La “necessità incompresa” delle liberalizzazioni


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Presentato oggi a Milano il 13° Rapporto sul processo di liberalizzazione della società italiana durante l’incontro “Liberalizzazioni, un’incompresa necessità”. Il direttore di Società Libera, Vincenzo Oliti, ha introdotto la discussione tra Guido Gentili, editorialista del Sole 24 ore, Piero Ostellino, editorialista del Giornale, Giorgio Ragazzi, professore di Scienza delle finanze e l’economista d’impresa Marco Vitale.

Leggiamo da un estratto del Rapporto che “Un aspetto inquietante a dimostrazione della crisi, prima di tutto culturale, che il liberalismo sconta nel Paese” consiste nella “riscoperta, particolarmente percepita dalla pubblica opinione, del positivo ruolo dello Stato nella sfera economica”. La “convinzione fideistica” che la proprietà pubblica serva l’interesse generale meglio della proprietà privata non è, al contrario, né storicamente dimostrabile né suffragata da risultati positivi, così come la “convinzione che individua in una corposa attività legislativa il rimedio per ogni patologica situazione o devianti comportamenti”.

Riguardo al processo di liberalizzazione che ha interessato il Paese in maniera marginale, i suoi esiti non sono sempre positivi: basti l’esempio del mercato libero dell’energia: “passare da un gestore all’altro, in una città come Roma, significa entrare in un girone infernale tale da far rimpiangere il vecchio regime di monopolio. Il palleggiamento, interessato, tra i due gestori, dovrebbe essere oggetto d’intervento della magistratura e, certamente, non additabile come un riuscito esempio di liberalizzazione”.

La decisione di Società Libera di sostenere il percorso di liberalizzazione mediante le privatizzazioni e l’alienazione di società di proprietà degli Enti locali deriva dalla convinzione che ciò contribuirebbe “a ridurre lo stock del debito, rendendo più snello e produttivo l’apparato pubblico non solo perché ne avremmo qualche vantaggio in termini di costi sociali ed individuali, se una libera concorrenza diminuisse i prezzi soprattutto dei servizi, ma anche perché si offrirebbero maggiori chance alle libertà individuali”.

Il “capitalismo municipale”, come viene definito il possesso, da parte delle pubbliche amministrazioni, della maggior parte delle aziende produttrici di servizi locali, non è risultato fino a ora un fenomeno redditizio o funzionale: “è stato appurato e verificato che le aziende che ad esso fanno capo forniscono servizi di peggior qualità e di maggior costo rispetto a quelle di proprietà privata operanti in regime di concorrenza. Molte delle aziende pubbliche sono cronicamente in perdita e gli enti proprietari sono costretti a ricapitalizzarle attingendo alla fiscalità locale”.

L’opinione pubblica, succube del luogo comune che accomuna la proprietà pubblica alla salvaguardia dell’interesse generale e la proprietà privata all’interesse personale, non è pienamente consapevole dei danni arrecati da questo modello fomentato da visioni ideologiche e interessi politici. Su questo tema “Società Libera vuole avviare una riflessione e un ragionamento, affinché si avvii una concreta campagna per sradicare questo regime che detiene larga parte del potere politico, economico ed amministrativo e che non consente all’Italia di essere un’efficiente società aperta”.

Redazione Libera e Forte

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