Elezioni in Grecia: in ballo l’Europa, non l’euro


CRISIS-1

di Alessandro Corneli

Non è la prima volta nella storia che la piccola, e generalmente povera, Grecia si batte contro una superpotenza. Accadde venticinque secoli fa, contro la superpotenza dell’epoca, l’Impero Persiano, con il suo esercito di un milione di uomini, mille navi e soprattutto una quantità infinita di oro. Fu però una vittoria effimera, nonostante le fulgide imprese di Maratona e di Salamina. Alla fine, le divisioni interne indebolirono la resistenza della Grecia, che non solo finì nell’orbita persiana, ma poi in quella macedone e infine in quella di Roma. Ma con una differenza importante: Alessandro il Macedone si sentiva greco e voleva che la grecità lievitasse una cultura universale; quanto a Roma, la sua simbiosi culturale con l’Ellade passava per un riconoscimento dei valori ellenici tanto che, alla fine, trasportò là l’Impero.

È evidente che l’Europa non può costruirsi nell’uniformità, ma solo sommando e integrando le ricche diversità che la compongono. Anche la Cina – due volte e mezzo più popolata della Ue – ha abbandonato l’uniforme maoista. L’euro può essere la divisa dell’Europa? Sì, ma a condizione che non diventi soffocante. E questa condizione, finora, non l’ha rispettata. E non poteva rispettarla poiché l’euro avrebbe dovuto essere la conclusione di successive unioni: doganale, fiscale, bancaria, amministrativa, politica, e non la loro premessa, che si è trasformata in un percorso forzato e ricattatorio dove i più deboli e i meno organizzati non sono stati in grado di sostenere il passo. Questo non significa che si debba essere compiacenti, ma non giustifica la formula semplificatoria per cui “ciascuno deve fare i compiti a casa”. Anche in un istituto scolastico di altissimo livello, in ogni classe ci sono differenze tra chi è più bravo nelle materie scientifiche e chi è più bravo in quelle umanistiche. L’eccellenza dell’istituto deriva dal fatto che valorizza gli uni e gli altri e non penalizza una parte rispetto ad un’altra.

La Bce ha lanciato un QE superiore alle previsioni. Gli elettori greci hanno decretato la vittoria di Syriza (Sinistra) di Alexis Tsipras al di sopra delle previsioni.

In dettaglio: Syriza ha ottenuto il 36,34% dei voti e 149 seggi (2 meno della maggioranza assoluta che è di 151 seggi). Al secondo posto Nea Dimokratia del premier uscente Antonis Samaras col 27,81% e 76 seggi (nel 2012, aveva ottenuto 129 seggi). Sette partiti, superando lo sbarramento del 3%, entrano in Parlamento. Il partito di estrema destra Alba Dorata conquista il terzo posto con il 6,28% e 17 seggi. Ottiene 17 seggi anche Potami (centro-sinistra), il partito accreditato come uno dei possibili alleati di Syriza per la formazione del nuovo Governo, con il 6,04% dei consensi.Segue il Partito comunista di Grecia col 5,47% e 15 seggi. Appaiati infine con 13 seggi i Greci Indipendenti (centrodestra: 4,75%) e il Pasok (socialisti: 4,68%). Hanno partecipato al voto 6.324.963 elettori sui 9.902.915 aventi diritto, facendo registrare un’astensione del 36,14%. Da ricordare che al partito che ottiene più voti viene assegnato un premio di maggioranza di 50 seggi, ovvero un sesto del totale.

Qual è il punto? Tsipras non intende portare la Grecia fuori dall’euro; sarebbe sbagliato attribuirgli questa intenzione. L’euro non cadrà a causa della Grecia, la cui economia pesa troppo poco nell’Eurozona, ma per una decisione dei mercati finanziari internazionali, se e quando lo riterranno opportuno (per i loro interessi), prendendo come scusa la Grecia. Il successo di Tsipras rappresenta una denunzia popolare (democratica) della politica di austerity che praticata negli ultimi quattro anni da Bruxelles e Francoforte nella convinzione che solo con l’austerity sarebbe stata preservata la moneta unica mentre, al contrario, la sopravvivenza dell’euro è legata alla performance economica dell’Europa.

Il risultato delle elezioni in Grecia, quindi, non è un segnale lanciato alla tecnocrazia della Bce ma ai leader politici, soprattutto a quelli dei maggiori Paesi, affinché riprendano in mano il futuro dell’Europa. La prima reazione arrivata dagli ambienti della Bce non è incoraggiante: “la Grecia deve rispettare gli impegni” (finanziari). Una tale rigidità non può che favorire la speculazione finanziaria internazionale. È (sarà) controproducente. Non saranno i 60 miliardi di euro di liquidità messi a disposizione ogni mese dalla Bce, a partire da marzo, a “rilanciare” l’Europa politica. E sbagliano i leader politici europei a credere nelle virtù miracolistiche di questa decisione della Bce. Sbagliano a nascondersi dietro i burocrati. E sbaglierebbero se non cogliessero l’occasione fornita dal voto greco – che è un voto politico e non tecnico – di rispondere in modo politico. Non ha senso che il leader dell’Europa sia il presidente della Bce e non il presidente della Ue. Sotto questo aspetto, chi è venuto meno al proprio ruolo “politico” è stata proprio Angela Merkel, che si è limitata a un ruolo di mediazione tra Bundesbank e Bce, cioè tra due organismi tecnocratici, senza elevarsi a una visione politica dell’Europa.

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