Profondità e verità del popolarismo sturziano


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Una fonte preziosa, anche oggi, della ‘lezione possibile’ del cattolicesimo politico”: questo il giudizio riservato al pensiero di Luigi Sturzo da Giuseppe Ignesti, professore emerito di Storia delle relazioni internazionali alla Lumsa, in una intervista pubblicata sul sito della testata Il domani d’Italia (“Il popolarismo è una riserva etica della nostra democrazia”, di Lucio D’Ubaldo). Ignesti interpreta il popolarismo come “il progetto che incarna il senso più profondo della partecipazione dei cittadini, del loro desiderio e interesse a plasmare il progresso civile” e che “costituisce una riserva tuttora valida per dare alla democrazia energia e sostanza”.

Certo la lezione sturziana, nata in un dato contesto storico-politico, va in certo modo aggiornata al presente, tralasciando le questioni non più attuali e riprendendo quelle di interesse corrente. Tra le tante, il professore ricorda il concetto di “aconfessionalità”, a suo tempo necessario per stabilire l’autonomia dei laici in politica di fronte all’autorità della Chiesa, e oggi anche più importante “come archetipo ideale nell’opera di contrasto all’esplosivo fenomeno del fondamentalismo politico-religioso. Una forza politica che ritornasse, appunto, alla lezione di Sturzo sulla ‘aconfessionalità’ ne potrebbe ricavare feconde motivazioni per un progetto di ‘interazione’ tra orientamenti ideali e costumi diversi, sempre nel rispetto di una superiore capacità di sintesi dell’autorità dello Stato”.

In un periodo connotato da “scarsa propensione al recupero di solidi ragionamenti che attingano alle grandi esperienze della storia politica del nostro Paese”, il popolarismo condivide il rischio di una comunicazione troppo immediata e semplificata tipica della “società liquida”, in cui la profondità del contenuto è sacrificata sull’altare dello slogan a effetto. Per Ignesti, Il “punto debole” nella attuabilità della visione popolare sta proprio “nella fiducia riposta con soverchia generosità nel metodo del dialogo e della partecipazione, come pure nella difesa dei meccanismi diretti a garantire l’equilibrio dei poteri”. Giudizio che non intacca la validità dell’approccio popolare, caratterizzato da “profondità e verità”, ma rivela piuttosto la decadenza di una classe politica incapace di sollevarsi al di sopra dei propri interessi.

Tuttavia, a dispetto delle circostanze – o proprio in ragione di queste, diremmo noi – Ignesti considera la bontà “di un nuovo progetto politico intriso di fervida e consapevole sensibilità cristiana. Qui risiede il nucleo di ‘resistenza’” di un popolarismo ovviamente “aggiornato, capace di aperture e innovazioni, non legato dunque alla mera ripetizione di ciò che è stato”. Per il professore ciò è possibile, perché la riserva etica di questa tradizione di pensiero “è indispensabile a far sì che nel processo di cambiamento, ora più che mai urgente, agisca un dato di coerenza e realismo a salvaguardia della stessa tenuta morale della nazione. Questa, in sintesi, è la qualità incorrotta del riformismo di matrice sturziana”.

Marco Cecchini

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