La “superburocrazia” che frena l’Italia


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L’anello di congiunzione della partitocrazia con la burocrazia politicante e con il funzionarismo degli enti statali e parastatali, che amministra miliardi senza rischio e senza corrispondente responsabilità, è un incentivo allo sperpero del denaro pubblico, al favoritismo, alla inosservanza delle leggi, e rende difficile qualsiasi retta amministrazione governativa e arriva a paralizzare anche il Parlamento”: abbiamo scelto queste parole di don Sturzo (“Moralizzare la vita pubblica”, su Il Giornale d’Italia, 2 gennaio 1958), tratte dall’antologia “Servire non servirsi. La prima regola del buon politico” recentemente pubblicata da Rubbettino, per introdurre il tema della riforma della pubblica amministrazione trattato nel volume “Dinosauri. Nessuna riforma ci libererà dai superburocrati di Stato” di Corrado Giustiniani.

L’autore del libro ci conduce nel mondo dei dirigenti pubblici che “incassano molto ma restituiscono poco. Con o senza ‘tetto’ retributivo, restano i più pagati al mondo, e allo stipendio aggiungono un tragicomico premio di risultato. Erogato a tutti, capaci e meno capaci, e ottenuto purché si rispetti la routine, senza imporre indicatori che migliorino i servizi destinati ai cittadini”. In tutto – tra alti burocrati dei ministeri e del Governo, del parastato, della agenzie fiscali, delle regioni e degli enti locali – si contato duecentomila funzionari, ma quelli con effettivi compiti di guida sono settantamila. Giustiniani si chiede se e in che modo sia possibile “trasformare questa armata in un corpo amministrativo efficiente e responsabile”.

Alberto Mingardi (“Dinosauri della carta”, Sole 24 ore dell’8 marzo) paragona la PA a una tela di Penelope irriformabile, in cui “forse gli stessi che tramano cambiamenti rivoluzionari alla luce del giorno sfilano il panno nottetempo”, e ci dà una descrizione dei dinosauri in questione: “peraltro ben lungi dall’estinzione, sono gli alti funzionari pubblici, mandarini di una casta perriodicamente presa di mira (pensate solo all’appartene determinazione di Matteo Renzi, nelle sue manovre d’avvicinamento a Palazzo Chigi) e tuttavia strepitosamente resiliente. Sono gattopardi 2.0: tagliano le più luccicanti riforme addosso al più pervicace conservatoriamo”.

E proprio a Renzi e alle sue strategie comunicative sembra diretta la riflessione sull’eccessiva presenza degli “anglicismi che ormai abitano comunicati e slides del governo e non solo”. Il fatto è che non basta “lavare i panni nel Tamigi”, infarcendo il linguaggio burocratico di termini cool con l’intento di conferirgli una parvenza di modernità. Questa “angloimpalcatura” non serve che a coprire le vecchie miserie, mentre nel frattempo, afferma Giustiniani, “i piani della performance, sempre tardivi, paiono costruiti in modo che tutti i dirigenti, alla fine, ottengano l’incentivazione massima prevista”: a proposito del gattopardesco “cambiare tutto per non cambiare niente”.

Ampio spazio viene dedicato nel libro anche al tema della trasparenza, che lo Stato e le amministrazioni fiscali pretendono totale ma solo nei confronti dei cittadini: il segreto bancario, fa notare Mingardi, “tanto importante che abbiamo persino un’Authority che ne garantisce la tutela, è semplicemente illegale, quando si parla dei nostri quattrini”, mentre sulle pagine di “Dinosauri” veniamo a sapere che “l’Agenzia delle entrate non pubblica lo stipendio della sua direttrice Rossella Orlandi (presumibilmente attestato sul tetto dei 240.000 euro) e per tutti gli altri mette la solita tabella sintetica non nominativa, oltretutto ben nascosta (…) che le agenzie fiscali siano tenute a pubblicare nomi e compensi, lo ribadisce la delibera del 7 ottobre 2014 firmata da Raffaele Cantone”. Dalla ricerca risulta invece che solo l’Agenzia delle Dogane e Monopoli la rispetta in maniera rigorosa. Una lacuna a cui Giustiniani tenta di porre rimedio pubblicando cifre, nomi e cognomi.

Trasparenza significa anche chiarezza, e a questo riguardo certo non aiutano leggi che “appaiono imbalsamate nel loro linguaggio aulico, con periodi lunghissimi e fumosi giri di parole, in modo tale che l’obiettivo vero sembra l’opacità al servizio del contenzioso futuro, invece che la chiarezza al servizio della democrazia”. Servirebbero, dice Giustiniani , dei “mediatori linguistici” che si occupino della revisione dei testi di legge prima della loro divulgazione! Della stessa opinione Mingardi, che commenta: “con tutte le norme che ci avvolgono, è facile poter essere colti in fallo per aver trasgredito disposizioni che non conosciamo, e che se conoscessimo non saremmo in grado di capire se non con consulenza adeguata”.

Il nocciolo della questione risiede a nostro avviso nella necessità di una “buona politica” che si rifaccia a principi etici nella gestione della cosa pubblica, come aveva intuito Sturzo, che sollevò la “questione morale” già nel 1946: “Dare impieghi di Stato o di altri enti pubblici a persone incompetenti è immoralità; aumentare posti di lavoro senza necessità è immoralità … ma non si corregge tale immoralità solo con le prediche o gli articoli sui giornali. Bisogna che la prima a essere corretta sia la vita pubblica: ministri, deputati, sindaci, consiglieri comunali, cooperatori, sindacalisti siano esempio di amministrazione rigida e di ossevanza fedele ai principi della moralità” (Moralizziamo la vita pubblica, 3 novembre 1946).

Marco Cecchini

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