Le parole di don Ciotti e papa Francesco contro le mafie


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Presentiamo alcuni brani tratti dal libro di don Luigi Ciotti (Piemme Editore) intitolato: Non tacerò. Con Francesco contro l’economia di rapina e la mafia 2.0

“Non mi stancherò mai di ripetere che l’impegno sociale non è cosa per ‘navigatori solitari’. E lo stesso vale per ogni attività rivolta al bene comune, a cominciare dalla politica, che è stata degradata a ‘leaderismo’, dall’illusione che una persona sola possa toglierci le castagne dal fuoco”.

“L’aspetto che più balza all’occhio, da quando ho iniziato la mia storia di sacerdote, è che allora la strada era segnata soprattutto dall’emarginazione, dalla malattia e dalle dipendenze, mentre oggi ci sono interi pezzi di società che non dispongono dei mezzi materiali per vivere dignitosamente. Interi pezzi di società sono stati letteralmente ‘sfrattati’, non hanno più casa e hanno perso il diritto di cittadinanza. Non è un segno di progresso. Siamo progrediti nel campo delle tecnologie e della scienza, ma sul versante dell’etica, dell’accoglienza, dei diritti, dell’uguaglianza, c’è stato un regresso. Se leggiamo la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, scritta nel dopoguerra, non possiamo guardarci intorno senza provare un senso di smarrimento e di vergogna”.

“Di don Bosco mi ha sempre affascinato lo sguardo a un tempo stesso pratico e profetico. Visse e operò in una Torino – in un’Italia – segnata da tremende disuguaglianze, dove il destino delle persone che non appartenevano a minoranze agiate era segnato sin dalla nascita. (…) Don Bosco si ribellò a questo stato di cose e, facendo leva sulla formazione professionale – che in quell’epoca stava facendo i primi passi – costruì con gli oratori un’alternativa. Pensando a lui non posso che sentirmi piccolo, una formica al cospetto di un gigante. È stato un grande uomo di Chiesa che ha saputo mettere la dottrina al servizio del Vangelo e non viceversa, facendo del Vangelo uno strumento di libertà e di dignità. Devo anche molto alla visione salesiana della cultura e della formazione delle coscienze. Il Gruppo Abele è in fondo tre cose: accoglienza, cooperazione e cultura”.

“Papa Francesco ha colto bene il nesso tra le mafie e un’economia di rapina, separata dalla vita e dai bisogni delle persone, colpevole di diseguaglianze sempre più inaccettabili. Il suo è un grande disegno al tempo stesso etico, sociale, politico e spirituale, volto ad affermare la dignità inviolabile della persona contro la sua riduzione a numero, a strumento, a proprietà”.

“Le mafie e la corruzione sono due facce di una stessa medaglia e questo ha portato da un lato la società a ‘mafiosizzarsi’, dall’altro le mafie a mimetizzarsi dietro la maschera di una finta normalità. Sono le attuali mafie ‘in guanti bianchi’, che ricorrono meno alla violenza diretta, avendo scoperto in quella indiretta – giochi finanziari, speculazioni, appalti – un canale più facile e redditizio per arricchirsi”.

“Ci vuole un risveglio delle coscienze, cioè in sostanza scuola e lavoro, perché in una comunità consapevole, garantita nei diritti e coerente nelle responsabilità – una democrazia vera, insomma – le mafie non troverebbero posto”.

“È illusorio combattere le mafie senza cambiare un sistema economico che permette queste speculazioni, questi monopoli, questi furti di beni comuni. Papa Bergoglio l’ha definita ‘ECONOMIA CHE UCCIDE’. E qui torniamo all’intuizione di Giovanni Falcone, che non poteva certo prevedere gli sviluppi attuali, ma che aveva colto benissimo la natura se non criminale, almeno criminogena, di questo sistema economico”.

“Ai mafiosi danno fastidio due cose: che vengano loro espropriati i beni illegittimi e che si risveglino le coscienze individuali e civiche delle persone. Una società consapevole dei propri diritti e delle proprie responsabilità non presterà mai il fianco alle mafie, così come non sarà indifferente al loro male. Il potere delle mafie si basa sulla complicità di alcuni, ma anche sull’indifferenza e sull’inerzia di molti”.

“L’industria del gioco d’azzardo (85 miliardi di giro d’affari nel 2014!) si è sempre più ingrandita nel cono d’ombra di protezione dello Stato, in un groviglio discutibile di interessi pubblici e privati in cui la mafia non ha esitato a infiltrarsi. Un business costruito sulla fragilità delle persone, senza pensare che la ludopatia conta ormai più di mezzo milione di vittime in Italia. Sono persone che hanno perso il lavoro, che ricorrono agli usurai e al gioco, e che mettono in serio pericolo le loro relazioni sentimentali, affettive, la sicurezza economica di intere famiglie”.

“Come le mafie, di cui è l’incubatrice, la corruzione è un cattivo costume, un male che si annida nei comportamenti e nelle coscienze. È necessario dunque un forte impegno di carattere culturale ed educativo. Su questo punto ho trovato straordinarie le pagine del Papa in ‘GUARIRE DALLA CORRUZIONE’, testo scritto quando era ancora vescovo di Buenos Aires. In quelle pagine Papa Francesco analizza con grande finezza i meccanismi psicologici della corruzione, una malattia sociale e, prima ancora, una malattia della relazione umana, tanto più subdola perché nascosta dal reciproco assolversi di corrotto e corruttore”.

“Per Papa Francesco la corruzione agisce per proselitismo. È una forma di seduzione del male nascosta dietro una raffinata simulazione. Il corruttore, scrive il Papa, ‘ha sottomesso il suo vizio a un corso accelerato di buona educazione’. Per sconfiggerla dobbiamo dunque diventare capaci, oltre che di scrivere buone leggi, di rispondere alla voce della nostra coscienza. Fare il bene non vuol dire solo comportarsi bene, nel rispetto delle regole. Vuol dire, di fronte al male, non voltare la faccia dall’altra parte, non peccare di omissione, non stare con le mani in mano.

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