Liberi e Forti per amministrare con efficienza una città


don_luigi_sturzo

di Marcello Figuccio

Il racconto delle righe che seguono sull’attività amministrativa di Luigi Sturzo sono state il faro dell’azione di opposizione dei consiglieri comunali del movimento “Servire Ravanusa” e del suo progetto di creare lavoro attraverso la nascita della “Società agricola Terra dei Saraceni S.r.L.” del 13 novembre del 2004.

Luigi Sturzo, o meglio don Luigi Sturzo, fu pro-sindaco di Caltagirone per lunghi 15 anni e credo si possa sottolineare che tale attività rivestì per il sacerdote catalino un ruolo fondamentale nel suo “paziente, metodico e instancabile” percorso di vita.

Egli disse a Gabriele De Rosa, suo biografo “…non capiscono niente coloro che sottovalutano questa mia attività.”.

In verità nel suo scarno, incisivo e pragmatico APPELLLO AI LIBERI E FORTI del 18 gennaio 1919 possiamo renderci conto che uno dei capisaldi di quell’appello fu proprio il concetto di Autonomia e decentramento dell’ente locale: aspetti di un programma innovativo per uno stato veramente moderno, egli affermò: “…Ad uno stato accentratore tendente a limitare e regolare ogni potere organico e ogni attività civica individuale, vogliamo sul terreno costituzionale sostituire uno stato veramente popolare che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali – la famiglia, le classi, i comuni – che rispetti la responsabilità individuale e incoraggi le iniziative private… invochiamo l’autonomia comunale, la riforma degli Enti provinciali e il più largo decentramento delle unità regionali…”.

Quell’appello di 80 anni fa fu il frutto di una lunga esperienza politica e sociale che iniziò fin da quando Sturzo divenne sacerdote (nel 19 maggio del 1894) e subì una forte accelerazione quando nel 1895 s’impressionò nello scoprire “miserie inaudite” nel quartiere operaio dell’antico ghetto di Roma.

Egli scoprì l’ingiustizia sociale e da allora si impegno senza mai risparmiarsi, con perseveranza e metodicità, nel campo dell’organizzazione economica e sociale.

In questo senso egli fu un uomo concreto e si prodigò per creare occasioni di lavoro e cominciò dalla sua Caltagirone: inserì nella sua battaglia municipalista un gruppo di cattolici che si contrapposero ai grandi latinfondisti e ai gabellotti che poco interesse mostrarono all’ammodernamento di un sistema agrario allora molto arretrato.

Fondò il 3 ottobre 1896, insieme ad altri 16 cattolici, la “Cassa rurale S. Giacomo” che ebbe una influenza importante per Caltagirone, all’inaugurazione egli disse ”…cerchiamo nelle nuove costituzioni i mezzi per sostenere la turba che grida: pane e lavoro”.

L’obiettivo fu quello di aiutare i contadini, i commercianti e gli artigiani, in pratica la piccola proprietà, a diventare LIBERI e FORTI sfuggendo alla stretta mortale dell’usura e allo sfruttamento del gabellotto, l’intermediario tra il latifondista e il contadino al quale poco rimaneva per ammodernare la proprietà su cui lavorava.

Fece sorgere una fabbrica di turaccioli nella quale sperimentò la partecipazione operaia agli utili (il 70% di questi vennero distribuiti agli operai); organizzò un movimento per la modifica dei patti agrari e diffuse le cooperative di lavoro agricole per condurre i latifondi mirando a sopprimere la mediazione sfruttatrice del gabellotto e a favorire la piccola proprietà.

Nel marzo del 1900 fu costituita la “PICCOLA INDUSTRIA DI S. ISIDORO” una cooperativa agricola di lavoro: una grossa novità per quei tempi. Essa affittò un ex feudo di 900 Ha di Pietre Rosse Soprane che venne suddiviso in 133 quote distribuite ai soci della cooperativa perché le coltivassero individualmente.

In questa operazione intervenne, naturalmente, la “Cassa Rurale S. Giacomo” la quale si accollò l’intero affitto (che venne poi caricato ratealmente sui soci) e finanziò l’acquisto di un sostanzioso numero di bovini. Interessante intervento che venne fatto sulla base di criteri di potenzialità delle aziende seguendo la strada dell’ammodernamento di questi grandi latifondi per favorirne lo sviluppo. D’altro canto si tentò di rompere il predominio di natura mafiosa dei CAPRAI cercando di eliminare l’abusivismo dei pascoli.

La cooperativa Isidoro fu una grande scuola di socializzazione per i contadini che fino a quel momento vissero isolatamente e quindi con poca forza contrattuale:

– Sostenne, il costituendo Consorzio Agrario Siciliano promosso, nella provincia di Catania, dalla ditta FLORIO che propugnò un interessante piano di campi sperimentale.

– Istituì la “SCUOLA PRATICA DI AGRICOLTURA” per favorire l’istruzione della classe agricola incentivando riforme sulla raccolta dei foraggi e su quella del fieno.

– Si favorì l’apertura di un stabilimento enologico per migliorare la qualità della produzione vinicola.

Caltagirone viene considerata oggi la “La Faenza della Sicilia” per le sue tradizioni di arte sulla plastica e sulla ceramica e Sturzo incoraggiò questo settore fondando la Scuola di Ceramica che porta il suo nome: oggi entrando in Caltagirone, nella piana prima di salire in centro, si notano diversi stabilimenti di ceramica famosi nel mondo. Impedì inoltre la quotizzazione nel bosco S. Pietro incrementando la produzione di sughero e oggi il sughereto di S. Pietro di Caltagirone è considerato il più efficiente d’Europa.

Molte cose vi sono da dire sull’attività municipalista di Sturzo ma mi voglio fermare qui; vorrei solo far rilevare che Sturzo in tutta la sua azione politica amministrativa mostrò una competenza sorprendente: vorrei far rilevare come egli cambiò volto nel settore dell’edilizia presentando nel 1907 il piano regolatore e facendo opere che divennero le più belle e meritevoli di ammirazione.

Non credo ci sia altro da dire ma Sturzo si trovò di fronte a innumerevoli difficoltà nell’avviare le sue azioni come sindaco, non dobbiamo dimenticare che a Caltagirone Sturzo si trovò di fronte ad una realtà economica di estrema arretratezza con contratti agrari aventi rapporti semifeudali che non consentivano la redditività del lavoro e mancava qualsiasi incentivo atto alla modernizzazione del settore agrario attraverso nuove tecniche agricole: mancavano capitali ed egli li procurò attraverso la costituzione di una banca, come abbiamo detto.

Ma non era solo questo, l’ambiente che contrastava Sturzo era dominato da un partito affarista e dalla mafia che, come egli disse a suo tempo “…stringe nei suoi tentacoli giustizia, polizia, amministrazione, politica; di quella mafia che oggi serve per domani essere servita, protegge per essere protetta, ha i piedi in Sicilia ma afferra anche a Roma, penetra nei gabinetti ministeriali, nei corridoi di Montecitorio, viola segreti, sottrae documenti, costringe uomini creduti fior di onestà, ad atti disonoranti e violenti.”.

È sorprendente come questa frase possa essere scritta nei tempi odierni, questo tentacolo mafioso sembra abbia preso più vigore alle soglie del XXI secolo e Sturzo ebbe sentore di questa escalation e in punto di morte affermò quasi singhiozzando: “La mia Sicilia non è stata sempre quella ch’essa è oggi. Si, anche una volta c’era la mafia, ma si trattava di piccoli intrighi ai margini dei mercati e delle grandi affittanze agrarie. Ora però che il potere economico della politica si espande ovunque, la Sicilia minaccia di essere corrotta e rovinata da una mafia più moderna, più agguerrita e più diffusa. È la mafia degli statalisti e dei dirigisti, la quale confonde a proprio profitto la politica con l’economia”.

Vorrei sottolineare che la vera essenza di Luigi Sturzo è quella di essere un sacerdote che ha sacrificato la sua vita per amore degli altri e non per se stesso, egli disse:

La mia missione è stata quella di portare la vita spirituale nella vita politica. Ho fatto tutto e sempre per amore di Gesù Cristo”.

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