Cultura d’impresa all’insegna di sostenibilità ed etica del lavoro


Cover_Calabrò

Nel libro “La morale del tornio. Cultura d’impresa per lo sviluppo”, Antonio Calabrò propone un modello imprenditoriale fondato sulla centralità dell’industria in un nuovo equilibro tra sviluppo sostenibile ed etica del lavoro. Dopo la disastrosa e avida stagione della finanza d’assalto, della globalizzazione rapace e dello spregiudicato consumo delle risorse, “è in corso da tempo – afferma l’autore – un generale ripensamento dei valori dell’economia” che ha messo in discussione l’idea di “una globalizzazione buona e vantaggiosa per tutti (sono aumentate, sì, le uscite dalla povertà di centinaia di milioni di persone, ma pure molte disparità sociali)”.

L’autorità morale di riferimento è papa Francesco, il quale nell’Evangelii gaudium “insiste sui temi dell’’economia giusta’ e denuncia ‘il feticismo del denaro’, i rischi di una ‘dittatura dell’economia senza volto né scopo’, le ‘iniquità radice dei mali sociali’”. Le riflessioni di Bergoglio contengono spesso anche una forza che sprona gli attori economici e imprenditoriali al cambiamento: “La vocazione di un imprenditore – ha affermato il Papa – è un nobile lavoro, sempre che si lasci interrogare da un significato più ampio della vita”, frase che richiama da vicino la famosa esortazione di Olivetti a vedere una “vocazione” nella vita di una fabbrica, al di là dell’indice dei profitti.

Calabrò cita l’economista cattolico Stefano Zamagni: “i risultati della scissione tra economia ed etica sono sotto gli occhi di tutti: questa crisi è una conseguenza evidente del danno provocato dalla irresponsabilità e dall’immoralità dell’attività economica quando prevale l’idea che business is business, gli affari sono affari”.

Ma l’autore precisa che il suo “è un libro contro l’ossessione del declino irreversibile dell’Italia, contro il ‘declinismo’, ideologia vittimistica della sconfitta”, affermando che, anche se in difficoltà evidente, siamo comunque in movimento. Pur non negando la profondità della crisi, Calabrò preferisce guardare “quanto stia maturando in positivo nel corpo della grande, dinamica e generosa società italiana, cercando ‘nell’inferno ciò che inferno non è’ e dandogli voce e spazio”.

Il libro ci propone quindi un viaggio attraverso l’universo produttivo italiano, in particolare nelle aree più sviluppate del Nord, evidenziando un mondo in cui sapienza manifatturiera e competenza hi tech si uniscono dando vita a quella che viene definita “la morale del tornio”: una visione che, legando radici nel territorio a visioni internazionali, riconsideri la centralità dell’industria nel nuovo equilibrio tra sviluppo sostenibile ed etica del lavoro.

Alberto Mingardi, nell’articolo “Metti la cultura nel cda” pubblicato sul Sole 24 ore del 29 marzo, pone l’accento sul fattore culturale che “informa e definisce la cornice sociale nella quale le imprese possono crescere e prosperare”. Un esempio è la cultura della competizione, che Calabrò esorta a riscoprire nel suo significato originario: “cumpetere”, ovvero “andare insieme verso un obiettivo comune”. Ovvio che per ottenere questo, ci dice Mingardi, “la competizione esige una cultura del fair play, deve compiersi in un quadro di regole certe e semplici, l’arbitro neppure dovrebbe pensare a scendere in campo a metà partita”.

Insomma, risulta evidente come per ottenere una economia solida, equa e produttiva, sia essenziale praticare innanzi tutto una “buona cultura” che, conclude Mingardi, “è ben altro che un modo per lavarsi la coscienza. È una dimensione dell’attività imprenditoriale, a essa consustanziale, nel momento in cui i profitti si fanno venendo incontro ai bisogni delle persone. Le idee sono una materia prima necessaria, se si fa impresa guardando ai consumatori. Ch’è un altro modo per dire: cercando di capire che cosa desiderano gli esseri umani”.

Marco Cecchini

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