Ambiente meno ostile alle imprese? No, molto favorevole!


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di Giovanni Palladino

Venerdì scorso il Presidente di Confindustria Venezia, Matteo Zoppas, ha detto: “Per avere più occupazione serve un ambiente meno ostile per le imprese”. Ma la sua richiesta ci sembra molto timida, quasi difensiva più che di “attacco”. Pare che dica: “speriamo che le imprese non finiscano in un angolo”, assumendo lo stesso atteggiamento di Mons. Galantino – segretario generale della CEI – nel commentare il referendum in Irlanda sulle unioni civili: “speriamo che la famiglia non finisca in un angolo”.

In effetti non basta che la politica economica del governo sia “meno ostile” nei confronti dell’iniziativa privata. E’ invece necessario che diventi presto MOLTO FAVOREVOLE, come purtroppo mai si è avuta in Italia negli ultimi 50 anni, caratterizzati dal grande favore del mondo politico nei confronti delle imprese pubbliche e parastatali, nonché di quelle poche grandi imprese private, che ha sempre chiesto e ricevuto favori assistenziali da Roma. Invece la vera “spina dorsale” produttiva dell’economia italiana (le PMI e il lavoro autonomo) ha sempre vissuto in un ambiente ostile dominato dal vento contrario di una punitiva politica fiscale e di una soffocante burocrazia “nemica” (anziché “amica”) dell’iniziativa privata. Si sono così calpestate diverse norme costituzionali a danno soprattutto dei più deboli.

Si continua a dire: “BISOGNA PORRE AL CENTRO DELL’AZIONE POLITICA LA PERSONA UMANA !” o, come sostiene l’economista Mauro Magatti, “RIMETTIAMO IL LAVORO AL SUO POSTO: AL CENTRO DELL’ECOMOMIA”. Ma se al centro di questa azione non si mettono anche le imprese (“profit” e “non profit”) o, meglio, IL LAVORO DEGLI IMPRENDITORI, si tolgono a tutti gli altri lavoratori i loro “alleati” più preziosi, senza la cui salute ci si ammala tutti.

Sabato scorso in Portogallo Mario Draghi ha sostenuto che lo stimolo monetario (“quantitative easing”) senza lo stimolo fiscale non può produrre una vera e duratura crescita. Per “stimolo fiscale” egli intende il varo di una riforma tributaria che incentivi le imprese europee a fare investimenti produttivi con l’obiettivo di creare più occupazione e quindi più potere di acquisto per le famiglie. Oggi questo è un “potere” in drammatica flessione per effetto della disoccupazione (giovanile e non) e di un sistema fiscale oppressivo.

Ne consegue che LA RIFORMA PIU’ IMPORTANTE DEVE ESSERE DI TIPO FISCALE: il Parlamento Europeo deve cambiare il metodo di calcolo del disavanzo pubblico ai fini del tetto del 3% sul Pil. In pratica non devono più essere considerati in tale calcolo I DISAVANZI CAUSATI DAGLI INVESTIMENTI PUBBLICI E DALLE DETRAZIONI FISCALI CONCESSE ALLE IMPRESE E ALLE FAMIGLIE PER FINI PRODUTTIVI. In tal modo anche il “quantitative easing” produrrebbe effetti positivi, perché è ormai evidente che gran parte della maggiore liquidità offerta dalla BCE al sistema bancario non viene impiegata per fini produttivi, ma ritorna nel perverso circuito dell’economia finanziaria e speculativa.

Quando in Borsa si fa festa per i continui rialzi dei prezzi delle azioni e delle obbligazioni, MA IN PRESENZA DI UNA ECONOMIA REALE CHE NON CRESCE, c’è qualcosa di IRRAZIONALE e di IMMORALE nel sistema economico. Se la “bolla” dovesse scoppiare – come è molto probabile, se non si riprende l’economia reale – Bruxelles (UE) e Francoforte (BCE) ne sarebbero i principali responsabili.

Non c’è da sorprendersi se negli ultimi anni il divario fra i ricchi e i poveri ha continuato ad aumentare. Ciò è dovuto anche alla politica monetaria ultra-espansiva adottata dalle principali Banche Centrali (Giappone e Stati Uniti in testa). E’ noto che gran parte del risparmio delle classi medie è investito in impieghi a reddito fisso e a basso rischio, mentre gli investimenti finanziari più rischiosi sono per lo più fatti dalle famiglie più agiate e dagli speculatori di professione (cresciuti enormemente negli ultimi anni proprio grazie alla “generosità” dei banchieri centrali). I primi si accontentano dei bassi redditi da tassi d’interesse (ormai quasi azzerati per i depositi bancari e per i titoli di Stato a breve termine), mentre i secondi puntano sulle plusvalenze di capitale (“capital gain”), sia nel mercato obbligazionario che in quello azionario.

Ebbene dopo la “batosta” recessiva (e in alcuni casi depressiva) causata e subita dalle grandi banche nel 2008, Giappone, Stati Uniti ed Europa hanno pensato maggiormente al salvataggio delle grandi banche più che a creare un ambiente favorevole alla ripresa dell’economia reale. Con quel salvataggio si è invece finito per incentivare il “fare i soldi con i soldi”. E si sa che in questo “gioco” è avvantaggiato chi ha più soldi. Sino al momento in cui scoppierà la prossima “bolla” e in tal caso perderanno quasi tutti i ricchi e tutti i poveri.

Negli ultimi anni si è così favorito molto il “circuito” dell’economia finanziaria, senza che questa potesse portare alcun beneficio all’economia reale, che vive di ben altro che non sia la “droga” della stampa di moneta o di credito. Le imprese produttive vivono di fiducia nel futuro e di politiche economiche che creino l’ambiente adatto per uno sviluppo sano e sostenibile. Il “favore” deve quindi essere fatto a queste imprese e non ai “signori del denaro”. Gli incentivi monetari e fiscali devono essere offerti a chi produce beni e servizi reali, non a chi produce “bolle”.

D’accordo, ma poi dove finirebbe il debito pubblico, se non si dovessero più calcolare per il tetto del 3% i disavanzi creati dagli incentivi fiscali al sistema produttivo ? La risposta a questa obiezione è che RAFFORZARE CHI PRODUCE OCCUPAZIONE PORTERA’ NEL TEMPO A MAGGIORI ENTRATE FISCALI, COME SEMPRE AVVIENE IN UNA ECONOMIA CHE CRESCE. Dall’attuale circolo vizioso si può uscire solo con una intelligente “operazione verità”: la soluzione sta nel motivare al lavoro il mondo delle imprese produttive e del volontariato, facendo terra bruciata intorno al capitalismo “stile Las Vegas”.

Altrochè ambiente “meno ostile”……. Qui c’è bisogno di una RIVOLUZIONE CULTURALE, la rivoluzione del buon senso politico, economico e finanziario, quel buon senso che la “peste” – come giustamente la definisce Marco Vitale – della finanziarizzazione dell’economia sta facendo venir meno ormai da troppo tempo.

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