La “Comunità concreta” di Adriano Olivetti


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La nascita della “società umana” sulle rovine della società individualista della sopraffazione

“Un disegno illuministico di una mente illuminata”: così Norberto Bobbio ha definito L’Ordine politico delle Comunità, il progetto costituzionale per la riforma sociale di Adriano Olivetti, recentemente riproposto dalle Edizioni di Comunità. Nel volume, che costituisce il grande lascito dell’imprenditore di Ivrea, vengono gettate le basi per una nuova società fondata sulla dignità della persona e il rispetto della libertà e incentrata sull’idea di Comunità “come entità centrale per il riassetto territoriale e istituzionale del governo locale”.

Nella sua analisi, Olivetti rintraccia i principali motivi del “turbamento dell’ordine sociale” contemporaneo, causato essenzialmente dalla persistenza di strutture politiche inadeguate in un mondo profondamente cambiato:

  • dissociazione tra etica e cultura e tra cultura e tecnica;
  • conflitto tra Stato e individuo;
  • deformazione dello Stato liberale ad opera dell’alto capitalismo e di sistemi rappresentativi insufficienti;
  • mancanza di educazione politica, in generale, e di una classe politica, in particolare;
  • obsolescenza della struttura amministrativa dello Stato;
  • disconoscimento di un ordinamento giuridico che tuteli gli inalienabili diritti dell’uomo;
  • incapacità dello Stato liberale ad affrontare le crisi cicliche e il problema della disoccupazione tecnologica;
  • mancanza di strutture giuridiche precise atte a proteggere i diritti materiali e spirituali della Persona contro il potere diretto e indiretto del denaro.

Per superare la dicotomia tra socialismo di Stato e liberalismo, Olivetti indica una terza via “che risponda alle molteplici esigenze di ordine materiale e morale lasciate finora insoddisfatte”: una nuova società in cui all’attenzione per il sociale si uniscono i fondamenti civili della democrazia politica e della libertà individuale.

Nel commentare il volume (“Comunità olivettiana”, Sole 24 ore del 15 febbraio), Sebastiano Maffettone presenta il pensiero dell’autore come “incentrato su di un originale socialismo cristiano, in cui l’ispirazione cristiana prevale su quella socialista”; ciò risulta in particolare nel tema del personalismo, ripreso da Maritain e Mounier: afferma Olivetti che “La persona ha profondo il senso e il rispetto della dignità altrui, sente i legami che la uniscono alla comunità cui appartiene, possiede un principio interiore che sostiene la sua vocazione indirizzandola verso un fine spirituale e superiore. Se il mondo vuole evitare nuove catastrofi occorre creare una società in cui la persona possa sviluppare la propria umanità e spiritualità”.

Alla tensione all’eguaglianza e alla preoccupazione per il benessere dei lavoratori tipico del suo socialismo cristiano, Olivetti aggiunge un autentico amore per la libertà e un personale afflato per le istituzioni liberal-democratiche: per lui la libertà individuale, come viene descritta nel libro, “significa scelta di iniziative economiche, di carriera, di professione, diritto di trasferire la sede della propria attività senza incontrare limiti ingiusti, non fondati sul generale interesse e consenso. Libertà significa ampia possibilità di raffronto di particolari risultati culturali, tecnici, economici, con quelli altrove ottenuti. Il liberalismo economico arriva a tale risultato grazie al metodo della concorrenza”.

Una utopia, commenta Maffettone, “profondamente realistica”, imperniata come già accennato sul concetto di Comunità, intesa come struttura elettiva a metà tra Comune e Regione e inserita all’interno di “un originale federalismo in cui l’autonomia delle parti gioca un ruolo essenziale. Il fattore di integrazione è dato dalla cultura, che ha un ruolo fondamentale nella formazione del personale politico e in genere del capitale umano”.

Maffettone conclude con una domanda: “Come è possibile che una visione così profonda sia stata sostanzialmente negletta, e come mai la politica main stream del dopo-Olivetti l’ha in buona misura ignorata? Forse perché era troppo avanti sui tempi?” Da parte nostra, non possiamo fare a meno di rilevare il comune destino con un altro grande protagonista del Novecento, il cui insegnamento – probabilmente per ragioni simili – è stato volutamente ignorato: parliamo di Luigi Sturzo, e lo facciamo anche per le affinità con il pensiero dell’imprenditore piemontese: l’importanza dell’etica nella politica e nell’economia (la “questione morale” sollevata da Sturzo già nel 1946), il decentramento amministrativo per combattere la corruzione e la “obsolescenza” burocratica, la priorità della persona, l’accento sui valori liberali, la denuncia della degenerazione capitalistica, l’importanza dell’azione concreta sul territorio. Il tutto maturato, in entrambi i casi, all’interno della medesima matrice cristiano-sociale.

Per questi motivi riteniamo essenziale riprendere la lezione “dispersa” di questi uomini troppo spesso sottovalutati. Nella speranza di potere riaffermare un giorno le parole di esortazione che Olivetti ci ha lasciato nel suo libro: “La società individualista ed egoista dove il progresso economico e sociale era solo la conseguenza di spaventosi conflitti d’interessi e di una continua sopraffazione dei forti sui deboli, è distrutta. Sulle sue rovine nasce una società umana: quella di una Comunità concreta”.

Marco Cecchini

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