Quando lo Stato fa “la parte del riccio”: don Sturzo e i danni dello statalismo


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L’errore fondamentale dello statalismo è quello di affidare allo Stato attività a scopo produttivo, connesse a un vincolismo economico che soffoca la libertà dell’iniziativa privata. Trasferire il capitale allo Stato e farlo operare nei larghi settori dell’industria porta danno al Paese, alla sua economia e alla stessa classe operaia. Lo statalismo fa la parte del riccio, entra nel buco con le spine abbassate e poi le va alzando via via per farsi quanto più largo possibile”: sono le parole di don Sturzo a proposito dei rischi causati da una eccessiva ingerenza dello Stato, parole riportate da Giovanni Palladino, economista e fondatore dei Popolari Liberi e Forti, nel libro “Governare bene sarà possibile. Come passare dal populismo al popolarismo” pubblicato da Rubbettino.

Il sacerdote siciliano, commenta Palladino, aveva ben chiaro il principio guida in base al quale “non si favorisce lo sviluppo di una società civile se a prevalere è lo Stato ‘tuttofare’, tanto sottilmente manipolatore delle menti dei cittadini da porre molta più enfasi sui loro diritti anziché sui loro doveri”, propagandando “il diritto di stare bene” anziché “il dovere di darsi da fare per stare bene” e dimenticando il ruolo dello Stato “di adoperarsi per creare le condizioni volte a consentire, a famiglie e imprese, di esercitare correttamente quel loro dovere”.

Considerando che “non è possibile educare le persone all’uso responsabile della libertà se nella società manca il consenso sulla validità di alcuni valori fondamentali”, Palladino elenca alcuni principi del popolarismo sturziano indispensabili “per creare un popolo di ‘liberi e forti’”:

  • il valore del capitalismo partecipativo o popolare: “un sistema democratico diventa forte e stabile soltanto se alla democrazia politica si affianca una diffusa democrazia economica”;
  • il valore della proprietà privata: “la democrazia economica è tanto più diffusa quanto più è diffuso il diritto di proprietà privata, che è un diritto naturale dell’uomo e, in quanto tale, non può essere ostacolato, ma semmai favorito, difeso e ben regolato da chi governa”;
  • il valore del cointeressamento di tutti alla buona salute dell’economia: “proprietà privata non significa solo possedere un pezzo di terra o la casa di abitazione o beni di consumo durevole, ma anche partecipare, direttamente on indirettamente, alla proprietà dei mezzi di produzione dell’economia”;
  • il valore del rischio che educa a essere responsabili: “per promuovere nei fatti, e non solo a parole, l’iniziativa privata è necessario insegnare a valorizzare la cultura del rischio produttivo, cultura ben diversa da quella del rishcio puramente speculativo o del gioco d’azzardo”;
  • il valore dell’imprenditorialità: “valorizzare la cultura del rischio produttivo significa innanzitutto dare prestigio sociale a chi ha la capacità di creare lavoro per sé e per gli altri, ossia a chi ha la capacità di fare impresa e di saper rischiare”;
  • il valore economico-sociale del profitto: “dare prestigio sociale all’imprenditore (e non discredito sociale, come spesso è avvenuto in Italia) significa diffondere una moderna cultura del profitto, che non va demonizzato, perché dalla sua esistenza (e dal suo buon uso) dipende in gran parte lo sviluppo dell’economia”;
  • il valore morale e civile della trasparenza: “non può esistere una buona cultura del profitto se non è curata quella della trasparenza e correttezza del bilancio, che a sua volta esige un sistema fiscale equo e non oppressivo”;
  • infine, ultimo in lista ma prioritario per importanza, il valore della libertà di scelta educativa offerta a tutte le famiglie, “che oggi non sono affatto libere di optare tra la scuola pubblica e quella privata, a meno di essere disposte a pagare un costo aggiuntivo. Questo difetto sta causando la scomparsa delle scuole private, lasciando allo Stato – inefficiente educatore – il monopolio della scuola, che avrebbe invece bisogno dello stimolo della competizione per fornire un servizio migliore (il metodo Montessori insegna)”.

Palladino non manca di aggiungere il valore necessario per la realizzazione di tutti gli altri, quello della moralità, “senza del quale gli altri, prima o poi, perdono importanza e non funzionano più, si trasformano in disvalori”.

I principi del popolarsmo sturziano, come rileva il leader dei Popolari Liberi e Forti, sono rimasti per la maggior parte inascoltati, anche se il loro autore aveva chiaramente denunciato i punti deboli di uno “Stato tuttofare”; già nel 1952 Sturzo scriveva: “I semi dello statalismo sono stati diffusi in Italia da oltre mezzo secolo come una gramigna mentale e sentimentale. Nel campo economico possiamo affermare che nessun altro paese libero ha creato tanti vincoli all’iniziativa privata come l’Italia. E per controbilanciare questi vincoli, in nessun paese libero sono stati sviluppati come in Italia tanti monopoli privati e pubblici. Ho letto più volte che è un errore, nel procedere a riforme sociali, preoccuparsi delle leggi economiche, delle quali si arriva a negare la validità e l’importanza. Ma i riformatori sociali dovrebbero essere i primi a esigere il rispetto delle leggi economiche. Quanta più garanzia dello Stato si dà, tanto più diminuisce nei gestori il senso del rischio”.

MC

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