Un popolarismo “globalizzato” per ridurre le disuguaglianze


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Globalizzare il popolarismo: è il messaggio “sturziano” lanciato nel libro ‘Governare bene sarà possibile’ da Giovanni Palladino, economista e fondatore dei Popolari Liberi e Forti, il quale nel volume ci indica le chiavi per istituire un rapporto armonioso e produttivo tra capitale e lavoro all’insegna della Dottrina sociale cristiana.

Il primo passo consiste nell’eliminazione di quelli che l’autore definisce i “tanti ‘nemici’ del popolarismo”, tra i quali si impone “un sistema monetario internazionale che da oltre settant’anni favorisce un solo Paese (gli Stati Uniti) a danno di tutti gli altri”; tale “signoraggio”, continua Palladino, ha favorito non solo la diffusione delle multinazionali americane a discapito di quelle di altri Paesi, ma anche “l’accumulo di enormi risorse finanziarie che hanno poi finito per creare un capitalismo di carta di molto superiore a quello del 1929”.

Le crisi del capitalismo – a differenza di quelle del comunismo, di tipo prevalentemente produttivo – sono sempre state di natura finanziaria e speculativa, ovvero “causate dall’uso improprio del capitale a danno di coloro che lo cercano con l’impegno imprenditoriale e con il lavoro produttivo”. Questo capitalismo “stile Las Vegas” si oppone alla genuina economia sociale di mercato, “sperimentata con successo, sino a oggi, da un solo Paese (la Germania), grazie al grande coraggio di un vero statista, Konrad Adenauer, e alla grande cultura del suo ispiratore, Luigi Sturzo, che ben conosceva sin dal 1921” spiega Palladino, che ricorda come il sacerdote siciliano avesse espresso critiche nei confronti del carattere speculativo del capitalismo americano già all’inizio degli anni Trenta e poi ancora alla fine della guerra, paventando “la nascita del dollaro ‘imperiale’”. La proposta di Sturzo consisteva nel creare una moneta sovranazionale che dovesse fungere da “perno” in vista dell’istituzione di una moneta unica “come naturale conseguenza dell’unificazione pacifica dell’economia mondiale”.

Ciò avrebbe impedito di arrivare alla situazione odierna in cui “gli Stati Uniti – dopo aver ottenuto grandi vantaggi da un simile privilegio, che ha tuttavia causato allo zio Sam un enorme debito verso l’estero – hanno il dollaro nella situazione imbarazzante (e pericolosa per tutti noi) del ‘re nudo’”.

L’autore cita a questo proposito un estratto dal libro del padre, l’economista Giuseppe Palladino che fu esecutore testamentario di don Sturzo, dal titolo ‘Il capitalismo vincerà? L’etica cristiana dell’economia’, pubblicato nel 1986, in cui si affermava l’urgenza di “un corretto sistema monetario internazionale, che condizioni tutte le Banche Centrali a ben governare le rispettive monete in funzione del lavoro produttivo e non più al servizio del parassitismo statalistico e finanziario-speculativo. Si tratta di detronizzare l’idolo dell’illusione monetaria e di nobilitare le virtù del lavoro”, anche per “preservare la pace e respingere davvero l’orda barbarica e fanatica del terrorismo, che la pone in pericolo per tutti, nessuno escluso”. Dopo avere messo in guardia sui rischi del “mostro dell’eurodollaro”, che paragona a una bomba atomica in grado di mandare per aria il sistema capitalistico, Giuseppe Palladino rivendica la necessità “di imparare a considerare la moneta come ‘bene pubblico’ all’interno di ogni paese e come ‘bene universale’ sul piano internazionale”: per continuare a vivere e rafforzarsi, il capitalismo deve riconciliarsi con la socialità.

La politica monetaria ultraespansiva della Federal Reserve, continua Giovanni Palladino nella sua riflessione, “è una generosità imprudente perché offre una difesa più artificiale che reale. Una difesa che piace più agli speculatori che ai produttori, una difesa che poi finisce per deformare la funzione economico-sociale del mercato finanziario, trasformandolo da sostegno alla produzione in sostegno al gioco d’azzardo”.

Da qui la necessità di “globalizzare il capitalismo popolare” descritto nelle encicliche sociali (ma ignorato dal mondo politico ed economico italiano e non solo), che promuove “il valore educativo dell’impresa come valida ‘palestra’ della libertà e della responsabilità personale”. È proprio l’importanza conferita al ruolo sociale dell’impresa, che attraverso il lavoro può e deve creare responsabilizzazione e coinvolgimento, a costituire il valore aggiunto di questa visione, perché “il luogo dove si esercitano la disciplina, l’impegno e la creatività dell’uomo non può non essere anche il luogo dove questi si sente coinvolto e cointeressato”.

Tale accordo tra capitale e lavoro, realizzabile con l’attuazione del genuino popolarismo sturziano, è fondamentale per ridurre l’aumento delle disuguaglianze che, in un mondo che “ha tutti i mezzi tecnologici e le competenze per ridurle, è un’imperdonabile colpa per le attuali classi dirigenti. Il popolarismo non ha ancora fatto scuola – afferma Palladino – perché è mancata la scuola di popolarismo. È tempo di istruirla”.

MC

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