Si fa presto a dire “non profit”


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Che cosa hanno in comune un’università non statale e un doposcuola in quartieri degradati? Un centro fitness e un’organizzazione sportiva per disabili? Un pub e una mensa per i poveri? Una clinica religiosa e un’associazione di volontariato sanitario?” Sono certamente organizzazioni che distribuiscono utili, favoriscono la coesione sociale e in alcuni casi rispondono ai bisogni dei più deboli. Il problema sorge però quando una “teoria difettosa” unisce nello stesso calderone “iniziative della massima utilità sociale, altre genericamente positive e altre che utilizzano a fini propri l’alone di benemerenza di cui questo insieme gode”.

Nel volume dal titolo provocatorio ‘Contro il non profit’, il sociologo Giovanni Moro intende fare chiarezza per fornire “una prospettiva critica su questa realtà, sempre più importante ma conosciuta poco e male”. Lo fa descrivendo pregi e difetti del “terzo settore”. Moro, figlio dello statista assassinato dalle Brigate rosse, non intende scagliarsi in senso assoluto contro il non profit, ambito che conosce bene e al quale dichiara nel volume di avere dedicato tutta la sua vita. La sua proposta consiste invece in una corretta discriminazione che dia la possibilità di fare le debite distinzioni.

Il non profit è diventato una informe categoria che accorpa una miriade di organizzazioni e iniziative tenute insieme “solo da una ragione fiscale, e nel quale attività della massima utilità sociale finiscono per essere messe insieme ad altre, ottime e piacevoli ma che con l’interesse generale c’entrano poco; e insieme ad altre ancora, che invece utilizzano (in diversi casi, più precisamente, sfruttano) l’alone di rispetto, simpatia e fiducia pubblica di cui questo magma gode, soprattutto per merito di chi lo fa credendoci”. Ciò comporta conseguenze “in termini di dubbia utilità sociale, possibili arricchimenti personali, conflitti di interesse, elusione fiscale, rapporti di lavoro insani, concorrenza sleale con le imprese private, ricchi che diventano più ricchi e poveri più poveri”.

Insomma, nella situazione che si è venuta a creare accade che attività socialmente utili si mescolano ad altre non propriamente disinteressate, in un meccanismo che fa sì che i “buoni”, afferma Moro, legittimano vantaggi per i “cattivi”.

MC

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