Una democrazia “di tutti”: il sogno – ancora lontano – di Adriano Olivetti


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Costruire le istituzioni della democrazia”: l’ultimo libro di Sergio Ristuccia, recentemente scomparso (leggi il comunicato stampa del ministero dell’Economia), rivela immediatamente l’intento dell’autore, che attraverso “La lezione di Adriano Olivetti, politico e teorico della politica” (così recita il sottotitolo) intende presentare una serie di riflessioni e di indicazioni sulla strada da seguire per intraprendere una riforma della politica italiana.

La lezione dell’imprenditore di Ivrea viene riproposta non solo come modello teorico ed etico, ma come vademecum di “indicazioni e prescrizioni per i soggetti isitituzionali e collettivi della democrazia nelle forme in cui si presenta e vive agli inizi del XXI secolo”. Una lezione “sull’impegno a costruire e ricostruire con serietà e onestà intellettuale le istituzioni della democrazia”.

Nell’introduzione viene rilevata l’importanza attribuita da Olivetti ad alcuni atteggiamenti che si trasformeranno poi nei cavalli di battaglia della “mentalità populista”: in primis l’insofferenza verso “i professionisti della politica politicante o della politica della conquista e del mantenimento del consenso elettorale”; seguono la polemica contro i partiti e l’insoddisfazione per le istituzioni parlamentari. Tuttavia, la risposta di Olivetti a questi “punti critici della democrazia contemporanea” non va nella direzione “di un comodo assecondare lo spirito populista con semplificazioni che portano al suicidio della democrazia stessa”. Al contrario, mira all’attivazione di una democrazia che sia veramente “di tutti”, e che includa “una maggiore e più capillare istruzione per i cittadini, un processo adeguato di formazione e selezione della classe politica al fine di affrontare varietà e difficoltà delle singole politiche (le policies), nonché uno scrutinio popolare attento alle qualità di chi esercita le funzioni politiche, una forte scansione ed insieme una ragionevole integrazione dei livelli di governo”. Una azione dunque di approfondimento, stabilizzazione e coesione che nulla ha a che vedere con “la politica come propaganda e ultrasemplificazione mediatica”.

Ciò significa in primo luogo promuovere una maggiore e più consapevole partecipazione: se è vero che il libero voto popolare è il pilastro della democrazia, è anche vero che “non tutto può corrispondere al suffragio universale né, come succedaneo, ai sondaggi continui”. Il dibattito pubblico “deve essere favorito e alimentato al massimo sulla base di informazioni ricche, rigorose, prive di ogni compiacenza”. In questo senso “il regime di libertà dei mass media e la qualità degli addetti ai lavori (per molti aspetti e a certi livelli, vera classe dirigente) sono questioni centrali per il buon funzionamento della democrazia”.

C’è poi la questione fondamentale dei partiti, il cui ruolo consiste nell’organizzare la partecipazione dei cittadini al dibattito pubblico, nel creare consensi sulle scelte principali della Politica e nel motivare e controllare la classe dirigente. Tuttavia, essi non possono detenere l’esclusiva su queste funzioni, perché in questo modo si impossessano impropriamente dell’intero processo di elaborazione delle politiche pubbliche e si trasformano in piattaforme di sostegno di limitate oligarchie (qui entra in ballo il concetto di “partitocrazia”). Sul versante opposto, la crisi di influenza dei partiti può generare spazio per una “scatenata azione dei gruppi di interesse e di lobbies più o meno mimetizzate”.

Partendo dalla constatazione che “la crisi della società contemporanea rivela una tragica dissociazione tra cultura e politica”, Olivetti dichiara la necessità di individuare, formare e organizzare una élite politica costituita da uomini che sentano profondamente la vocazione della cosa pubblica intesa come missione sociale: “l’attività politica e la buona gestione pubblica hanno bisogno di una classe dirigente del miglior profilo possibile: ben preparata, dotata di buone capacità di ascolto della società nelle sue varie istanze, e di considerevoli capacità di proposta e di sintesi. La classe dirigente deve saper esprimere leader autorevoli in grado di orientare, con stile dialettico e mai autoritario, l’opinione pubblica”.

Sulla base di queste premesse, egli propone la creazione di una rete di istituzioni dedicate alla formazione della classe dirigente che fanno capo a un organismo di coordinamento, l’Istituto Politico Fondamentale, inteso come “la stanza di compensazione, di confronto e di aggiornamento critico delle culture e dei saperi di cui la Politica e le funzioni pubbliche si alimentano e hanno bisogno”.

Altro punto fondamentale della visione olivettiana è la sua battaglia a favore del decentramento amministrativo: “In democrazia la scala dei livelli di governo, cioè dei procedimenti propri delle decisioni collettive, parte dal basso, cioè dall’organizzazione della popolazione sul territorio”. Le comunità locali rappresentano dunque il nucleo della democrazia e “fondano lo Stato. E non viceversa”. Da qui la necessità di strutture decentrate che diano il via a una democrazia di tipo federativo, tema strettamente affine alla concezione della politica “dal basso” di matrice sturziana: ne è la prova la lotta combattuta dal sacerdote siciliano contro lo “Stato accentratore”, che nella sua sete di potere e di controllo immobilizza e vanifica il ruolo delle realtà locali.

Ma non è il solo punto in comune con don Sturzo. Entrambi condividono infatti una visione economica di tipo liberale ma soggetta all’imperativo etico, in cui la libertà di iniziativa, “motore fondamentale di progresso sociale” e la competizione, che rappresenta anche una garanzia degli interessi dei consumatori, non sono le sole leggi a cui attenersi: “l’economia non è soltanto concorrenza. E non è nemmeno ricerca dei massimi profitti. La società ha bisogno di un sistema economico più complesso che comprende ampie aree di economia cooperativa, di imprese sociali, di organizzazioni non profit e di fondazioni erogatrici ma talvolta titolari di impresa”.

Si tratta di una visione estremamente moderna – d’altra parte proviene da un imprenditore che aveva reso l’Italia protagonista dello sviluppo tecnologico del secolo scorso – che sta nuovamente affiorando nelle recenti forme di “economia etica”. Più che una sfrenata corsa verso il “nuovo”, ci sembra opportuno riprendere e rimeditare queste “lezioni” che hanno ancora molto succo da offrire a una Italia assetata di buona politica, buona economia, buona cultura.

Marco Cecchini

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