Cultura della legalità


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di Alessandro Diotallevi

In questi ultimi giorni, l’Italia è sembrata, stento a dire è stata, attraversata da un soprassalto di vergogna perché è venuta alla luce la circostanza che Roma, la capitale, nei suoi organi di amministrazione e negli strumenti gestionali che ad essa si riferiscono, parrebbe condizionata (formula rispettosa del principio di legalità) da bande criminali. Insieme alla vergogna scorre per la strada il fiume, talvolta vorticoso e capace di travolgere anche la verità, della reazione che si vorrebbe ora sostenuta dall’inasprimento delle pene, ora da vie di fatto più o meno violente.

In tutto questo, però, nonostante la varietà delle opinioni espresse e amplificate dalla stampa resta in penombra un elemento di analisi che contiene in sé un elemento di soluzione per debellare, nei limiti del possibile e per un certo tempo, la corruzione.

Diceva Craxi (non stupisca la citazione qui dichiaratamente strumentale), nel luglio del 1992, davanti all’Assemblea della Camera dei Deputati, che “c’è un problema di moralizzazione della vita pubblica che deve essere affrontato con serietà e con rigore, senza infingimenti, ipocrisie, ingiustizie… è tornato alla ribalta, in modo devastante il problema del finanziamento dei partiti, meglio del finanziamento del sistema politico nel suo complesso, delle sue degenerazioni, degli abusi che si compiono in suo nome… bisogna innanzitutto dire la verità e non nascondersi dietro nobili e altisonanti parole di circostanza che molto spesso e in certi casi hanno tutto il sapore della menzogna… i casi sono della più diversa natura, spesso confinano con il racket malavitoso e talvolta si presentano con caratteri particolarmente odiosi di immoralità e di asocialità”.

Ecco l’elemento di analisi cui facevo cenno: la consapevolezza della contiguità di alcuni istituti fondamentali della democrazia politica, (a tacere delle denunce sturziane che, è certo, ci sono più care e consideriamo più autentiche), mi riferisco ai partiti, con una vastissima pratica di violazione della legge penale, non ha determinato nessun fenomeno di cambiamento nella formazione della rappresentanza politica.

Quando Craxi ha parlato alla Camera, non dimentichiamolo, si era alla vigilia di una apparente primavera politica, con i cittadini che partecipavano massicciamente al dibattito, dettavano indirizzi attraverso i referendum, si esprimevano in larghissime maggioranze con il voto elettorale. Ciò che avvenne nelle elezioni del 1994, si è detto, fu la liquidazione di una classe politica, quella dei partiti artefici della lotta al fascismo, smarritasi nelle spire della corruzione e della concussione, personale e associativa. Venne scelta una nuova classe politica, fatta di partiti nuovi, sedicenti tali, e di partiti vecchi rinnovatisi nel nome, tutto al riparo di una chiassosa quanto inconcludente informazione.

Insomma, nel ’94, si avverava l’auspicio craxiano di un’inversione di tendenza rispetto ai tradizionali fenomeni politici e partitici di reticenza e menzogna. Lo diceva nei seguenti termini: “i partiti, se devono continuare ad esistere come elementi attivi della democrazia italiana ed europea sia pure in un diverso ruolo ed in diverse configurazioni, debbono essere posti di fronte a nuove regole impegnative ed utili a rinnovare e a far rifiorire la loro essenza associativa e democratica”.

Ce ne erano le condizioni. Un paese allora, come oggi, sull’orlo del baratro della crisi finanziaria finale, una voglia di riscatto e di partecipazione dei cittadini. Ma, in questi 20 anni non è cambiato nulla, e se non è cambiato nulla significa che gli attori istituzionali, cioè coloro che hanno la potestà legislativa, la potestà esecutiva e i connessi poteri materiali, disponibilità di enormi flussi finanziari di derivazione illegale, vastissima influenza nelle comunicazioni, utilizzazione del riciclaggio del denaro sporco in imprese tali da condizionare le politiche economiche, non hanno voluto cambiare nulla.

Il problema che la magistratura risolve, e che tutti sentiamo essere parte minima del problema generale della corruzione, è quello di scoprire, ogni tanto, ladri e ladracci, che operano con gli strumenti tipici dell’intimidazione mafiosa e con la violenza, che ostruiscono ogni canale di partecipazione democratica, talché molti cittadini perbene si ritrovano a spendere la loro generosità nel volontariato e nel privato.

Ma la magistratura non risolve il problema che Craxi nel suo famoso discorso ha riassunto in questa formula. “se gran parte di questa materia deve essere considerata materia puramente criminale allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale”.

Ingrandendo a dismisura la questione, questa, anche oggi tende a ridimensionarsi. Poiché abbiamo perfino il timore di essere considerati parte di un sistema criminale, anche solo nella veste di parte offesa, finiamo per accontentarci che siano scoperti un po’ di ladri e, se possibile, siano spediti in galera. Finiamo per accontentarci che siano approvate alcune nuove norme che inaspriscono le pene e, ove possibile, diano più tempo ai magistrati per intervenire.

Ma finiamo per dimenticare che di quella contentezza e di quella accettazione siamo già stati protagonisti in questi ultimi 20 anni. Alcuni ladri sono stati scoperti, molte leggi sono state approvate.

E allora abbiamo registrato la nascita degli organi di vigilanza, la fioritura dei modelli organizzativi, la elaborazione di modelli di prevenzione e repressione della corruzione (chi non ricorda la tardiva ratifica dell’articolo 6 della convenzione ONU contro la corruzione, oppure la ratifica degli articoli 20 e 21 della convenzione penale sulla corruzione?), l’ampliamento del sistema anticorruzione all’intera gamma dei delitti contro la pubblica amministrazione, la nascita dell’autorità nazionale anticorruzione, l’irruzione del responsabile della prevenzione e della corruzione, i piani di prevenzione, gli obblighi di monitoraggio, il responsabile della trasparenza, la pubblicazione delle informazioni, la codificazione delle norme dei contratti pubblici.

È mai possibile che nulla sia servito a debellare, si badi bene non a ridurre, l’impadronimento della libertà democratiche da parte di bande criminali. È mai possibile che queste abbiano operato dentro e subito fuori dei partiti, contrapponendo a norme forme aggiornate di criminalità, a uomini deboli (tali essendosi dimostrati rispetto ai fenomeni criminali) uomini e associazioni di uomini forti e determinati.

Ecco che dall’elemento di analisi appena accennato spunta un elemento di soluzione.

Se regole ed organismi non hanno impedito che Roma fosse preda facile della criminalità (e le prove erano sotto gli occhi dell’amministrazione e della politica, i campi rom abbandonati, trasporti inefficienti, decoro pubblico inesistente, nettezza urbana confinata nella memoria dei cittadini, atti inusitati di violenza amministrativa con corredo di minacce verso funzionari per bene) il problema non è costituito dalle regole. Il problema è che si è formato un sistema che tutto controlla e che con i flussi finanziari della corruzione nega la democrazia.

Un ex-presidente della Repubblica, come lo stesso Craxi ha ricordato nel più volte citato discorso alla Camera, aveva parlato “dell’apertura di quella grande confessione verso la quale avrebbe dovuto e dovrebbe aprirsi, con tutta la sincerità necessaria, tutto o gran parte almeno del mondo politico”.

Personalmente, alla luce dolorosa degli accadimenti, non credo che ci sarà una grande confessione. Credo, però, che il paese non sia rappresentato da una classe dirigente politica che assuma su di sé la responsabilità di una confessione. Magari a seguito non di una inchiesta parlamentare, bensì di una inchiesta affidata ad un organismo libero, formato su designazione popolare, tra uomini che godano di prestigio morale e di autonomia assoluta dalla politica. E che non sentano il bisogno di esserne cooptati.

È un problema di dimensioni gigantesche che può essere affrontato con una grande mobilitazione che sia figlia non, come sento dire, dell’imposizione della cultura della legalità, bensì della spontanea ricerca della legalità, alla luce dell’insegnamento sociale della Chiesa come di ogni altro insegnamento che abbia a cuore la libertà e la dignità della persona. Chi assumerà l’iniziativa sarà ricordato nella storia d’Italia.

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