La “buona politica” di don Sturzo per il presente e il futuro d’Italia


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Non mancheranno crisi presso tutti gli Stati moderni; non mancheranno contrasti di interessi e di classi; non finiranno le difficoltà dei disoccupati e degli emigranti; vi saranno sempre fannulloni e parassiti; il valore di un popolo e il merito di un governo sarà quello di provvedervi in tempo e di formare quelle zone di solidarietà umana e cristiana dove si sentirà meglio il calore di una moralità della vita cristiana”: Luigi Sturzo scriveva queste parole nel 1959. È ora possibile rimeditarle nel volume “Servire non servirsi. La prima regola del buon politico”, recentemente pubblicato da Rubbettino, in cui sono raccolti un intervento al Senato, 12 articoli e tre lettere scritti fra il 1946 e il 1958 dal sacerdote e statista, tutti riguardanti la “questione morale”, che Sturzo sollevò già nel 1946, ben prima dei tempi di Berlinguer.

Un uomo che, scrive Giovanni Palladino introducendo il volume, “gran parte dei cattolici in politica non hanno studiato, non hanno meditato, non hanno amato, non hanno seguito (…) Dalle seguenti pagine emerge la grande importanza che Sturzo poneva nella funzione pedagogica della buona politica. Egli credeva in una specie di causa-effetto: la politica è utile se è buona ed è tale se sostenuta dalla buona cultura. Questa si acquisisce con lo studio del vero e del bene, studio a cui il cristianesimo ha dato un fondamentale contributo”.

Nel rilevare l’attualità dei testi in questione, Marco Vitale nella postfazione descrive il fondatore del Partito Popolare Italiano come un uomo di pensiero e d’azione che “si è scontrato con i grandi interessi del suo tempo e con certe mode, che hanno provato a zittirlo, offuscarlo, cancellarlo. Ma con il tempo i polveroni sollevati da tali interessi e da quelle mode si diradano: e la figura di Sturzo si staglia sempre più nitida davanti a noi”.

In “Moralizziamo la vita pubblica”, Sturzo mette in guardia contro il pericolo “dell’insensibilità del popolo stesso di fronte al dilagare dell’immoralità nell’amministrazione dello Stato”, che “non è caratterizzata solo dallo sperpero del denaro, dalle malversazioni e dai peculati. Applicare sistemi fiscali ingiusti è immoralità; dare impieghi di Stato o di altri enti pubblici a persone incompetenti è immoralità; aumentare posti di lavoro senza necessità è immoralità; abusare della propria influenza o del proprio posto di consigliere, deputato, ministro, dirigente sindacale, nella amministrazione della giustizia civile o penale, nell’esame dei concorsi pubblici, nella assegnazioni di appalti o alterarne le decisioni è immoralità (…) ma non si corregge tale immoralità solo con le prediche o con gli articoli sui giornali. Bisogna che la prima a essere corretta sia la vita pubblica: ministri, deputati, sindaci, consiglieri comunali, cooperatori, sindacalisti siano esempio di amministrazione rigida e di osservanza fedele ai principi della moralità”. Siamo nel 1946.

Oltre allo sperpero di denaro pubblico, una delle “malebestie” contro cui Sturzo si scaglia è quella dello statalismo, una realtà iniziata con l’unificazione, consolidatasi durante il fascismo e proseguita senza soluzione di continuità con il centralismo di stampo socialista. L’idea di uno “Stato-tutto” ha permeato la mentalità italiana al punto che “nessuno ha più ritegno di invocare provvedimenti e interventi statali per la più insignificante iniziativa”. E dire, continua Sturzo, che “siamo nel Paese delle ‘cento città’, della vita municipale piena di grandezze e ricordi, i cui monumenti ‘comunali’ hanno l’impronta del genio, mentre quelli dello Stato burocratizzato hanno l’impronta delle mediocrità e dell’insipienza”.

In conclusione del suo articolo sullo statalismo, del 1947, Sturzo cita un passo tratto dall’Appello ai liberi e forti pronunciato in occasione della fondazione del PPI 28 anni prima: “Ad uno stato accentratore tendente a limitare e regolare ogni potere organico e ogni attività civica e individuale, vogliamo sul terreno costituzionale sostituire uno stato veramente popolare, che riconosca i limti delle sue attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali – la famiglia, le classi, i comuni – che rispetti la personalità individuale e incoraggi le iniziative private”.

Riguardo ai rapporti tra politica e morale, dopo avere premesso che “sarebbe impossibile la convivenza umana senza una legge morale (cioè la verità), che penetra in tutta la società”, Sturzo si scaglia contro “coloro che accumulano cariche su cariche”, non solo per una questione professionale (“che molto sia trascurato, rimandato, malfatto, affidato ad altri, sarà cosa normale”), ma per un conflitto di interessi: “Non è possibile – afferma in “Moralizzare la vita pubblica” – che una persona si sdoppi al punto da non portare nel Parlamento il peso degli interessi che egli gestisce come amministrazione, specialmente oggi che lo Stato ha saltato il limite con il quale si distinguevano un tempo gli interessi pubblici da quelli privati (…) La persona del richiedente deve essere diversa da quella del concedente. Non ammetto che il ministro dell’Agricoltura sia di diritto Presidente della Cassa per la Proprietà Contadina, come non ammetto che il deputato Paolo Bonomi sia Presidente della Federazione dei Consorzi Agrari, né che il deputato Riccardo Lombardi e gli altri suoi colleghi siano amministratori dell’Ente Siciliano di Elettricità, né che il sen. Guglielmone si Presidente della Cogne e di altre 10 e più società. O di qua o di là: non vi possono essere eccezioni”. È il 1949.

Le sue riflessioni sono sempre fortemente radicate nell’insegnamento cristiano, che egli vivifica dimostrandone l’attualità: nel ricordare che nella Sacra scrittura l’usura è proibita e vige l’obbligo di prestare denaro senza interesse, si domanda se questa legge si possa applicare anche alle banche e quale possa essere la misura per un tasso tollerabile. A proposito della prescrizione evangelica di pagare l’operario prima che tramonti il sole, si chiede: “Cosa dire di uno Stato che fa passare mesi e mesi prima di pagare i mandati agli appaltatori, i quali poi si trovano a corto di denaro e non hanno modo di pagare i loro operai?”. Nello stesso intervento (“Le leggi economiche” del 1951), afferma che “Coloro che escludono dalle leggi economiche un contenuto etico sono gli stessi che escludono dalle leggi politiche un contenuto etico. Costoro disintegrano il mondo umano dall’elemento della responsabilità.”

Se d’altra parte “il dirigismo governativo, inserito nel sistema libero e fatto da burocrazie mal preparate e da politicanti incompetenti, ha impacciato lo sviluppo della nostra economia”, i primi a pagarne le conseguenze sono gli stessi cittadini: “Lo Stato, che dovrebbe garantire la libertà individuale, la viola. Il partito, che dovrebbe ‘concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale’ (art. 49 della Costituzione), sopraffà lo Stato. Nel primo e nel secondo caso, il metodo democratico viene soppresso dal metodo dello strapotere.”

Entriamo qui nel merito della terza “malabestia” denunciata da Sturzo: la partitocrazia. Molte pagine sono dedicate alle responsabilità dei partiti e al rapporto con le istituzioni: in “La corruzione dell’attività politica”, discorso pronunciato al Senato nel 1958, il sacerdote lamenta il fatto che “Nelle due passate legislature sono state varate a migliaia leggi e leggine, mentre in Inghilterra se ne varano poco più di un centinaio all’anno. È legittimo dubitare che così stragrande mole di leggi possa essere facilmente eseguita, mentre si ha l’impressione che molte leggi siano state fatte ad personam o ad categoriam, con vero carattere privatistico”. La questione consiste nel “ridare al Parlamento la sua indipendenza da estranee ingerenze, specialmente da quelle dei partiti, smantellando la sovrastruttura partitocratica che si è andata formando (…) in modo da paragonarsi a una piovra che poco a poco soffoca e stronca”. Bisogna far sì che sia il Parlamento, e non i partiti, a decidere, in linea con l’assunto della Costituzione che definisce “la funzione dell’eletto del popolo come rappresentante della nazione, non del partito, ma della nazione”.

Molto ci sarebbe ancora da dire e tanti sono gli spunti di riflessione a cui in questa sede abbiamo potuto appena accennare con l’obiettivo, che speriamo di avere realizzato, di mostrare l’attualità del pensiero sturziano. Come afferma Marco Vitale in conclusione del volume: “Per questo Sturzo, che subì tante sconfitte nella vita politica è oggi un vincente; perché oggi ha ancora tanto da dire a noi e domani ai giovani che verranno. I suoi avversari, invece, nulla ci hanno lasciato, se non i loro errori, le loro distruzioni e, talora, i loro orrori”.

Marco Cecchini

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