Napolitano: mistero finale


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di Alessandro Corneli

A metà del suo discorso d’addio, teso a giustificare la sua azione e a spuntare le critiche che verranno mosse al suo novennato, ma per il resto del tutto scontato nei contenuti, Giorgio Napolitano – traggo il testo dal sito ufficiale del Quirinale – ha detto: “Gli Stati Uniti, da cui partì – anche per errate scelte politiche – la crisi finanziaria, conoscono un’impennata della ripresa già avviata e guardano all’Europa per uno sforzo corrispondente, benché in condizioni assai diverse”.

La frase è una premessa per tessere l’elogio di Matteo Renzi e della sua presidenza semestrale del Consiglio europeo, che per la verità ha suscitato ben pochi entusiasmi e ancor meno risultati, salvo le intenzioni. Inoltre la frase sembra elogiare gli Stati Uniti per l’impennata della loro ripresa, ma non può sfuggire il fatto che il presidente della Repubblica italiana, in omaggio alla verità storica, ha ricordato a tutti gli Italiani che la crisi era partita dagli Stati Uniti, paese-guida dell’Occidente e perno del capitalismo.

Ma in che modo? “Anche per errate scelte politiche”, questa la diagnosi presidenziale. Che va divisa in due parti: “Anche” e “per errate scelte politiche”. Sulla seconda parte, l’atto di accusa è al responsabile della politica americana degli anni in cui la crisi è esplosa, cioè tra il 2007 e il 2008, e quindi George W. Bush, repubblicano e pertanto un po’ lontano dalla visione quanto meno democratico-progressista di Napolitano. Fin qui, nulla di sorprendente. Ma bisogna interpretare la congiunzione “anche”, che si aggancia in due direzioni: una è politica, cioè il modo in cui il potere politico ha affrontato la crisi (ma, in verità, la linea di fornire liquidità alle banche tramite la Fed, avviata da Bush, è stata proseguita dal democratico Barack Obama); l’altra direzione è di natura strettamente economica: è infatti nel sistema economico-finanziario capitalistico che la crisi è maturata ed esplosa, e sarebbe riduttivo pensare che essa sia stata provocata solo perché il potere politico aveva incoraggiato la concessione dei mutui subprime, facile capro espiatorio per coprire i guasti provocati dalla finanza globale senza regole che ha attraversato le presidenze Reagan e Clinton.

Quindi Napolitano ha voluto concludere la sua vita politica con un atto di coerenza verso quell’ideologia che, seppure in forme garbate e moderate, aveva sempre professato ufficialmente: il marxismo nella sua versione di critica al capitalismo e secondo le linee profetiche del Manifesto del 1848.

Poiché le ciliegie vanno almeno a coppia, la critica al capitalismo ha finito per collegarsi alla critica al sistema democratico-liberale, almeno nella versione americana. È ben vero che gli Usa sono in una fase di ripresa, una “impennata”, termine non del tutto tranquillizzante. Non solo: essi “guardano” (termine sicuramente riduttivo, molto pensato, che è quasi sinonimo di “desiderano” o “vorrebbero”) all’Europa “per un sforzo corrispondente”, ovvero che segua la loro stessa strada.

Qui l’interpretazione è incerta. Non si capisce se Napolitano auspica che l’Europa segua la linea americana o se fa capire che gli Usa vogliono che la segua e cioè che vogliono imporre all’Europa un determinato comportamento, che poi si estende anche ad altre questioni internazionali. In altre parole non si capisce se, giunto al termine della sua vita politica, Napolitano consigli all’Europa di accettare l’egemonia americana o di prenderne le distanze. È improbabile che avremo una interpretazione autentica. Ma un indizio si avrà dalla scelta del suo successore al Quirinale.

Commento di Giampiero Cardillo

Sabato 3 gennaio Ernesto Galli Della Loggia e Adriana Cerretelli, all’unisono, sul Corriere della sera e su Il Sole 24 Ore, si spendono con accorate parole per una “Europa da sbloccare” perché:

–          non si può pensare di sopravvivere con una economia che cresce, come quella giapponese, dell’1%, nella “stagnazione secolare” ipotizzata da Larry Summers (ex segretario del Tesoro USA). Una situazione che pur vede gli USA crescere oggi del 5 % e il mondo del 3,33,7% e gli “emergenti” del 5,1-5,4%;

–          l’Europa può crollare; da continente win-win, simbolo di crescita e di benessere, a pianeta della stasi economica e delle divisioni, con la solidarietà a rischio e senza idee, come afferma l’ex ministro degli Esteri tedesco, Fischer, che vede nella crisi strutturale della governance EU la crisi delle sovranità nazionali. 26 milioni di disoccupati in EU sono certamente, esplosivamente euroscettici e a questi uomini e donne nulla si dice di concreto, che li faccia sperare. Anzi li “cavalcano”, senza sella, fantini inesperti, improvvisati, cangianti, privi di un itinerario che non sia il radicamento di sentimenti ostili, che ricordano un’Europa in guerra perenne, che sembrava dimenticata;

–          il ritorno (ciclico) del nazionalismo è la guerra! Come diceva già Mitterrand nel 1984 a Strasburgo davanti al Parlamento EU. I fatti “unitari”, la moneta unica, in sostanza, e l’iperattività certosina di commissioni tecnocratiche che seguirono a quel richiamo di Mitterrand alla realtà, furono soluzioni solo parziali, non decisive e in qualche modo aperte ad una contaminazione finanziaria globalista che ci ha rovinati. Oggi Draghi e pochi altri stanno cercando le parole per convincere ad una seconda svolta drastica: dobbiamo passare dal coordinamento ad un processo decisionale comune, cioè all’unione politica;

–          i sentimenti anti-europei si leggono fin troppo chiaramente, da troppo tempo, nella falsa solidarietà che viene offerta dall’EU alla soluzione di crisi piccole, grandi e gigantesche: una mancanza di visione del comune destino che inquieta e dispera chi la storia la sa leggere (e prevedere). C’è un vuoto culturale gravissimo che incombe sulla dirigenza europea e delle singole nazioni. Mancano figure di riferimento che sappiano rappresentare l’autorevolezza sperimentata e credibile. L’EU non è solo orfana degli Adenauer e degli Sturzo, ma anche dei Monnet che raccordavano fra loro i leader EU e l’EU con gli USA, con una visione lunga, adatta a grandi progetti, a grandi uomini. Forse il Presidente Napolitano a questa necessità faceva riferimento nel suo discorso, ben sapendo cosa c’è in gioco nelle trattative in corso per il nuovo patto transatlantico USA-EU: la vita o la morte di una civiltà europea;

–          non bastano programmi Erasmus per “fare l’Europa” e gli europei. Occorre una “stagione costituente radicale, audace”, sostiene disperato Galli Della Loggia.

Questo dicono due qualificati editoriali di due importanti giornali italiani, nel medesimo giorno.

Una rassegna stampa europea mostra la medesima farcitura di appelli senza progetto concreto, che rimanda ad altri l’onere di proporne come co-artefice della svolta.

Qui il dramma si confonde con la commedia.

La caccia al consenso politico, testato giornalmente dai sondaggi, confligge con la necessità di ottenere il seguito dell’appello accorato e documentato di Cassandre che vedono giusto nel futuro conoscendo benissimo il passato, ma non hanno il ruolo e la forza di essere di più: artefici della soluzione e non solo proclamatori del problema.

Possibile che il dopoguerra ha prodotto in Europa solo sbiadite figure di imprenditori, politici, uomini d’ingegno che alla competenza, che pur si dimostra a volte, non sappiano unire quella qualità aggiunta che Olivetti chiamava “competenza sociale” che portasse gli uomini migliori ad attivarsi per “servire e non servirsi” delle proprie competenze e dei privilegi del comando, come prescriveva Don Sturzo?

Gli ottimi editorialisti che ho citato potrebbero completare l’opera loro con la designazione virtuale di uomini e donne nei quali riconoscano validi motivi per “costringerli” pubblicamente a farsi avanti? L’informazione classica o moderna e i suoi migliori rappresentanti e operatori culturali hanno strumenti per farlo, al di là dei desiderata dei proprietari delle “fonti aperte” sulle quali scrivono?

Se si risponde di no, come ci si rassegna, magari, ad un orizzonte di nuove guerre totali, allora non resta che tapparsi le orecchie in attesa del botto finale.

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