Perché la concentrazione del potere non giova a nessuno


ricchezza-disuguaglianza

In un articolo sull’ultimo numero dell’Indice dei libri, Luciano Gallino affronta la questione analizzando le tematiche di tre libri: “Oligarchie. Il mondo nelle mani di pochi” di Giuseppe Berta, “Chi governa il mondo?” di Sabino Cassese e “Dobbiamo preoccuparci dei ricchi? Le disuguaglianze estreme nel capitalismo contemporaneo” di Maurizio Franzini, Elena Granaglia e Michele Raitano

Nell’ultimo capitolo (“La deriva europea verso una tecnocrazia oligarchica”) del suo libro, Berta insiste sulla necessità di rivedere le modalità di una Europa con un tenore di partecipazione democratica in continua diminuzione. L’Ue, afferma l’autore, ha codificato “un’oligarchia di coordinamento sovranazionale (leggasi Commissione di Bruxelles) investita di poteri ben maggiori di quelli della politica e mossa da una logica che non corrisponde alle procedure democratiche”. Le conseguenze sono una scarsa partecipazione alle elezioni europee, la crescita dei movimenti di destra e dei populismi e, conclude Gallino, una “applicazione passiva dei dettami di Bruxelles da parte dei governi, in prima linea i nostri, che hanno provocato lustri di recessione e altri ne promettono”.

Il libro di Cassese affronta “il fenomeno della immane proliferazione, a livello mondiale, di organizzazioni che al di là degli stati sono dotate di poteri di regolazione nei più svariati ambiti della vita economica, sociale e politica”, dalle migliaia di organizzazioni intergovernative, di natura privatistica o pubblico-privata alle organizzazioni non governative. In base alle stime, pare che la legislazione degli stati comunitari sia condizionata dalle regole emanate dalle sole istituzioni intergovernative europee per l’80 per cento. Afferma Cassese che “Questi regimi regolatori globali operano in così tanti ambiti che oggi può affermarsi che pressoché ogni attività dell’uomo è sottoposta a qualche forma di disciplina ultrastatale”.

Gallino passa ad analizzare quella che definisce una “deformazione” di questo processo che “si verifica quando gli attori economici e politici le cui attività dovrebbero essere disciplinate sono in pratica gli stessi che redigono le regole che dovrebbero disciplinarle”. Per inciso, vediamo in questa definizione un’eco della teoria sturziana dei “controllati controllori” su cui già ci siamo soffermati (leggi l’articolo ), ovvero la pratica di non tenere ben distinto chi è a capo degli enti che amministrano il denaro pubblico e chi deve controllare la gestione dei fondi di tali enti. Gallino porta l’esempio di Agenda 2010, il pacchetto di riforme dello stato sociale varato dal governo tedesco guidato dal cancelliere Schroeder da cui sono derivate le “leggi Hartz”, che hanno soppresso o fortemente ridotto le condizioni per ottenere numerose prestazioni, come l’indennità di disoccupazione, le pensioni e i sostegni al reddito rivolti alle famiglie in stato di povertà, con conseguenze che gravano tuttora su milioni di persone.

Ebbene, “alla stesura delle nuove regole – afferma Gallino – ha contribuito largamente la Fondazione Bertelsmann, la più ricca della Germania, massima espressione nel dominio dei ‘think tanks’ e dei media dell’ideologia e degli interessi dei grandi gruppi economici. Uno dei quali interessi era la riduzione del costo del lavoro mediante il taglio dei contributi sociali (…) Se non proprio dettate dalla Fondazione Bertelsmann, le leggi Hartz hanno servito palesemente gli interessi della classe sociale che la fondazione ha espresso e sostiene”.

Nel libro di Franzini, Granaglia e Reitano, viene smontata la teoria del “gocciolamento”, cavallo di battaglia dei neoliberali in cui si sostiene che i “super-ricchi” giovano anche alle classi inferiori perché i consumi e gli investimenti dei primi creano opportunità lavorative per tutti. Una teoria smentita dai dati riportati nel volume: in Usa, ad esempio, negli ultimi quindici anni le retribuzioni complessive degli amministratori delegati delle imprese più importanti sono aumentati dell’876 per cento, mentre quelle orarie del lavoratore medio hanno registrato un aumento del 5 per cento.

Ragionando sui dati forniti dagli autori, Gallino presenta inoltre un’ultima considerazione: “gli astronomici redditi dei super ricchi non sono affatto guadagni conseguiti lavorando”; per la maggior parte sono rendite ottenute non grazie a meriti ma “perché si occupa una certa posizione, tipo il gabelliere di un borgo medievale”. A riprova di ciò, conclude Gallino, gli eventi della crisi iniziata nel 2008: “a capo di vari gruppi bancari e assicurativi collassati all’epoca v’erano fior di manager super-pagati, i cui errori e temerarie avventure mostrano quanto poco c’entrasse il merito nei loro guadagni. Erano abili sì. Ma non nel produrre ricchezza, bensì nell’estrarla dai più poveri”.

MC

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