Il rating di legalità per le aziende virtuose


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Il professore di economia politica Leonardo Becchetti ci parla del rating di legalità, uno strumento “etico” per intervenire contro la corruzione in ambito economico e imprenditoriale; Becchetti parteciperà alla presentazione del volume di Giovanni Palladino “Governare bene sarà possibile. Come passare dal populismo al popolarismo”, nella giornata del Convegno “Sulle orme di chi ha servito” dedicata a don Luigi Sturzo, organizzata dall’associazione “Solidarietà Popolare” (Roma, 19 maggio 2015, ore 17,30 presso la Sala Ecumenica del Convento San Sisto, piazzale Numa Pompilio)

La storia del rating di legalità è un primo promettente esempio di come l’azione sinergica di istituzioni, cittadini responsabili e imprese virtuose può rendere i valori un fattore competitivo nell’economia di mercato avvicinando la stessa al bene comune”: così l’economista Leonardo Becchetti in un articolo su Avvenire del 6 maggio (‘Aziende, rating legalità per rafforzare gli onesti‘).

Becchetti rileva l’importanza dei temi della legalità e della lotta alla corruzione, anche perché la questione che li riguarda “è uno degli elementi ostativi, forse il principale, alla ripresa costante e ampia degli investimenti in Italia”; inoltre, “illegalità e corruzione minano il successo della vita economica creando incertezza relativa ai diritti proprietari e generando una concorrenza sleale tra imprese ‘infiltrate’ e imprese ‘virtuose’”, avendo le prime accesso alla fonte di finanziamento “abbondante e a basso costo” che proviene dalle attività illecite. Un vantaggio che nei periodi di recessione si fa sentire ancora di più.

Per combattere corruzione e illegalità – continua Becchetti – non basta l’azione di una sola delle forze sane del Paese (istituzioni, cittadini, imprese) ma è necessaria un’azione congiunta di tutte realizzata con l’ausilio di meccanismi efficaci in grado di rovesciare lo svantaggio competitivo che le imprese sane hanno nei confronti delle imprese infiltrate”.

In questo senso il rating della legalità è una iniziativa importante. È stato lanciato con il decreto del 20 febbraio 2014 dai ministeri dell’Economia e dello Sviluppo economico e stabilisce i requisiti per l’assegnazione alle aziende di un rating da una a tre stelle, specificando le potenziali agevolazioni connesse: se per ottenere la prima stella è sufficiente non avere note negative, come condanne o azioni penali, per le altre due stelle occorre mostrare comportamenti virtuosi (“l’adozione di pratiche di responsabilità sociale d’impresa, l’adozione di modelli di prevenzione e contrasto alla corruzione e l’uso di sistemi di tracciabilità dei pagamenti anche per importi inferiori a quelli fissati dalla legge”); le premialità comprendono l’accesso a finanziamenti pubblici e bancari.

Il rating di legalità può apportare altri benefici alle imprese, come “una maggiore reputazione nei rapporti con altre aziende nella filiera produttiva che riduce i costi di transazione e una maggiore disponibilità a pagare dei cittadini attraverso il ‘voto col portafoglio’ (consumi e risparmi dei fondi d’investimento etici per imprese quotate)”. Per far crescere l’inizitiva, Becchetti propone inoltre di rafforzare la componente premiale.

Attualmente le imprese che hanno beneficiato del rating sono più di 450, mentre altre centinaia hanno già presentato la domanda. L’elenco di quelle che hanno ottenuto il riconoscimento è visionabile sul sito dell’Agcm.

MC

One thought on “Il rating di legalità per le aziende virtuose

  1. Giusto enfatizzare iniziative come questa.
    La questione legalità ha a che fare con le possibilità di reale sviluppo territoriale del nostro Paese e non solo del nostro.
    Ma si sappia che, a partire dalla seconda “stella” di qualificazione, è in gioco l’intero sistema pubblico- privato, finanziatori e finanziati ( pubblici e privati che siano), amministratori e amministrati, etc.
    Voglio dire che i temi che si stanno trattando, ad esempio, per la riforma in atto dell’Appalto pubblico ( il famigerato Codice appalti) per impulso di benedette, quanto malfatte, imposizioni comunitarie, non convergono, per il momento, verso la creazione di un “sistema”, ove la legalità sia premiata per default ( la legalità DEVE convenire ai più).
    Il sistema di “qualificazione delle imprese” , ora malamente previsto nel codice, è centrale per lo sviluppo di un sistema nuovo che cambi realmente le cose. La legalità è un RISULTATO, non un presupposto, per creare vera ricchezza sul territorio, attraverso il meccanismo dell’Appalto o attraverso altri meccanismi di sostegno all’impresa virtuosa.
    Anche se le condizioni penose in cui versiamo possono suggerire il contrario.
    I valori d’impresa, dispiegati sul territorio, come fece Adriano Olivetti a Ivrea e a Pontecagnano, non presupponevano legalità, ma ne dimostrarono nei fatti la NECESSITÀ intrinseca, non divisibile dal risultato percepito sul territorio.
    Il territorio DIVENTÒ legalizzato, assieme all’impresa geniale, innovativa, onnicomprensiva.
    Un sistema, dunque, che si muove assieme alla produzione di beni e ricchezza.
    O “assieme” o è il fallimento sud-americano della legalità, sempre invocata e sempre tradita.
    Qualificare un’impresa significa qualificare un INTERO sistema complesso con il quale essa si rapporta necessariamente.
    Il sistema appalti, disegnato dalla norma e condiviso da una “civiltà del saper fare”, ad esempio, dovrebbe richiedere un PROGETTO di alta qualità, un meccanismo di comando e controllo di altissimo profilo professionale, sia nel pubblico, che nel privato.
    I soggetti finanziatori, pubblici e privati, devono essere specializzati, culturalmente e professionalmente attrezzati e adeguati alla complessità dell’opera, capaci di dialogare con essa con un alto profilo scientifico. Vi pare che ora lo sia? Vi pare che possa diventarlo sic legibus stantibus? A cominciare dalla Bassanini? La recente delega al Governo per la riforma della PA è un’occasione irripetibile, in quanto temporalmente si svolgerà assieme alla riforma del Codice Appalti!!!!
    Ben venga la sottolineatura della legalità, perciò. Ma per raggiungerla occorre che TUTTO il sistema sia convinto che si possa generare ricchezza maggiore da dividersi con un sistema virtuoso, molto più che con un sistema corrotto.
    Occorrono imprese e imprenditori Olivettiani, portatori sani di altissimo valore d’impresa sul territorio. La parte pubblica e finanziaria abbisogna di certificazione di legalità, ma anche di efficienza ed efficacia, al pari delle imprese. La legalità dell’impresa si squaglia come neve al sole di fronte al fuoco infernale di un sistema attorno all’impresa incapace, inefficiente, inesistente. Nessuno si sognerebbe di chiedere a Cucinelli un certificato di legalità. Quello che rappresenta la sua impresa per il territorio ove opera è sotto gli occhi di tutti e sotto la “protezione” di ciascuno. Cucinelli ha ” imposto” al territorio una figura sociale di impresa di matrice Olivettiana, che coinvolge e stimola la crescita comune, dell’impresa e del territorio.
    Tutti guadagnano senza rubare. Tutti guadagnano molto più che rubando.
    Orbene, non si può sperare che si possano clonare mille Cucinelli, o Loccioni, o Bracalente, o tanti altri sconosciuti ai più. ( fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce… Sui giornali vanno più i fatti di “cronaca” e non esempi virtuosi)
    Occorre chiedere con forza a Parlamento e Governo di ridisegnare il sistema appalti, per cominciare, in modo che ci sia posto solo per la qualità del progetto, ora negletto, in quanto non si qualificano i luoghi pubblici o privati capaci di produrne. Occorre che la PA abbia le competenze per dialogare con progetti di alto profilo, in tempi ristretti alla economicità del progetto stesso.
    Il quale progetto deve produrre ricchezza in quanto è di alta qualità e non in quanto, non essendolo, mostrerà il fianco molle alla riqualificazione postuma, nella fase esecutiva, in maniera costosissima, in corso d’opera, con aggiunte e varianti infinite. Occorre un sistema di finanziamento che sappia stare al proprio posto, in grado di sostenere e non strozzare il flusso produttivo.
    Occorre anche una fiscalità intelligente, in grado di fare i conti complessi che richiede una partecipazione consapevole e colta al progresso di un territorio e che si arricchisce dei buoni progetti ben eseguiti, di imprese che crescono e che generano ricchezza fiscale nei tempi progettati.
    Il primo campo di impegno è perciò la riforma del Codice Appalti ora in corso assieme alla riforma della PA, alla quale occorre affiancare una riforma del credito industriale e territoriale e quella fiscale. Progettiamo almeno il progetto. Si farà quello che sapremo fare.
    Giampiero Cardillo

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