Je ne suis pas Charlie


Jene suis pas Charlie main

di Giovanni Palladino

Premesso che a nessuna violenza verbale, scritta o fisica si deve reagire con l’omicidio di chi la compie, non voglio associarmi all’urlo più di moda del momento: JE SUIS CHARLIE! Il motivo è molto semplice: in questi giorni, per la prima volta, ho visto e letto decine di vignette pubblicate nel corso del 2014 dal settimanale “Charlie Hebdo” e la mia reazione è stata di ORRORE. Questa non è innocua satira, ma violenta promozione di odio dissacrante non solo contro chi professa una fede religiosa, ma anche contro il puro e semplice buon senso.

Una simile “libertà” indecente e controsenso non dovrebbe essere legalmente ammessa e infatti la legge – un po’ in tutti i paesi del mondo – fornisce gli elementi di difesa a chi si sente offeso da questa “licenza” degradante, che calpesta i valori più importanti per un essere umano, i valori dello spirito.

Mi domando con orrore quale libertà d’espressione si vuole non solo difendere, ma ora addirittura promuovere e “festeggiare” con la tiratura straordinaria di un milione di copie del prossimo numero del suddetto settimanale, quando in due recenti copertine orrende si è scritto “Le Coran c’est la merde” e si è pubblicata una immagine scandalosa e blasfema della SS. ma Trinità!? Possibile che a un tribunale francese non sia mai arrivata una denuncia contro tanto scempio (e violenza concettuale) della libertà d’espressione?

Chi vuole opporsi all’invasione islamica deve prima avere il buon senso di opporsi al “laissez faire, laissez passer” di una falsa e pericolosa cultura del “tutto è lecito in nome della mia libertà di pensiero”. Per questo non mi sento affatto “Charlie”, anche se umanamente mi dispiace per le vittime dell’evento e a maggior ragione per le vittime innocenti. Al fanatismo di chi urla “Allah è grande” nell’uccidere chi lo ha offeso non si deve opporre un altro tipo di fanatismo (“Je suis Charlie”), perché non si fa altro che aggiungere nuova benzina sul fuoco. È una reazione emotiva e irrazionale.

Cosa direbbe oggi Luigi Sturzo nel giudicare questa ennesima tragedia della “cecità” umana? Credo che ci direbbe di leggere il suo libro “La comunità internazionale e il diritto di guerra” scritto in esilio a Londra nel 1926.

È un libro che contiene una grande verità, che da sola spiega perché sino a oggi il mondo è stato colpito da guerre continue; ma allo stesso tempo questa verità ci offre la speranza che un giorno sarà possibile eliminare il “diritto” di guerra.

La grande verità sturziana è implicita nel significato stesso della parola “comunità”, che per il Dizionario Palazzi indica “un gruppo sociale i cui componenti condividono tradizioni, idee o interessi e che agisce come un tutto organico” (concetto, questo, molto caro ad Adriano Olivetti e sul quale 20 anni più tardi imposterà tutta la sua filosofia politica e operativa, avvicinandolo al pensiero sturziano).

Purtroppo nel corso dei secoli non solo la comunità internazionale, ma anche tante comunità locali e nazionali sono state dominate da tradizioni, idee e interessi non condivisi e spesso conflittuali, che hanno tolto organicità e pace al vivere in comune. Non si è vissuti in “comunione” ma in “disunione”, anche e soprattutto per il prevalere dell’egoismo, della prepotenza e dell’avidità di ristrette classi dirigenti. Queste hanno lasciato nell’ ignoranza e quindi nella povertà i loro sudditi, considerati come “oggetti” e non come soggetti della società. Il diritto di guerra o addirittura la guerra giusta erano spesso proclamati e giustificati a difesa degli esclusivi interessi di quelle classi dirigenti. Inutile sottolineare quanto sia stata per nulla organica e cristiana una simile “non comunità” locale, nazionale e internazionale.

Da dove nasce la speranza? Per Sturzo nasce dalla natura razionale dell’uomo, che prima o poi capirà la profonda irrazionalità e immoralità del “viver come bruti” tra guerre e divisioni continue, mentre Dio ci ha creato “per seguir virtute e conoscenza”, come ci ricorda Dante per bocca di Ulisse. Il sacerdote di Caltagirone, nel suo ottimismo di cristiano convinto, vedeva la Storia come una realtà in evoluzione, anche se egli parlava sempre di “processo” storico e non di “progresso” storico. Il concetto di progresso, egli diceva, implica una tendenza positiva continua, ma la Storia non segue mai una linea retta in ascesa, perché la natura razionale dell’uomo (la retta ragione) è spesso fuorviata da cause pseudo-razionali o irrazionali. Pertanto il progresso dell’umanità viene spesso interrotto da queste cause negative, per poi riprendere la sua strada evolutiva con il prevalere della retta ragione.

Il massimo dell’irrazionalità è il vivere in guerra, mentre il massimo della razionalità è il vivere in pace. Nel libro scritto nel 1926 Sturzo profetizzò che sarebbe venuto il giorno in cui la retta ragione dell’uomo sarebbe riuscita a creare le condizioni per vivere tutti in un clima di pace, con la ragione morale non più “suddita” della ragion di Stato e della ragione economica.

Mai le sole forze economiche o i soli propositi politici – egli scrisse nel suo libro – hanno potuto influire sulla psicologia dei popoli senza il pungolo, la spinta e l’aiuto delle forze morali. Queste trasformano le stesse attività economiche e politiche, elevandole a un ordine superiore e dando a esse l’impronta della propria grandezza”.

Nel pensiero sturziano la forza morale rappresenta la solida pietra d’angolo dell’agire umano. Nel corso della Storia l’uomo ha costruito tanto e bene, dove ha posto la forza morale alla base del suo agire, mentre ha distrutto tanto, dove questa forza è mancata. Costruzioni grandiose solo di facciata, ma prive della forza della retta ragione (che sta alla base dell’azione morale), sono poi miseramente crollate travolgendo tanti uomini potenti e i loro popoli, “loro” perché considerati di proprietà del potente di turno. La Storia è purtroppo un chiarissimo libro aperto su queste verità.

A chi lo accusava di utopia per questa sua “visione” positiva del processo storico, egli rispondeva che nel 1860 anche la fine della schiavitù nel Sud degli Stati Uniti poteva sembrare un’utopia. E avendo profetizzato negli anni ‘40 la fine del comunismo, se oggi Sturzo fosse vivo, potrebbe dire che sino al 1989 molti consideravano un’utopia il crollo del muro di Berlino. Egli credeva fermamente nella seguente legge naturale: TUTTO CIO’ CHE VA CONTRO LA RETTA RAGIONE, PRIMA O POI È DESTINATO A CROLLARE. Dopo tanti fallimenti, l’uomo capirà.

E un giorno anche l’irrazionale divisione tra fedeli e infedeli (da cui nasce l’incredibile concetto di guerra “santa”) sarà destinata a crollare. In questa “visione” ci incoraggia quanto affermato di recente da molti musulmani moderati: “È tempo di dimostrare che Islam vuol dire tolleranza, pace e amore, concetti che si possono estrarre ampiamente dal Corano”. Più che pensare alla guerra santa, il mondo islamico – come d’altronde anche il mondo cristiano e qualsiasi altro mondo religioso o politico – deve educare tutti, e soprattutto le future classi dirigenti, al rispetto della dignità della persona e quindi dei diritti umani.

C’è bisogno di una vera rivoluzione culturale, che va portata avanti sul fronte dell’impegno personale costruttivo e sul fronte del buon governo; questo ha innanzitutto il compito di creare le condizioni favorevoli per il libero svolgimento di quell’impegno, sostenuto – secondo il pensiero sturziano – dai due pilastri sui quali si regge lo sviluppo civile della società: COMPETENZA E MORALITÀ. Non ci vorranno secoli per realizzare questa ennesima utopia, ossia per arrivare agli STATI UNITI DEL MONDO, a quel “ONE WORLD” profetizzato da Sturzo nel suo più importante libro: “La vera vita, sociologia del soprannaturale”. C’è un vero abisso tra questi concetti positivi, che aprono alla speranza, e la matita velenosa, per nulla satirica, di “Charlie” che alimenta l’odio omicida di menti folli e pretende di godere della libertà di stampa.

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