Recuperare fiducia in se stessi: imprenditorialità e finanziarizzazione


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Pubblichiamo l’intervento fatto l’11 febbraio a Milano dal Prof. Marco Vitale presso la Fondazione Ambrosianeum nell’ambito del ciclo di incontri organizzati dal Prof. Vittorio Coda sul tema: VEDERCI CHIARO: RICOSTRUIRE IL PAESE DIPENDE DA NOI

Sciaguratamente al posto degli uomini abbiamo sostituito i numeri e alla compassione nei confronti delle sofferenze umane abbiamo sostituito l’assillo degli equilibri contabili”.

(Federico Caffè)

I testi economici danno molto peso alla fiducia o sfiducia degli operatori. Keynes, ad esempio, nella Teoria Generale cita la fiducia una decina di volte, intendendola sempre come aspettativa di rendimenti futuri e così fattore determinante degli investimenti: “Lo stato della fiducia è importante perché è uno dei principali fattori determinanti l’efficienza marginale del capitale che è la stessa cosa della tabella di domanda dell’investimento” (Teoria Generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta. Cap. 12).

La fiducia delle imprese e dei consumatori ed il suo andamento, sono entrati nell’armamentario degli strumenti di monitoraggio congiunturale e, dunque, la fiducia è diventata misurabile e rappresentabile in grafici. Si tratta di grafici utili; ma mi ha sempre colpito la loro estrema volatilità. Ci vuole poco per indirizzare la punta della linea del grafico verso il basso o per farla impennare verso l’alto. Congiunture e umori sono valutati a brevissimo termine e spesso sono in contrasto con i fatti reali (ad. Es. nel 2009 mentre l’economia crollava erano in Italia piuttosto positivi).

Ai fini del nostro ciclo di incontri noi dovremmo, invece, cercare di pensare ad una fiducia un po’ più solida, un po’ più stabile, un po’ più di lungo periodo. Ma qui gli economisti non ci aiutano, perché non definiscono cosa è la fiducia. La misurano ma non la definiscono1. Ed allora dobbiamo cercare altre fonti. Ad esempio il Grande Dizionario della Lingua Italiana definisce la fiducia in questi termini:

Condizione e atteggiamento di chi si fida; sentimento di sicurezza e di tranquillità, che procede dall’assegnamento che si può fare sulla sincerità, sulla lealtà, sulla benevolenza di qualcuno (o del prossimo in genere) sulle sue capacità, sul suo valore, dalla speranza riposta nel favore della sorte dalla previsione del felice esito di determinati eventi”.

Secondo questa definizione nutrire fiducia vuol dunque dire affidarsi, fare assegnamento su qualcuno per la sua sincerità, la sua lealtà, la sua benevolenza, le sue capacità, il suo valore. Se ci guardiamo intorno e cerchiamo di applicare questi parametri, la situazione non appare, invero, incoraggiante. Perché, per fare un solo esempio di temi economici, quando un presidente del consiglio o un ministro dell’economia od un banchiere centrale, ci dice che a partire dall’anno prossimo usciremo dalla crisi, la nostra reazione è esattamente contraria al messaggio che ci mandano? Perché è dal 2008 che raccontano frottole e non ci crede più nessuno, ed abbiamo diritto di non crederci. Abbiamo il diritto se non l’obbligo di non avere fiducia. Se non altro come difesa estrema dalla sciagurata politica degli annunci che è oggi dominante. “Riteniamo il peggio sia passato”, Berlusconi 5 dicembre 2009; “Fra pochi mesi si vedranno chiari segni di ripresa”; Mario Monti, 20 ottobre 2012; “Segnali di crescita ci sono”, Enrico Letta, 9 agosto 2013; “Ho l’ottimismo di chi vede molti segnali di ripresa”, Matteo Renzi, 16 maggio 2014. Ci sarebbe da dire alla Indro (1983): “Coraggio il meglio è passato”. Come diceva Prezzolini noi siamo un popolo che troppo spesso è dominato “dalla tendenza a considerare le cose dette come cose fatte”. E questa malattia invece di migliorare si è, nei tempi recenti, enormemente aggravata. Eppure ci fu un tempo in cui avevamo presidenti del consiglio, come Zanardelli, un ottimo, anche se poco conosciuto, presidente del consiglio, quello che, tra l’altro, fece le cose più serie per il Mezzogiorno (come il grande Acquedotto pugliese), un bresciano concreto e leale, che diceva:

Quali piuttosto i rimedi cui lo Stato possa dar mano? Anche riguardo ad essi giova che mi attenga al massimo riserbo, alla più prudente cautela. Piuttosto che espormi a prometter e non eseguire, vorrei eseguire il non promesso.” (1902).

Ma la definizione dice che la fiducia può procedere anche dalla speranza riposta nel favore della sorte e dalla previsione del felice esito di determinati eventi. Fiducia dal “favore della sorte” vuol fiducia nello stellone d’Italia. In realtà questo è ormai un mito. È da almeno trent’anni che accumuliamo solo sventure su sventure. Avremmo invero diritto a un po’ di fortuna, a che ritorni davvero un po’ di stellone d’Italia, che sembra essersi totalmente dimenticato di noi. Anche Napoleone diceva che in ogni battaglia la fortuna gioca sempre un ruolo importante. Ma anche la fortuna bisogna suscitarla, evocarla, meritarla. E quindi la parte più interessante della definizione sta proprio nella coda finale: la fiducia può procedere anche dalla “previsione del felice esito di determinati eventi”.

E gli eventi sono, almeno in grande parte, il frutto delle nostre azioni. Dunque la fiducia dipende, in gran parte, da noi stessi. Da quello che noi stessi facciamo. Da quello che noi stessi siamo. Da quello che noi stessi pensiamo. E dunque proprio dal modo con cui affrontiamo i temi proposti dal nostro ciclo di incontri.

E ciò vale anche per il tema più specifico a me assegnato questa sera, il tema dell’impresa e dell’imprenditorialità. La grande recessione non ha solo messo a dura prova la gestione quotidiana e la sopravvivenza delle nostre imprese e molte, in numero abnorme, le ha fatte scomparire. Ma ha posto sul tappeto, con forza, temi fondamentali sulla natura delle imprese, sui principi fondamentali che le reggono, sui rapporti impresa società. In questo grande processo di adattamento, di rivoluzione, di maturazione, i sostegni intellettuali ricevuti dalle imprese da quelli che dovrebbero essere centri di pensiero e di indirizzo, sono stati, per lo più, ingannevoli e distorcenti (penso alle grandi università, alla Confindustria, ai centri di ricerca, ai ministeri dell’economia, alle grandi banche). Se mettiamo in fila i messaggi inviati da questi centri alle imprese dal 2008 ad oggi, ne emerge una tale successione di indirizzi così erronei e distorcenti, da legittimare la domanda: come è possibile che l’ossatura delle nostre medie imprese sia sopravvissuta nonostante tutto? Forse perché hanno una tale sfiducia nei centri di comando che non hanno mai dato loro retta. La sfiducia come autodifesa.

In verità c’è un centro ed è quello diretto da Marco Fortis, la Fondazione Edison, che ha sempre mandato dati ed analisi corrette e preziose relative all’industria manifatturiera ed alle esportazioni. Questi dati sono stati di conforto per le imprese manifatturiere ed hanno contribuito a far si che queste non perdessero totalmente fiducia in se stesse e nella loro capacità di sopravvivere alla bufera.

Ed oggi che emergono nuovi spunti di fiducia effettivi come diminuzione del prezzo del petrolio, rivalutazione del dollaro e di altre monete di mercati di sbocco delle nostre esportazioni, come illustrerà Marco Fortis, si capisce ancora di più come questi corretti apporti conoscitivi siano stati preziosi. Ma non bastano.

Un nucleo solido di medie imprese manifatturiere (c.d. quarto capitalismo) ed un questa volta probabile ricupero congiunturale di una più vasta platea delle stesse, non è sufficiente. Per due motivi. Perché la nostra industria manifatturiera, pur importante, rappresenta una quota modesta del PIL. Ma soprattutto perché non basta un ricupero di natura congiunturale. L’impresa italiana deve fare un salto di qualità sul piano intellettuale e comportamentale. Deve uscire da questo doloroso e lungo travaglio, migliore, più forte, più adatta ai nuovi tempi, più proiettata al futuro. E per questo deve crescere qualitativamente su vari fronti:

– L’impresa deve essere più cosciente del suo ruolo fondamentale nel disegno di sviluppo del paese, più cosciente del suo ruolo e delle sue responsabilità pubbliche;

– L’impresa deve riprendere ad investire in modo importante sul futuro. Come ha detto Martin Feldstein: non c’è QE che tenga se non si investe;

– L’impresa deve migliorare moltissimo i suoi modelli di governance e organizzativi e liberarsi dal familismo;

– L’impresa deve far crescere al suo interno un più elevato rispetto per il lavoro in tutte le sue forme, per la conoscenza, per la partecipazione;

– L’impresa deve far proprie con più profondità e coerenza le nuove tecnologie digitali;

– I diritti/doveri di tutti, a partire da quelli dell’imprenditore devono essere ripensati e riorganizzati in schemi di potere/responsabilità molto più rispondenti alle sfide dei tempi, sfide che si sono molto alzate rispetto a quelle che erano prima dello scoppiare della crisi;

– La moralità e responsabilità di tutti i soggetti che operano nell’impresa deve collocarsi ad un livello molto più elevato, dalla proprietà all’imprenditore, ai manager, ai consulenti, ai dipendenti, ai sindacalisti. L’impresa non appartiene a nessuno di loro ma, in modi diversi, a tutti. È un bene collettivo che, come tale, va da tutti rispettato;

– L’impresa infine deve essere liberata dalla disgraziata cultura della finanziarizzazione, che è un modo di pensare e di giudicare solo e sempre basato sul ritorno a breve termine, in base a parametri contabili ottusi e ciechi. È questa la malattia più grave che ha pervaso non solo il mondo dell’impresa ma tutta la società. Ragionando e valutando secondo gli odierni schemi della finanziarizzazione, i milanesi non avrebbero mai scavato il Naviglio Grande, non avrebbero mai eretto il Duomo, non avrebbero mai costruito il Policlinico, non avrebbero né la Cattolica, né la Bocconi e neanche il Politecnico. Con gli schemi della finanziarizzazione dominanti oggi, Milano sarebbe un deserto. L’impresa e l’imprenditorialità sono visione, coraggio, sono il trovare le strade per fare di più con meno, sono trovare le risorse quando sembra che non ci siano. Per progetti giusti e utili, le risorse ci sono sempre in qualche luogo. Basta andarle a cercare ed essere affidabili. L’affermazione che abbiamo sentito risuonare in tante occasioni negli ultimi anni: “non ci sono i soldi”, è l’alibi degli impotenti. Pochi giorni fa, in occasione del premio Nonino, la filosofa Martha Nussbaum, che è uno dei più forti pensatori del nostro tempo ha detto: “Viviamo in un periodo che è una vera sfida per l’umanità come mai lo è stato in anni recenti, un periodo che mette alla prova i valori della comprensione umana, il reciproco rispetto, e la compassione”. Ed ha elencato i valori più necessari per fronteggiare il difficile futuro. Questi valori, o “propositi” come lei li ha anche chiamati, sembrano a me molto indicati anche per l’impresa, se vogliamo che essa non si attesti su una mera attesa di ripresa congiunturale, ma contribuisca ad una vera e propria opera di ricostruzione, di se stessa e del paese:

– Intelligenza prima di tutto

– Coerenza di principi

– Immaginazione

– Lavoro di squadra

– Speranza

Marco Vitale

1  Numerose sono invece le fonti di sociologia e di psicologia sociale che approfondiscono il concetto di fiducia. Si veda Luis Roniger, “La fiducia nelle società moderne, un approccio comparativo”, Rubbettino, 1992.

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