Amore e coraggio. Riflessioni sull’enciclica “Laudato si’”


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di Marco Vitale

La creazione appartiene all’ordine dell’amore” – Enciclica Laudato SI’ par. 77

Il cuore della Lettera enciclica sulla cura della casa comune Laudato Si’, del Santo Padre Francesco, sono il capitolo secondo ed il capitolo sesto. Sono i capitoli nei quali l’Enciclica pone, con chiarezza, i principi cristiani necessari per affrontare e avviare a soluzione i problemi ecologico-antropologici che affliggono la terra, illuminandoli, in una prospettiva religiosa, di amore e rispetto per il creato, per la casa comune che ci è stata donata. È proprio questo spirito di amore per il creato, inteso in tutte le sue manifestazioni, che differenzia l’Enciclica da altre pregevoli prese di posizione, altrettanto documentate e allarmate, di tanti studiosi e enti importanti (come quelle tra le più significative della Nasa). La prima è ispirata da “una contemplazione riconoscente del mondo”. Le seconde sono espressione solo della ragione, della scienza e della paura.

Gli altri capitoli racchiudono un’analisi approfondita dei mali di cui soffre la casa comune, tecnicamente aggiornata, conosciuta e, per lo più, convincente. E racchiudono, conseguentemente e sulla base di tale analisi, un forte grido di allarme e di dolore “per il male che provochiamo (alla stessa), a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei”. Si tratta di un grido di dolore e di allarme assai forte, più che giustificato da una puntuale analisi dei mali che minacciano la terra, analisi precisa, specifica, approfondita. Troppo minuziosa per alcuni, ma non per me, perché era necessario dare ad un grido di dolore e di allarme così forte, una base molto solida, convincente ed evidente. Infatti: “La cultura ecologica non si può ridurre a una serie di risposte urgenti e parziali ai problemi che si presentano riguardo al degrado ambientale, all’esaurimento delle riserve naturali e all’inquinamento. Dovrebbe essere uno sguardo diverso, un pensiero, una politica, un programma educativo, uno stile di vita e una spiritualità che diano forma ad una resistenza di fronte all’avanzare del paradigma tecnocratico… Cercare solamente un rimedio tecnico per ogni problema ambientale che si presenta, significa isolare cose che nella realtà sono connesse, e nascondere i veri e più profondi problemi del sistema mondiale”. Il grido di dolore e di allarme è così forte, anche come reazione alla “globalizzazione dell’indifferenza” e perché si prefigge di avviare “grandi percorsi di dialogo che ci aiutino ad uscire dalla spirale di autodistruzione nella quale stiamo affogando”.

D’altra parte il grido di dolore e di allarme non è maggiore di quello di molti studiosi rispettati, come Jared Diamond (biologo, geografo, Premio Pulitzer) che ha recentemente dedicato ai ragazzi una nuova versione del suo classico: “L’evoluzione dell’animale umano” con l’avvertimento: “ragazzi svegliatevi o il nostro mondo sparirà entro il 2050”. “O avremo realizzato un’economia sostenibile entro il 2050, o avremo cancellato tutto in modo irreversibile. E nel secondo caso precipiteremo in un’altra Età della Pietra o, peggio, lasceremo il posto ai topi e insetti”. O come Anthony Giddens, considerato uno dei maggiori sociologi viventi, professore emerito della London School of Economics, autore del classico “La politica del cambiamento climatico” che, in una Lectio Magistralis tenuta recentemente a Milano, ha illustrato che dopo il flop di Copenhagen 2009, le prospettive per un’azione decisa e responsabile delle autorità competenti, restano bassissime per la scarsa consapevolezza del rischio: “Cresce l’evidenza scientifica, ma sembra che a nessuno importi. Sappiamo stimare le probabilità di morire per un incidente d’auto, ma non quelle di una rivolta della natura”.

Naturalmente un’analisi così ampia e approfondita come quella dell’Enciclica e che non vuole limitarsi a descrivere i sintomi delle disfunzioni, ma vuole penetrare nel profondo “della radice umana della crisi ecologica”, mal si presta a superficiali commenti generali, come alcuni hanno subito fatto, sulla base di semplici sintesi giornalistiche. È necessaria una lettura approfondita e concentrarsi su alcuni specifici temi, purché questi restino inquadrati nell’impostazione generale, che è unitaria e inscindibile. Io ne sceglierò tre per la loro importanza e perché li sento a me molto congeniali.

Tutto è connesso

L’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme. Non c’è ecologia senza una adeguata antropologia”. È questo un tema che attraversa tutta l’enciclica. “Un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale”. C’è la dimensione naturale, c’è la dimensione umana, c’è la dimensione sociale, c’è la dimensione culturale. Perciò l’insieme delle disfunzioni che fanno gemere la terra “ci pone di fronte all’urgenza di procedere in una coraggiosa rivoluzione culturale”, che ci porti ad un’“ecologia integrale”. Questa visione “ci impedisce di considerare la natura come qualcosa di separato da noi o come una mera cornice della nostra vita. Siamo inclusi in essa, siamo parte di essa e ne siamo compenetrati”. “Il degrado della natura è strettamente connesso alla cultura che modella la convivenza umana”. E, naturalmente, in un’ecologia integrata c’è, ed è fondamentale, un’ecologia economica alla quale dedicherò un paragrafo ad hoc. Infatti “La protezione dell’ambiente dovrà costituire parte integrante del processo di sviluppo e non potrà considerarsi in maniera isolata”.

E vi è un’ecologia culturale formulata nel paragrafo 143 che sembra scritto per il FAI e per la sua vocazione: “Insieme al patrimonio naturale vi è un patrimonio artistico e culturale, ugualmente minacciato. È parte dell’identità comune di un luogo e base per costruire una città abitabile… Bisogna integrare la storia, la cultura e l’architettura di un determinato luogo, salvaguardandone l’identità originale. Perciò l’ecologia richiede anche la cura delle ricchezze culturali dell’umanità nel loro significato più ampio. In modo più diretto, chiede di prestare attenzione alle nature locali nel momento in cui si analizzano questioni legate all’ambiente, facendo dialogare il linguaggio tecnico scientifico con il linguaggio popolare.

È la cultura non solo intesa come i monumenti del passato ma specialmente nel suo senso vivo, dinamico e partecipativo, che non si può escludere nel momento in cui si ripensa la relazione dell’essere umano con l’ambiente”.

Ecologia economica

Se tutto si tiene, un’ecologia integrale non può non riservare ampi spazi all’economia, alla finanza ed all’ecologia economica. E questi temi attraversano tutta l’Enciclica, con approfondimento, nei capitoli terzo e quarto. L’Enciclica boccia, senza incertezze, il paradigma economico-finanziario dominate, ed anzi esprime grande preoccupazione per lo stesso, auspicando un cambiamento di paradigma: “La tecnologia che, legata alla finanza, pretende di essere l’unica soluzione dei problemi, di fatto non è in grado di vedere il mistero delle molteplici relazioni che esistono tra le cose… L’umanità è chiamata a prendere coscienza della necessità di cambiamenti di stili di vita, di produzione e di consumo, per combattere questo riscaldamento o, almeno le cause umane che lo producono o lo accentuano (il clima è bene comune)… molti di coloro che detengono più risorse e potere economico o politico sembrano concentrarsi soprattutto nel mascherare i problemi o nasconderne i sintomi… nei settori più ricchi delle società, l’abitudine di sprecare e buttare via raggiunge livelli inauditi… degna di nota è la debolezza della reazione politica internazionale. La sottomissione della politica alla tecnologia e alla finanza si dimostra nel fallimento dei vertici mondiali dell’ambiente. Nel frattempo i poteri economici continuano a giustificare l’attuale sistema mondiale in cui prevalgono una speculazione e una ricerca della rendita finanziaria che tendono a ignorare ogni contesto e gli effetti sulla dignità umana e sull’ambiente. Così si manifesta che il degrado ambientale e il degrado umano ed etico sono intimamente connessi… Il paradigma tecnocratico tende ad esercitare il proprio dominio anche sull’economia e sulla politica. L’economia assume ogni sviluppo tecnologico in funzione del profitto, senza prestare attenzione a eventuale conseguenze negative per l’essere umano. La finanza soffoca l’economia reale. Non si è imparata la lezione della crisi finanziaria mondiale… La politica non deve sottomettersi all’economia e questa non deve sottomettersi ai dettami e al paradigma efficientista della tecnocrazia… il salvataggio ad ogni costo delle banche, facendo pagare il prezzo alla popolazione, senza la ferma decisione di rivedere e riformare l’intero sistema, riafferma un dominio assoluto delle finanze che non ha futuro e che potrà solo generare nuove crisi dopo una lunga, costosa e apparente cura. La crisi finanziaria del 2007-2008 era l’occasione per sviluppare una nuova economia più attenta ai principi etici, e per una nuova regolamentazione dell’attività finanziaria speculativa e della ricchezza virtuale. Ma non c’è stata una reazione che abbia portato a ripensare i criteri obsoleti che continuano a governare il mondo… Il principio della massimizzazione del profitto che tende ad isolarsi da qualsiasi altra considerazione è una distorsione concettuale dell’economia”.

È stato detto da alcuni che la voce di papa Francesco è isolata. Vedi: “L’unica voce diversa del mondo” di Mario Calabresi (La Stampa, 22 giugno 2015). Non è vero. L’analisi critica della Laudato Si’, sia nella componente ecologica in senso stretto, sai in quella economico-finanziaria è simile a tante altre di autorevoli studiosi. In particolare l’allarme per la finanziarizzazione del mondo e per le immense responsabilità dei grandi organismi bancari è stato lanciato tante volte.

È invece vero che, dopo il tradimento di Obama rispetto a quello che sosteneva nella campagna elettorale del 2008, dopo lo squagliarsi dei movimenti che una volta si chiamavano di sinistra e che sono tutti diventati più neoliberisti dei Chicago boys, dopo l’impostazione tribale e nazionalista con la quale il governo tedesco interpreta il grande retaggio dell’Economia Sociale di Mercato, non c’è più un’autorità portatrice di responsabilità di governo o politico – culturale, che abbia l’amore e il coraggio necessari per coltivare la “parresia”, come fa papa Francesco contro il pensiero dominante. Il pensiero di papa Francesco non è isolato neanche nella Chiesa, ma è perfettamente in linea con la Dottrina Sociale della Chiesa e con il sentire attuale dei vescovi da tutto il mondo, come le ricche e significative citazioni testimoniano. Non rende un buon servizio né a papa Francesco né al mondo chi lo presenta come voce isolata, come una sorte di Cavaliere solitario. Filoni di pensiero alternativo a quello dominante esistono e si chiamano Economia Civile, Liberalismo storico e sociale, Economia Sociale di Mercato, Dottrina Sociale della Chiesa e molti sono gli studiosi, alcuni di altissimo livello, pronti a sottoscrivere l’analisi di papa Francesco. È necessario unire tutte queste voci e queste energie, e l’autorità morale di papa Francesco era necessaria perché queste voci si fondano e diventino un coro.

Per favorire il formarsi di questo coro è indispensabile bloccare le letture in malafede o, comunque, distortedella Enciclica. Per questo è indispensabile fissare alcuni punti chiari, forti, e decisivi:

l’Enciclica non è contro la scienza e la tecnica (“la scienza e la tecnologia sono un prodotto meraviglioso della creatività umana che è un dono di Dio” citazione di Giovanni Paolo II);

l’Enciclica non è contro gli imprenditori (“l’attività imprenditoriale, che è una nobile vocazione orientata a produrre ricchezze e a migliorare il mondo per tutti, può essere un modo molto fecondo per promuovere la regione in cui colloca le sue attività soprattutto se comprende che la creazione di posti di lavoro è parte imprescindibile del suo servizio al bene comune”;

l’Enciclica non è contro il mercato, ma contro una estensione abusiva del mercato (ci sono cose che non si possono e non si debbono né comprare né vendere) e contro le sue manipolazioni (“l’ambiente è uno di quei beni che i meccanismi del mercato non sono in grado di difendere e di promuovere adeguatamente”). L’Enciclica è contro “una concezione magica del mercato”. “La razionalità strumentale che apporta solo un’analisi statica della realtà in funzione delle necessità del momento, è presente sia quando ad assegnare le risorse è il mercato, sia quando lo fa uno Stato pianificatore”. Luigi Einaudi sottoscrive;

l’Enciclica quando parla di “una certa decrescita in alcune parti del mondo, procurando risorse perché si possa crescere in altre parti” non sposa la teoria della decrescita, ma suggerisce maggiore sobrietà e minori sprechi di beni e di energia in parti del mondo sviluppate, ed una riallocazione di risorse in settori di bisogni non soddisfatti: “rallentare un determinato ritmo di produzione e di consumo può dare luogo ad un’altra modalità di progresso e di sviluppo… Si tratta di aprire la strada ad opportunità differenti che non implicano di fermare la creatività umana e il suo sogno di progresso, ma piuttosto di incanalare tale energia in modo nuovo”. Giorgio Fuà sosteneva tesi analoghe venti anni fa;

l’Enciclica non è contro l’economia produttiva (paragrafo 42 della Centesimus Annus); è contro il capitalismo finanziario, e contro la concentrazione del potere economico e della proprietà, secondo una linea di fondo sempre presente nella Dottrina Sociale della Chiesa. La lista di importanti pensatori che condividono questa posizione è lunghissima: da Einaudi a Caffè, Roepke, Sturzo, Sylos Labini, Krugman, Stiglitz, Zamagni;

l’Enciclica esprime profonda preoccupazione per il fatto che la politica (cioè l’arte della convivenza umana e dello sviluppo integrale dell’uomo) è subordinato alla finanza ed al paradigma finanziario – tecnologico, e ciò è tanto più grave perché le tecnologie danno a “coloro che detengono la conoscenza e soprattutto il potere economico per sfruttarla un dominio impressionante sull’insieme del genere umano e del mondo intero”. E chi non condivide questa preoccupazione?

l’Enciclica è una chiamata alle armi, all’impegno personale e collettivo di fronte a problemi giganteschi formulati con chiarezza e realismo. Ma è anche un inno alla vita, all’amore, alla speranza cristiana. “Per questo oso proporre nuovamente quella preziosa sfida (Carta della Terra, L’Aja 29 giugno 2000): Come mai prima d’ora nella storia, il destino comune ci obbliga a cercare un nuovo inizio… Possa la nostra epoca essere ricordata per il risveglio di una nuova riverenza per la vita, per la risolutezza nel raggiungere la sostenibilità, per l’accelerazione della giustizia e la pace, e per la gioiosa celebrazione della vita”.

L’unità è superiore al conflitto” – Evangelii Gaudium, citato in Laudato Si’

L’unità è superiore al conflitto. È questo l’obiettivo e la stella polare. Ma spesso questo obiettivo si persegue attraverso il coraggio e la lotta. Gesù ha anche detto: “Credete voi che sia venuto a portare pace sulla terra? No, vi dico, ma piuttosto divisione” (Lc, 12,49-53). Luigi Einaudi, giovane, scriveva articoli memorabili sulla bellezza della lotta come strumento di progresso sociale. E Teresio Olivelli invitava ad essere “ribelli per amore”. Forse è proprio quella di Teresio Olivelli la formula più adatta per interpretare questa Enciclica che è insieme di conciliazione e di lotta.

Stefano Zamagni (Avvenire 19 giugno 2015) ha sottolineato il significativo rapporto di continuità tra la Laudato Si’ e la Caritas in veritate di Benedetto XVI, che è nella prima parte citata una ventina di volte. È un’osservazione corretta e significativa. Ma io ricordo anche la grande delusione che suscitò in me la Caritas in veritate. Mancavano in essa le necessarie distinzioni, un’accusa esplicita contro la finanziarizzazione dell’economia e del pensiero, contro i grandi banchieri e i loro schemi criminali (definizione dell’FBI), contro il denaro che governa invece che servire, contro i manipolatori del mercato. Insomma mancava una chiamata alle armi. Nella Laudato Si’ si pone la domanda centrale: “È realistico aspettarsi che chi è ossessionato dalla massimizzazione dei profitti si fermi a pensare agli effetti ambientali che lascerà alle prossime generazioni?” In questa domanda retorica c’è tutto un programma di “divisione” e, quindi, di lotta che ci aiuti “ad uscire dalla spirale di autodistruzione nella quale stiamo affogando”. Del resto basta guardare in faccia ed ascoltare i nemici di papa Francesco, laici e prelati, politici e finanzieri, in Europa ma soprattutto in USA, per avere pochi dubbi sulla necessità di unire le forze per lottare per un mondo più umano, giusto, civile, per proteggere il pianeta che ci ospita.

Già sostenevamo questa lotta. Ora siamo meno deboli e isolati, confortati e rafforzati dall’autorità morale del santo pontefice che viene da lontano.

 

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