quei coraggiosi magistrati e investigatori, oltre che per l’avvenire di noi tutti. Se lo statalismo è un errore che trattiene lo sviluppo e la democrazia, l’anarchia criminale, finanziaria e produttiva è la fine non solo del capitalismo, ma della società moderna.

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