Partecipazione: la chiave per cambiare – insieme – la realtà


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La “partecipazione” è la condizione intersoggettiva, sociale e politica, che permette una piena autorealizzazione all’interno dell’esperienza umana: è la tesi che Vincenzo Rosito, docente di Filosofia teoretica presso la Pontificia facoltà di Teologia, propone nel suo contributo “Verso una teologia politica della partecipazione” pubblicato sull’ultimo numero della Rivista lasalliana, trimestrale di cultura e formazione pedagogica.

Nella prima parte, “Gli abiti nuovi dell’alienazione”, Rosito parte dalla premessa che “la crisi che il mondo globalizzato sta attraversando non può essere ridotta alla sola componente economico-finanziaria da cui è stata generata”, e che la situazione attuale designa “un contesto in cui le strutture sociali convivono con l’incapacità di creare nuove relazioni dalle quali possano emergere linguaggi, pratiche e condotte di vita, a loro volta in grado di riconfigurare i rapporti economici e politici”.

A entrare in crisi è dunque “la scelta deliberata ed efficace di mutare il proprio orizzonte collettivo attraverso il reciproco influenzarsi tra le parti che lo costituiscono”. Una condizione che vede come uno dei maggiori responsabili il “capitalismo finanziario”, che ha “contribuito, nel corso degli ultimi decenni, a una espropriazione degli strumenti di partecipazione economica e sociale”, causando – e qui starebbe la chiave della crisi – la “estraniazione dei singoli individui rispetto alla logica funzionale dei processi economici e politici globali”.

In altre parole, in un mondo in cui tutto viene presentato come possibile e qualunque desiderio come realizzabile, la effettiva capacità di relazionarsi con il prossimo e di interagire con il contesto sociale in cui viviamo per modificarlo risulta esaurita: “la difficile libertà del soggetto contemporaneo – afferma Rosito – coincide in realtà con un reale deficit di partecipazione”.

La seconda parte, “Portare insieme il peso del popolo”, propone una riflessione basata sulla narrazione biblica dell’Esodo, che viene considerata come “un’esperienza di crisi nel rapporto tra una comunità e la propria leadership”. In quel frangente drammatico, in cui i valori della comunità vengono messi in discussione, si crea la possibilità di una nuova nascita basata su una intesa più salda: “la dialettica della crisi nasce da una presa di coscienza collettiva e si sviluppa mediante un’impresa comunitaria di partecipazione”, e la “libertà negativa” ottenuta con il rifiuto della schiavitù diventa “il presupposto per la ben più difficile costruzione comunitaria di una libertà positiva: nel deserto, lontani dalle pentole di carne, il popolo scopre che può essere libero di costituirsi in qualcosa che prima non esisteva”. La crisi viene interpretata dunque in tale contesto come una nuova opportunità.

Nell’ultima parte del saggio, Rosito cita le riflessioni del pastore e teologo protestante David Bonhoeffer, condannato a morte dai nazisti nel campo di concentramento di Flossenbürg nel 1945; durante la prigionia precedente la sua uccisione, Bonhoeffer lascia la sua testimonianza scritta che sarà poi raccolta nel volume “Resistenza e resa. Lettere e scritti dal carcere”. Per il teologo, la chiave del rapporto con Dio va cercata nel concetto di partecipazione: “essere cristiano non significa essere religioso in un determinato modo, fare qualcosa di se stessi (un peccatore, un penitente o un santo) in base ad una certa metodica, ma significa essere uomini: Cristo crea in noi non un tipo d’uomo, ma un uomo. Non è l’atto religioso a fare il cristiano, ma il prender parte alla sofferenza di Dio nella vita del mondo”.

In questa prospettiva, “la questione del bene diventa la questione dell’aver parte alla realtà di Dio rivelata in Cristo”, che appunto si è fatto carne. La dimensione pratica dell’esistenza, commenta Rosito, “nella misura in cui si colloca in una prospettiva cristiana, è dunque caratterizzata dall’atteggiamento di chi prende parte, di chi partecipa alla concretezza storica del farsi della realtà mondana”. Non si tratta quindi di ritrarsi dalla realtà, rifiutando il mondo in quanto regno dei vizi e dei desideri materiali, ma – proprio per questo – immergersi in esso per cambiarlo. Insieme.

MC

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