Tanto tuonò che diluviò


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di Giovanni Palladino

Quanto sta avvenendo sui mercati finanziari internazionali non è altro che il risultato di tre grandi mali:

1. la pessima gestione della politica monetaria da parte delle principali Banche Centrali del mondo, con in testa Giappone e Stati Uniti;

2. l’avidità di guadagno della lobby degli operatori di Borsa, specialmente negli Stati Uniti, che trascina con sé i risparmiatori più sprovveduti;

3. i clamorosi errori compiuti dal governo “monocolore” cinese nel gestire l’economia e il mercato azionario, violando non solo elementari leggi di mercato, ma fornendo di continuo dati statistici “gonfiati”.

Il Giappone fu il primo, all’inizio degli anni 2000, a varare una politica monetaria ultraespansiva, conosciuta come “quantitative easing”, per stimolare lo sviluppo dell’economia reale. Nonostante il suo fallimento, la Banca Centrale di Tokyo ha continuato cocciutamente a proporla, portando il debito pubblico a livelli stratosferici. Nel 2008 anche la Federal Reserve di Washington la adottò e infine nel 2014 fu il turno della Banca Centrale Europea. Si è così violata una legge naturale: inondare il mercato di liquidità, quando l’economia reale è frenata nella sua crescita da tante incertezze, equivale a una fatica di Sisifo. Non è compito dei banchieri centrali favorire lo sviluppo economico: il loro compito è di proteggere la stabilità della moneta. Stamparla o creare credito aggiuntivo con il “quantitative easing” è un pericoloso artificio che alla lunga mina la stabilità della moneta.

L’avidità del facile guadagno nello scambiare in Borsa la carta con la carta prima o poi si paga duramente, come è giusto che sia. Ciò che non è giusto è che governi e parlamenti non siano ancora riusciti a estirpare questo cancro dal corpo dell’economia mondiale, oggi mille volte più pesante di quello esistente all’epoca della “grande crisi” del 1929 e quindi mille volte più pericoloso.

Tra le “esplosioni” in Borsa e fuori Borsa, distruttive di risparmi e di vite umane, il governo cinese sta dimostrando tutta la sua incapacità nel gestire l’economia reale e finanziaria. Tutto ciò porterà alla ribellione di un popolo abituato a obbedire da suddito, quando era povero, ma ora colpito pesantemente nei suoi interessi economici, che da 30 anni hanno iniziato a crescere. Sta capendo quanto sia falso il famoso detto di Mao e dei suoi successori: non importa il colore del gatto, l’importante è che uccida il topo. Ma il colore giusto dipende innanzitutto dalla buona cultura (onestà e competenza) dei governanti e poi dei governati.

È davvero amaro constatare che questa grave carenza accomuna la Cina al mondo sviluppato. Il nostro è uno sviluppo minacciato da tanti “medici” disonesti e incompetenti. È ciò che temeva Luigi Sturzo, che considerava il SERVIRE NON SERVIRSI la prima regola del buon politico. L’augurio è che l’attuale “diluvio”, dopo tanti inascoltati “tuoni”, contribuisca a portare il buon senso tra i “medici” di un mondo popolato da malati per nulla immaginari.

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