Mai avuto risentimento per le offese ricevute


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Pubblichiamo la sintesi dell’intervento di Giovanni Palladino, Segretario Politico di Popolari Liberi e Forti, al Convegno “LA MISERICORDIA IN DON LUIGI STURZO” organizzato lo scorso 19 dicembre a Catania dal Centro Internazionale Studi Luigi Sturzo (Sezione di Catania “Mons. Santo Bellia”) per celebrare l’apertura del Giubileo indetto da Papa Francesco.

Nel corso della sua lunga vita (88 anni) don Luigi Sturzo ha avuto tanti amici e convinti sostenitori, dentro e fuori la Chiesa, ma anche molti avversari, che hanno ostacolato la sua attività politica, pur essendo questa sempre finalizzata alla realizzazione del bene comune.

Nel suo testamento, scritto il 7 ottobre 1958 (egli morì l’8 agosto 1959), troviamo un commovente messaggio rivolto a tutti i suoi amici e avversari:

“Chiedo perdono a tutti, perché verso tutti avrò mancato non per perverso volere (avendo amato tutti, amici ed avversari, con l’amore cristiano di fratello), ma per le mancanze nell’adempimento dei miei doveri umani e sacerdotali, per la vivacità delle mie polemiche (sempre dirette al bene, ma umanamente difettose e manchevoli), assicurando a tutti che da parte mia non ho mai avuto risentimento per le offese ricevute e di aver perdonato quelli che mi hanno offeso o trattato male, disprezzato e insultato, assicurando loro di avere anche pregato per loro nella Santa Messa e di avere applicato molte Sante Messe per il loro bene spirituale in vita e a suffragio delle loro anime dopo il loro passaggio all’eternità”.

È noto che per la sua durissima opposizione al fascismo (Mussolini lo definì “un nemico”), nel luglio del 1923 don Sturzo fu dapprima costretto a dimettersi da Segretario Politico del Partito Popolare Italiano e nell’ottobre del 1924 dovette prendere la via dell’esilio, durato – tra grandi sacrifici e sofferenze – ben 22 anni. Mio padre, stretto collaboratore e poi esecutore testamentario del sacerdote di Caltagirone, ha scritto nel suo libro autobiografico ‘Persone e vicende del mio tempo’:

“Posso testimoniare che don Sturzo, nel combattere le idee contrarie alle sue, lo ha sempre fatto con il massimo rispetto dovuto alla personalità di ogni uomo. Con questo spirito, a partire dal 28 aprile 1945, ogni 28 del mese celebrava la Santa Messa in suffragio dell’anima di Mussolini, dimenticando le sofferenze patite nel lungo esilio”.

Ritengo che questa sua attitudine al perdono e alla misericordia sia da considerare una virtù eroica, dimostrata da Luigi Sturzo in uno dei periodi più tragici per il nostro Paese dominato dall’odio e dalla violenza politica. Per ricordare questa grande virtù di don Sturzo, riporto altri due brani del libro di memorie scritto da mio padre:

“Una sera Sturzo mi mostrò una lettera dell’on. Giorgio La Pira. Cito a memoria una riga di quella lettera: ‘Hai tradito già una volta l’Italia e continui a tradirla ancora’. Don Sturzo mi mostrò la copia della sua risposta, di cui cito ugualmente a memoria una frase: ‘Caro La Pira, dalla tua lettera capisco che hai bisogno di preghiere e io mi impegno a pregare molto per te’. Come è noto La Pira avrebbe visto volentieri lo Stato nel ruolo di gestore unico dell’economia, mentre Sturzo lo voleva solo arbitro e non anche giocatore. 20 anni dopo questo scontro polemico, nell’aprile del 1975, Giorgio La Pira – nel ringraziarmi per il testo della mia conferenza su ‘Il discorso di don Sturzo a Parigi sulla libertà nel 1925’ – mi scrisse di suo pugno: ‘È un discorso di 50 anni fa sempre attuale!’ Fui molto felice per questo suo riconoscimento postumo. (…)

In don Sturzo non ho mai notato il benché minimo risentimento anche nei riguardi dei non pochi suoi avversari, che lo attaccavano pubblicamente o che talvolta gli scrivevano lettere insolenti. Per tutti aveva un motivo di giustificazione, di comprensione e, nei casi più gravi, di totale perdono. Per don Sturzo il vincolo di amicizia era sacro. E poiché non pochi vecchi amici del Partito Popolare Italiano, militando nella Dc, si erano allontanati dall’originario pensiero sturziano, egli li contrastò con grande determinazione, ma conservando sempre saldi e vivi i vecchi vincoli di amicizia”.

Fra le tante delusioni che don Sturzo dovette subire nel corso del suo sofferto esilio, vi furono quelle relative alla “entusiastica” adesione al fascismo di alcuni suoi ex-compagni di partito. Tra i fondatori del Partito Popolare Italiano vi fu Padre Agostino Gemelli, che nel 1919 cercò di convincere invano don Sturzo a cambiarne il nome in Partito Popolare Cristiano (“Cristo è di tutti, non può essere di una sola parte” diceva il Segretario Politico del PPI). Ebbene nel 1933 Padre Gemelli partecipò con un discorso alla XVII Settimana Sociale dei Cattolici e, fra l’altro, disse:

“Il trionfo in Italia del fascismo, nonché il progressivo affermarsi di simili movimenti in altre nazioni, è frutto soprattutto di un riconoscimento deciso e vigoroso dei doveri sociali di fronte all’atomistico trionfo dell’individuo. Ma a che serve guardare fuori dall’Italia quando in casa nostra da 10 anni si costruisce una società nuova, affrontando con mezzi nuovi gli antichi problemi e raggiungendo risultati che la teoria giudicava impossibili?”.

A Londra don Sturzo era molto informato su quanto succedeva in Italia e spesso riceveva notizie “deprimenti” sul lavoro svolto da suoi ex-collaboratori a sostegno del fascismo. Reagiva con la sua attività di editorialista sui più importanti quotidiani dei paesi europei in cui vi era libertà di stampa e, sicuramente, con le sue preghiere… misericordiose, come testimoniato da mio padre e da tanti altri veri amici che lo frequentavano. Questa sua abitudine di vita fu poi da lui stesso confermata e “sigillata” nel suo testamento spirituale, dove chiede perdono a tutti per la “vivacità” delle sue polemiche e dove perdona i suoi numerosi avversari e detrattori. Ma visto come sono poi andate le cose, avrebbero dovuto essere questi a chiedere perdono…

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