Roma docet: la politica è l’insieme di cordate d’affari


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di Alessandro Corneli

Lo scoperchiamento della pentola della cosiddetta “mafia romana” mi offre l’occasione per fissare alcuni punti.

La questione morale

La questione morale non l’ha scoperta né inventata Enrico Berlinguer. Con il senno di poi, potremmo immaginare che, benché l’allora segretario del Pci la usasse contro la Dc per ottenere consensi elettorali, forse parlava pensando al fatto che essa riguardasse anche il proprio partito.

In un’intervista a Eugenio Scalfari, pubblicata su La Repubblica del 28 luglio 1981, Berlinguer sollevò la questione affermando che “i partiti non fanno più politica. I partiti hanno degenerato e questa è l’origine dei malanni d’Italia. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”… I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali… Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti”.

Ben detto, vero? Berlinguer non mancò di sottolineare la “diversità” del Pci. La sosterrebbe ancora oggi? Ma non è questo il punto. Il punto è che la sua “descrizione” dell’invasione delle istituzioni di ogni livello da parte della politica, per fare affari attraverso l’estensione della clientela (che poi porta voti), arrivava con 25 anni di ritardo dall’articolo di don Luigi Sturzo, pubblicato il 3 novembre 1946, su Il Giornale d’Italia, intitolato “Moralizziamo la vita pubblica” e con vari anni di ritardo rispetto a una ventina di articoli pubblicati da Sturzo tra quella data e il 10 agosto 1959, due giorni dopo la morte avvenuta l’8 agosto: quest’ultimo articolo, postumo, aveva per titolo “Economia e moralità”.

Nella sua battaglia politica, specialmente quando i partiti italiani raccolsero il potere dopo la caduta del fascismo, Sturzo mise in guardia, entrando in rotta di collisione con la Dc, dall’interferenza della politica – e quindi dello Stato che opera attraverso le forze politiche – nella vita economica. Gli rispose con strafottenza Ciriaco De Mita. Lo ricorda Giovanni Palladino, figlio di Giuseppe, l’economista che fu confidente, consigliere ed esecutore testamentario di Sturzo. Il 14 febbraio 1974, allora ministro dell’Industria, De Mita disse: “Il finanziamento dei partiti è un fatto stabile, una costante della vita pubblica italiana… Improvvisamente si scopre che l’Enel ha finanziato i partiti, come se non si sapesse che questo è fra gli obblighi, diciamo così sub-istituzionali, dell’Enel”. De Mita servì su un piatto d’argento la strategia che poi Berlinguer attuò con abilità, ma soprattutto scavò la fossa alla Dc e a tutti i partiti che condividevano la teoria degli obblighi sub-istituzionali di tutte le istituzioni pubbliche. Ma De Mita aveva ragione: il saccheggio di denaro pubblico per sostenere la politica è “una costante della vita pubblica italiana”. Infatti non c’è differenza tra la Prima, la Seconda e la Terza Repubblica. Tra De Mita che ammetteva e ratificava, e Renzi che si dichiara “sconvolto”, onore al primo!

La democrazia, i partiti e i soldi

Massimo Fini, su Il Fatto quotidiano di oggi, ha scritto: “Proprio perché basate sulla competizione fra partiti, le democrazie sono, storicamente e statisticamente, fra i regimi più corrotti del mondo. I partiti per competere hanno bisogno di soldi”. Se ha ragione chi dice che non si possono abolire le banche per evitare che ci siano le rapine in banca (e così pure le gioiellerie, le tabaccherie e quant’altro), i partiti non si possono abolire né si può abolire la democrazia. Fini conclude con una notazione significativa: “Se prima era la politica corrotta e corruttibile a dirigere le danze, adesso deve ubbidire alla criminalità cui si è strettamente intrecciata. Non solo a Roma, ma in tutte le Regioni del Paese e quindi nell’Italia intera”.

È facile dire: lo Stato (inteso in senso lato di tutti i poteri pubblici) resti fuori dall’economia. Ma lo Stato gestisce dal 35 al 50% o anche più del Pil: voglio dire che il suo intervento si ramifica, anche solo a livello normativo, in tutti i settori della vita economica e ogni legge finisce inevitabilmente per favorire alcuni e sfavorire altri, pur nella sua natura di “uguale per tutti”.

Oggi, sul Corriere della sera, Giuseppe Maria Berruti accusa lo Stato inefficiente di essere all’origine della corruzione e giustamente osserva che “la logica della buona amministrazione” dovrebbe impedire che di certi fenomeni debba arrivare ad occuparsi la giustizia penale. Il punto critico è che la “buona amministrazione”, incarnata teoricamente dalla burocrazia, è stata decapitata: al posto dei suoi vertici naturali, selezionati per concorso e per merito quanto agli avanzamenti, sono stati imposti vertici politici: ministri, sottosegretari con spartizione delle deleghe (ed eventuale loro moltiplicazione), alti dirigenti di nomina politica paracadutati sulla testa delle amministrazioni, ovvero personaggi tutti inevitabilmente e necessariamente politici, che rispondono ai rispettivi partiti, e ne curano gli interessi diffusi.

Non voglio dire che, senza tali vertici politici, le amministrazioni centrali e periferiche sarebbero immuni dalla tentazione della corruzione e della concussione, ma di certo quella burocrazia che volesse attenersi alle leggi e ai regolamenti (per quanto distorsivi possano essere le une e gli altri) non ha più le spalle coperte ed è costretta o ad alimentare le iniziative saltuarie della magistratura o ad opporvisi (per compiacere i politici).

La proliferazione della classe politica in senso ampio ha necessariamente ridotto lo spazio della burocrazia tradizionale (e idealizzata) fatta di servitori dello Stato, cioè delle leggi, che restano indifferenti ai mutamenti politici di vertice, anche se legittimati dal voto popolare. I criteri oggettivi – come quelli del rendimento o della ricerca di soluzioni più efficienti nell’interesse dei cittadini – sono stati accantonati per fare posto ai criteri soggettivi: l’appalto si dà a chi è più vicino al partito localmente dominante, e la burocrazia obbedisce, talvolta ricavandone qualche vantaggio. Quale ufficio tecnico è così indipendente nel tracciare una nuova strada da resistere alle pressioni politiche di chi vuole che passi nelle vicinanze di… piuttosto che nelle vicinanze di…? E via moltiplicando.

Occorrerebbe restaurare il profilo del burocrate “servitore dello Stato”, garantendogli poteri, competenze e garanzie. Dallo Stato in quanto Stato bisognerebbe togliere la politica, che oggi significa potere economico. Ma che cosa resterebbe dello Stato? È ovvio che la risposta sta nella concezione che la politica ha di se stessa: non più un mezzo per la conquista (e successione gestione) del potere, ma servizio al Paese attraverso proposte alternative. È attraverso la legge – non attraverso il mercato – che si possono indurre i cittadini a destinare maggiori risorse alla scuola e alla ricerca piuttosto che al gioco d’azzardo. Ne deriva che non basta risanare sul piano umano, cioè etico e culturale al tempo stesso, la pubblica amministrazione, ma anche la magistratura, le forze di polizia, il corpo degli insegnanti, il servizio sanitario, ecc. Prendersela con una singola casta quanto tutto il Paese è un groviglio di caste ha poco senso. Se si vuole ripulire un prato, non basta limitarsi a raccogliere le siringhe; bisogna raccogliere anche le cartacce, le lattine e le bottiglie, gli escrementi, le buste di plastica, le erbacce e i detriti naturali. E poi bisogna smaltire il tutto in modo corretto e proficuo, non nasconderlo sotto il tappeto. Tutti devono aprire gli occhi perché – e questo non va dimenticato – la democrazia è di tutti. Altrimenti la democrazia resta un sepolcro imbiancato.

Roma docet

Ecco quello che ci insegna il caso di Roma. Che occorre una rivoluzione integrale, dentro e fuori ciascuno di noi. Dimostra che Tangentopoli, berlusconismo e antiberlusconismo, lotta alla casta e alle corporazioni, austerità e riforme sono state operazioni di sviamento dai veri problemi italiani.

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