Banca d’Italia: ottimi ispettori, pessimo vertice


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di Giovanni Palladino

È davvero preoccupante constatare come sia caduta in basso la reputazione del vertice della Banca d’Italia (Ignazio Visco e Salvatore Rossi) nel gestire i gravi errori commessi dalle 4 banche “salvate” (in particolare dalla Banca Popolare dell’Etruria) e dalle due banche del Veneto (Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca). Errori scoperti da diversi anni dall’ottimo “team” degli ispettori della Banca d’Italia, con i loro corretti suggerimenti per curarli, suggerimenti che purtroppo non hanno spinto il vertice del nostro Istituto di Vigilanza a intervenire con tempestività per evitare quanto poi è avvenuto: il tradimento della fiducia di centinaia di migliaia di risparmiatori.

Abbiamo così assistito nei giorni scorsi a un imbarazzante arrampicarsi sui vetri di Visco e Rossi che, nel giustificarsi, hanno finito per dare ragione a un detto molto popolare nel Veneto: l’è peso el tacon del buso, è peggio la toppa del buco. È ormai chiarissimo che è stato violato per l’ennesima volta l’art. 47 della Costituzione:

“La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”.

Dai numerosi rapporti scritti dagli ottimi ispettori della Banca d’Italia emerge con grande chiarezza come il ritardato intervento del vertice non abbia tutelato il risparmio, né sia riuscito a controllare l’esercizio del credito (credito persino “autoassegnatosi” da alcuni consiglieri di amministrazione dell’Etruria).

Ma la violazione dell’art. 47 non è un fatto nuovo per la Banca d’Italia. L’ultimo grande Governatore, dopo Luigi Einaudi, fu Donato Menichella, il cui serio lavoro fece guadagnare alla lira nel 1960 l’ambito premio dell’Oscar delle monete. Poi venne Guido Carli e in pochi anni si giunse a una inflazione galoppante, favorita anche dall’eccesso di credito (70% del totale!) erogato dalle banche alle imprese pubbliche e dalla grande generosità con cui Carli finanziava il disavanzo dello Stato (“se non lo avessi fatto – si giustificò più tardi – sarei passato per un eversore”). Ma con l’arrivo di Beniamino Andreatta nel 1981 al Ministero del Tesoro il “matrimonio” tra la Banca d’Italia e lo Stato finì in un “divorzio” (niente più acquisti di Bot e Btp da parte di Via Nazionale). Purtroppo ciò non impedì a Ciampi di firmare per ben 11 volte il provvedimento di svalutazione della lira, segno di fallimento per qualsiasi banchiere centrale nel difendere (è suo dovere) la stabilità dei prezzi e quindi della moneta. Poi dal “divorzio” si passò al “matrimonio” tra il Tesoro e le banche commerciali, che oggi possiedono circa la metà dei titoli di Stato. Anche questo rappresenta un tradimento dell’art. 47: il risparmio non si tutela né il credito si controlla bene se si consente la circolazione di troppa “carta” improduttiva.

Morale: urge una “riforma” della cultura di governo al vertice delle nostre Istituzioni. Ma se dovesse vincere il populismo, cadremmo dalla padella nella brace, come ho scritto nel mio recente libro GOVERNARE BENE SARÀ POSSIBILE: COME PASSARE DAL POPULISMO AL POPOLARISMO.

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