Gli Stati Uniti non sono un modello


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di Giovanni Palladino

D’accordo, Renzi non è un De Gaulle, ma venerdì scorso alla Casa Bianca poteva evitare di dire che “gli Stati Uniti sono un modello da seguire”. Quale modello? Quello di un Paese dominato dai poteri forti (ma presto deboli) delle grandi banche d’affari? Quello di un Paese dove l’1% delle famiglie possiede la metà della ricchezza totale? Quello di un Paese dove il dollaro “imperiale” ha inondato di carta il resto del mondo, che ora spera nella continuazione del “miracolo” di un dollaro forte?

Nel 1968 De Gaulle non credette al dollaro forte e chiese agli Stati Uniti di pagare le esportazioni francesi in oro e non in dollari. In quell’anno un’oncia d’oro valeva 35 dollari, mentre oggi ne vale 1.200. Occhio lungo quell’antipatico di De Gaulle, avranno pensato gli americani…

Fu quella richiesta di De Gaulle che poi costrinse Nixon a dichiarare la fine della convertibilità del dollaro in oro (15 agosto 1971). Da quel momento il deficit della bilancia dei pagamenti Usa è sempre cresciuto, consentendo allo zio Sam di pagare con la propria “carta” ogni debito con l’estero. Se l’Italia lo avesse fatto con la lira, avrebbe ricevuto un rifiuto, mentre oggi è possibile farlo con l’euro (ma se tornassimo alla lira…)

È bene ricordare che fu quella decisione di Nixon che poi causò l’esplosione del prezzo del petrolio (l’Opec non si fidò più del dollaro), l’aumento dell’inflazione a livello mondiale e periodiche crisi finanziarie e valutarie. Il tutto causato da un sistema monetario internazionale “drogato” dal dollaro.

Ora Renzi loda la politica economica espansiva di Obama, che tuttavia da quando è alla Casa Bianca è riuscito a più che raddoppiare il debito pubblico del suo Paese da $8.950 a $18.100 miliardi (record storico in soltanto 6 anni) e a far crescere di ben $3.200 miliardi il deficit della bilancia dei pagamenti. D’accordo, ma nel frattempo l’economia americana ha ripreso a crescere e a ridurre la disoccupazione grazie al “quantitative easing” della Federal Reserve. Ma da una politica monetaria “artificiale” (stampa di moneta) può nascere qualcosa di “reale” duraturo?

Va inoltre chiarito che i bassi tassi d’interesse sono serviti più a stimolare la speculazione a Wall Street che non gli investimenti produttivi. Infine: se il dollaro è così forte, come mai lo “spread” fra i titoli di Stato tedeschi e statunitensi è di ben 190 punti, e persino quelli italiani hanno un rendimento inferiore di 50 punti rispetto a quelli Usa? La risposta è che il mercato sente che qualcosa non va nel modello degli Stati Uniti e di molti altri paesi.

Lo sentiva anche Papa Francesco, quando nell’Evangelii gaudium scriveva:

“NO a una economia dell’esclusione, NO alla nuova idolatria del denaro, NO a un denaro che governa invece di servire, NO all’iniquità che genera violenza”.

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