Centralità della persona, autonomia, moralità. Riflessione sulla “buona scuola”


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Se le persone migliori possedute da una società si trovano nel ‘capitale umano’, la cura delle persone e la loro formazione costituiscono uno dei principali valori da coltivare e perseguire”: nell’articolo “La missione di educare” pubblicato sul Domenicale del Sole 24 ore del 5 luglio, Giovanni Santambrogio ci introduce al volume “Teoria dell’educazione e altri scritti pedagogici” del pensatore e sacerdote cattolico Lucien Laberthonnière, pubblicato da La Scuola editrice.

Nel mondo moderno dominato dalla “frammentazione dell’individuo e dell’orizzonte interpretativo del vivere”, continua Santambrogio, “Ricostruire la persona tornando a ragionare sull’idea di uomo diventa una priorità”. L’attualità del pensiero di Laberthonnière si mostra in un duplice contesto: “innanzitutto la forza delle sue argomentazioni dentro una appassionata preoccupazione per la centralità della persona e, in secondo luogo, l’affinità del suo tempo con il nostro riguardo al dibattito scienza-fede, ragione e religioni”; come evidenziato anche dal curatore del volume, Luciano Pazzaglia, “Laberthonnière lavora all’elaborazione di una proposta educativa aperta e in grado di valorizzare la libertà accompagnata da spirito critico”.

La riflessione sul libro giunge come ulteriore conferma dell’attenzione che il pensiero cattolico da sempre riserva nei confronti della scuola e della formazione. In un momento in cui si sente spesso parlare di emergenza educazione, riprendere una tradizione che pone al centro della discussione la persona e l’importanza di uno sviluppo autonomo del pensiero risulta fondamentale: “Studiamo per formarci una cultura che ci renderà capaci a potere portare la nostra parola in mezzo alle assemblee e farla apprezzare dai nostri avversari. Studiamo per potere istruire il popolo e renderlo capace di resistere agli avversari. Istruitevi per formare la parola e la penna di cui difetta il nostro campo. Educate l’animo a virtù, al carattere, alle lotte”: sono le parole di Luigi Sturzo, che ha dedicato a questo tema pagine di grande intensità e lucidità, e che insisteva sulla necessità di una educazione alla moralità.

Come evidenziato da Vito Piepoli, il sacerdote siciliano si è sempre battuto per “La scuola che risponde al desiderio di proporre una visione dell’uomo e della società, non per imporre delle soluzioni ma per confrontare le nostre aspirazioni e le nostre scelte a quelle di altri, concretizzando certi principi e valori, senza creare contrapposizione tra laici e cattolici. Una scuola e una educazione per essere competitivi in una società aperta al bene comune. Per essere sempre presenti da cittadini liberi, desiderosi di esserlo, come soggetti responsabili e artefici, nella creazione di una società migliore nella promozione della persona”.

Per Sturzo, i fattori fondamentali per costruire una società migliore sono l’educazione e la partecipazione civica: egli ci insegna che “La democrazia non si improvvisa; alla democrazia occorre educarsi; gli inconvenienti che si incontrano nelle continue esperienze democratiche, si superano con la buona volontà, studio e perseveranza. La critica è perciò utile e deve essere fatta all’aperto”.

Questo potrebbe essere un messaggio per chi, tra “gufi” e pseudoriforme, sembra essere più preoccupato a mantenere il proprio ruolo di leader che a impegnarsi – anche rischiando – per cambiare veramente le cose.

MC

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