L’enciclica Laudato si’


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di Alessandro Corneli

Primo punto fermo e chiaro: Papa Bergoglio non è contro il capitalismo produttivo, quello che sostiene e promuove l’economia reale, l’economia che dà occupazione e consente di soddisfare i bisogni della persona umana; è contro il capitalismo finanziario, quello che mira a fare profitti attraverso il denaro, a vantaggio di pochi e a spese di tutti, e che egli individua nelle “banche”, tradizionali depositarie delle ricchezze finanziarie e, trasformate circa trent’anni fa in imprese volte al profitto, al servizio del loro incremento.

Osservazione: se si vanno a rileggere le cronache e i commenti del 2008-2010 sulla crisi finanziaria – cronache e commenti di natura “laica” – si troveranno le stesse analisi e le stesse accuse: la distinzione tra economica reale ed economia finanziaria, tra avidità/irresponsabilità delle banche ed aumento incontrollato delle attività finanziarie a spese di quelle produttive (e relativa critica verso la caduta della capacità manifatturiera, cioè industriale/produttiva). Quindi, tutti coloro che storcono il naso sull’enciclica, sul “papa verde”, ecc. sono in malafede.

Secondo punto fermo e chiaro: il potere politico si è lasciato asservire dal potere finanziario e quindi viene meno alla sua funzione fondamentale, quella di perseguire il bene comune, di difenderlo, di spiegarlo. L’abbandono del bene comune lascia spazio solo al bene individuale, all’egoismo, con i corollari dell’indifferenza verso chi non ce la fa, dell’economia dello scarto, che riguarda sia le cose materiali sia le persone umane.

Osservazione: il Papa non legittima l’avidità, non può farlo, ma non può non ammettere che essa derivi dal peccato, da una sbagliata visione del rapporto Dio-uomo-natura, o anche da una normale e non distorta visione razionale del rapporto uomo-natura. La sua accusa è diretta al potere politico che, invece di avere e propugnare una visione a lungo termine, si accontenta della gestione del potere quotidiano. Il deficit culturale non è nell’imprenditore avido, ma nell’uomo politico. Certo, il primo pecca di irresponsabilità, ma il secondo tradisce la sua funzione e missione.

Terzo punto fermo e chiaro: la ricerca scientifica non è condannata, anzi è manifestazione della razionalità umana, ma essa tradisce la sua missione quando si subordina al potere finanziario perché, in questo caso, si auto-orienta verso uno scopo che non è il suo: il profitto invece della conoscenza. L’alleanza tra tecnologia e finanza costituisce un pericolo perché crea una gerarchia artificiale tra i popoli. A tutto vantaggio di alcuni e a danno di altri con la prospettiva che ciò generi sofferenza, prepotenza e guerra.

Osservazione: il Papa non ricorre alla formula della “pace frutto di giustizia” ma va all’analisi dei meccanismi che provocano una disuguaglianza che si trasforma in ingiustizia e quindi porta alla guerra. Proprio perché, per la prima volta, ammette la ricerca della felicità sulla terra, il Papa ritiene possibile (e necessario) che si blocchi un meccanismo che è invece sicuro portatore di infelicità. Come invita la scienza all’umiltà, il Papa è prudente su ciò che non è stato ancora accertato definitivamente (ad es. sugli Ogm), ma invita anche a porre dei limiti in funzione delle conseguenze prevedibili di alcune ricerche che hanno a che fare più con il desiderio di potere che con quello della conoscenza.

Quarto punto fermo e chiaro: il traguardo non è un diffuso pauperismo, che tra l’altro non consentirebbe di apprezzate la bellezza della natura, ma uno sviluppo equilibrato che coinvolga tutti. Non c’è la richiesta di una pianificazione globale, anche perché sono riconosciute le diversità naturali ed umane, ma c’è l’invito a prendere decisioni globali per i problemi globali sulla base di una razionale responsabilità che si fondi sulla libertà e non sull’imposizione di alcuni pochi “illuminati”.

Osservazione: il Papa non condanna le disuguaglianze, ma un meccanismo che la fa crescere. Si tratta di una posizione mediana molto aristotelica. Aristotele non voleva che il potere (il governo) fosse nelle mani di pochi ricchi né di molti poveri poiché, nelle mani degli uni o degli altri, avrebbe aumentato l’ingiustizia. Il Papa sembra appellarsi al “ceto medio” affinché, attraverso la politica e l’economia, riprenda in mano il potere. Infatti il ceto medio è il più adatto a capire e praticare la funzione sociale della proprietà mentre per i ricchi essa è un privilegio e per i poveri oggetto di invidia.

Conclusione: L’enciclica Laudato si’ è una enciclica “solare”, è un inno alla meraviglia della natura e all’uomo che ha la capacità di comprenderla; ma è anche una enciclica fortemente “teologica”: la natura non si è fatta da sé, ma è, appunto, il Creato che rinvia al Creatore. Chi non fa quest’ultimo passo, “logico” secondo il Papa, cioè chi non passa dalla scienza alla fede, non compie tutto il percorso intellettuale ed emotivo di cui l’essere umano è capace. Il richiamo al monachesimo benedettino (“ora et labora”, dove “ora” include meditazione, riflessione, scienza e conoscenza) è la risposta dell’essere umano al dovere di “custodire” il Creato. Nell’atto del custodire, infatti, c’è riflessione, conoscenza e azione conseguente. Non c’è vuoto agitarsi.

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