Pubblico e privato insieme per rivalutare un patrimonio unico al mondo


libro_fatti_2015

I numeri parlano chiaro. Con 3.609 musei; quasi 5.000 siti culturali tra monumenti, musei, aree archeologiche; 46.025 beni architettonici vincolati; 34.000 luoghi di spettacolo; 49 siti Unesco (pari al 5% di quelli iscritti nelle liste del patrimonio mondiale e all’11% di quelli europei), oltre a centinaia di festival e iniziative culturali che animano i territori, l’Italia si posiziona in testa alla graduatoria dei Paesi a vocazione culturale. Per fare un paragone a livello europeo, basti pensare che la Francia ha un terzo dei musei italiani (1.218) e la Spagna poco meno della metà (1.530).

Le biblioteche francesi sono 3.410, appena un quarto di quelle italiane, mentre la Spagna ne ha circa la metà, 6.608”: le cifre riportate sono riprese dallo Speciale Cultura e sviluppo del Libro dei fatti 2015, la pubblicazione di Adnkronos che quest’anno festeggia la sua 25esima edizione.

Nel suo saluto ai lettori, il presidente Culturalia, Mario Caligiuri, citando la Costituzione ricorda che l’articolo 9 “non sancisce solo la tutela dell’identità e della storia del nostro Paese, ma affida al Legislatore e allo Stato il compito di incrementare la valorizzazione di quella che, senza alcun dubbio, è la nostra maggiore ricchezza”.

Se in Italia, definita “prima potenza culturale del pianeta”, questa ricchezza incide nell’ambito economico molto meno rispetto ad altre nazioni con un patrimonio culturale inferiore al nostro, la ragione, afferma Caligiuri, “va individuata, più che nella carenza di risorse, in un sistema di regole ormai superato e nelle persone. Per fare un esempio concreto, basta citare il caso di Pompei: per la salvaguardia degli scavi, a fronte dei 100 milioni di euro stanziati, la cifra effettivamente spesa è pari al 5 per cento. Con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti”.

Considerando che “un bene che non produce reddito si trasforma in un costo per il proprietario”, il presidente Culturalia insiste sulla necessità di impiegare “persone preparate a preservare e tutelare, ma anche a gestire e valorizzare il nostro patrimonio culturale. Scuole e università sono in ritardo soprattutto nella creazione di una conoscenza che metta le nuove generazioni in condizione di comprendere e diffondere il valore della bellezza e della cultura”.

Questo è il motivo per cui Caligiuri propone di “aprire il sistema dei beni culturali all’apporto dei privati, non per massificare il profitto e svuotare di significato le opere d’arte, ma per esaltarne la funzione in direzione di una crescita culturale e spirituale, premessa indispensabile di ogni duraturo sviluppo economico e civile”.

Anche la presidentessa del Mart, Ilaria Vescovi, insiste su questo punto, ritenendo “indispensabile, nel medio/lungo periodo, tendere ad una significativa e mirata collaborazione tra pubblico e privato nella ricerca e nella selezione di adeguate risorse per il loro sostegno”, convinta che “per garantire nel tempo il livello di eccellenza raggiunto dal nostro patrimonio culturale e continuare a diffondere i valori che esso rappresenta per la comunità, sarà necessario affiancare all’investimento pubblico interessanti percorsi mirati ad attirare investimenti privati”.

Dopo avere considerato che, in base ai recenti calcoli effettuati, ogni euro investito in cultura genera una ricaduta economica pari a 2,49 euro, Vescovi aggiunge che questo “è tra i pochi settori ad aver registrato un incremento di spesa delle famiglie, dimostrando come il patrimonio culturale rappresenti anche un importante volano di sviluppo economico per un territorio” e concludendo che “saper coniugare una qualificata proposta culturale con l’utilizzo razionale ed efficiente delle risorse a disposizione, rappresenterà sempre più la sfida delle nostre Istituzioni dedicate allo sviluppo della cultura nel nostro meraviglioso Paese”.

MC

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