Per la libertà di insegnamento


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L’importanza di scegliere “senza condizionamenti il percorso di studi e la scuola reputata migliore per sé e per i propri figli”: nell’intervento “Quale futuro per la scuola italiana? Domande al presidente Matteo Renzi”, pubblicato sull’ultimo numero della Rivista lasalliana, Dario Antiseri cita il documento della Conferenza episcopale italiana “La scuola cattolica risorsa educativa della Chiesa locale per la società”. In esso si rimanda a quanto stabilito dal Parlamento europeo nella “Risoluzione sulla libertà di insegnamento nella Comunità europea”, in particolare il fatto che “il diritto alla libertà di insegnamento implica per sua natura l’obbligo per gli Stati membri di rendere possibile l’esercizio di tale diritto anche sotto il profilo finanziario e di accordare alle scuole le sovvenzioni pubbliche necessarie allo svolgimento dei loro compiti e all’adempimento dei loro obblighi, in condizioni uguali a quelle di cui beneficiano gli istituti pubblici corrispondenti, senza discriminazione nei confronti degli organizzatori, dei genitori, degli alunni e del personale”.

Se è vero, continua l’autore, che l’ammonimento di Gramsci – “La libertà nella scuola è possibile solo se la scuola è indipendente dal controllo dello Stato” – è stato occultato dalla sinistra “nei fumi della mitologia statalista”, altrettanto colpevole è l’acquiescenza degli “ascari cattolici” a loro servizio, così come il silenzio dei tanti cattolici cosiddetti liberali. Antiseri ricorda la lezione dei pensatori che hanno contribuito al tema: non solo J. Stuart Mill e B. Russel, ma anche M. Friedman e F.A. Von Hayek, per continuare con A. de Tocqueville, F. Bastiat, A. Rosmini, L. Einaudi, fino ad arrivare al monito di Luigi Sturzo, paladino della libertà di insegnamento: “Finché in Italia la scuola non sarà libera, neppure gli italiani saranno liberi”. Il tema è stato affrontato anche da papa Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI e ultimamente ripreso da papa Francesco, ma i cattolici impegnati in politica, tranne rare eccezioni, non sembrano averlo a cuore.

Antiseri fa notare che il contributo pubblico alla scuola paritaria, additato generalmente come un furto, in realtà “non è più che una miseria”, soprattutto se paragonato a quanto elargito da altri stati tra cui Francia, Belgio, Irlanda, Germania, Spagna e Inghilterra. E i “poco lungimiranti statalisti – ciechi dinanzi agli esiti nefasti delle loro magari buone intenzioni – si guardano bene dal fare i conti e dal dire quanto la scuola paritaria (cattolica e laica) fa risparmiare allo Stato”. Conti che riporta l’autore nell’articolo: dai dati Miur 2012 gli alunni delle scuole statali risultano quasi 8 milioni; quelli delle scuole paritarie poco più di un milione, di cui settecentomila iscritti alle scuole cattoliche. Il finanziamento totale alle scuole statali corrisponde a 40 miliardi e mezzo di euro; per le scuole paritarie siamo a circa cinquecento milioni. Ne risulta per lo Stato un costo medio annuo di circa 5000 euro per ogni alunno di scuola statale, neanche 500 euro per uno studente della scuola paritaria. Tirando le somme, le scuole paritarie hanno fatto risparmiare circa 5 miliardi in un anno.

Non è giusto e soprattutto non è libero un Paese dove una famiglia che iscrive un figlio ad una scuola paritaria debba pagare per questa sua scelta di libertà. Uno Stato che costringe a comprare pezzi di libertà non è uno Stato di diritto” afferma Antiseri, che conclude rivolgendosi al presidente del Consiglio: “Una volta messi al sicuro gli edifici scolastici – provvedimento sacrosanto e prioritario – il presidente Matteo Renzi, politico ‘pragmatico’ e ‘non ideologico’, come pensa di risolvere il problema della parità scolastica? È d’accordo o no con la Risoluzione del Parlamento europeo sulla libertà di insegnamento? Pensa che abbiano ragione i vescovi, e non solo loro, o si sente schierato dalla parte dei tanti pretoriani del monopolio statale dell’istruzione? Considera o no il buono-scuola una urgente e necessaria terapia per i mali del nostro sistema formativo?”

Marco Cecchini

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