PERCHÉ IL #POPOLARISMO STURZIANO È PIÙ ATTUALE OGGI DI IERI (NE È CONVINTO ANCHE #MARCHINI)


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Chi è stato il primo promotore del concetto di “valore aggiunto”? La risposta può sorprendere: è stato Gesù con la parabola dei talenti. Egli ci insegna che i talenti fruttano in chi è dotato di capacità di iniziativa, di cultura del rischio produttivo (ben diverso dal distruttivo rischio speculativo) e quindi di senso di responsabilità. I talenti, invece, non possono produrre valore aggiunto in chi ha paura di fare per evitare errori e rischi, mentre distruggono valore per chi, facendo, li usa male e quindi agisce male. La parabola ci dice che ciascuno sarà chiamato a rispondere dell’uso dei suoi talenti, ossia della sua intelligenza. Tutto il male fatto nel mondo deriva dal cattivo uso (o dal non uso) di questa “miniera d’oro”, il più prezioso dono di Dio all’uomo. È quindi importante capire il vero significato della parabola. Il padrone loda e premia il servo che ha saputo usare bene i suoi talenti, non tanto per il maggior denaro prodotto quanto per il buon uso della ricchezza più immateriale di cui gli esseri umani sono dotati: l’intelligenza. Siamo definiti esseri (e non averi) umani.
Il vero significato di “essere” è avere tanto dentro, non fuori. Ciò non toglie che l’uomo debba trascurare il “fuori”, ma non a discapito del “dentro”. Se dovesse commettere questo errore, con l’avere tanto “fuori” potrebbe poi finire di avere poco “dentro”. Il maggior valore aggiunto materiale impallidirebbe di fronte alla perdita del vero essere, ossia del “bene- essere”, di essere ricchi “dentro”.
In fin dei conti è tutto un problema di acquisire e diffondere buona cultura. Lo ricordava
Alexander Solgenitsin nel dicembre 1997 in un articolo pubblicato dalla rivista Liberal:
“Recentemente Giovanni Paolo II ha affermato che si conoscono due sistemi totalitari: il comunismo e il fascismo, ma che un terzo è in agguato: il dominio assoluto del denaro, oggi adorato da un numero assai ampio di adepti. Questa è a mio avviso una delle principali ragioni dell’odierno declino della cultura, il cui fine ultimo deve essere lo sviluppo, l’accrescimento e il miglioramento della vita non materiale. Tutto ciò che oggi riempie l’aria di inutili rumori, tutte le figure finte che invadono gli schermi televisivi, tutto questo passerà come se non fosse mai esistito, perdendosi nella Storia come polvere dimenticata. Il futuro della cultura dipenderà da coloro che, durante questi decenni bui, si batteranno per salvarci dalla rovina e per elevarci rafforzando la nostra vita interiore, mentale e spirituale”.

Nel secolo scorso l’Italia ha visto il passaggio – nel mondo politico e culturale – di falsi profeti, di false promesse e di pessimi protagonisti, alcuni dei quali – nella seconda parte del 20° secolo – si sono qualificati come autentici democratici e cristiani. Tutto ciò dopo che democrazia e cristianesimo non avevano mai fatto sentire la loro vera voce e la loro influenza positiva nei secoli passati. La voce della democrazia e della libertà non si poteva ovviamente sentire nei secoli in cui prevaleva il detto: “Così va il mondo, chi nasce ricco muore ricco, chi nasce povero muore povero”. Lo dicevano quei pochi che stavano al vertice della società, governata con molta poca “democrazia” da Re, Papi, Principi, Granduchi, Duchi, Conti e Baroni, tanto che sulla cartina geografica si leggeva: Regno, Papato, Principato, Granducato, Ducato, Contea, Baronato. I veri soggetti della società erano “lorsignori” con la loro affollata corte, mentre tutti gli altri erano semplici “oggetti”, per il 90% nel ruolo di soldati e contadini. In un simile contesto storico la vera voce del cristianesimo, ossia la voce di Cristo, faceva fatica a farsi sentire in una società dominata da guerre continue per guadagnare spazio (più terra più potere a “lorsignori”) e dallo sfruttamento da parte dei pochi forti sui tanti deboli.
E in un contesto dove i diritti umani e la giustizia sociale non potevano trovare spazio, il potere temporale della Chiesa si è appiattito sul “così va il mondo…”, dimenticando quanto Gesù disse agli Apostoli nel corso dell’ultima cena: “I re governano il mondo e si fanno chiamare benefattori; ma per voi non sia così, se doveste governare, fatelo con spirito di servizio”. Diversamente, Egli faceva capire, passereste nella categoria dei malfattori.
Luigi Sturzo nacque nel 1871 e appena capì cosa era avvenuto nei secoli passati, disse: “Meno male che sono nato un anno dopo la fine del potere temporale della Chiesa!”. E fu nel 1891, grazie alla “Rerum Novarum” di Leone XIII, che capì come la Chiesa poteva finalmente incidere positivamente nella società, aiutando a tradurre in fatti gli insegnamenti del Vangelo. La “questione operaia”, ossia il problema della povertà e dello sfruttamento dei lavoratori, si poteva risolvere non con il duro conflitto tra capitale e lavoro come predicava da oltre 40 anni Carlo Marx, ma con la stretta alleanza tra l’impresa responsabile e i lavoratori responsabilizzati e motivati da una legislazione favorevole a tale alleanza.
Sturzo passò presto dalle parole ai fatti, creando a Caltagirone numerose iniziative (una banca in funzione anti-usura, cooperative sociali, cointeressenza dei lavoratori agli utili aziendali, la fondazione dell’Istituto di Ceramica per formare nuovi artigiani, la dura lotta contro la corruzione e la mafia) che oggi andrebbero sotto il nome di economia sociale e solidale di mercato. E dai suoi buoni risultati si accorse che la dottrina sociale della Chiesa… funzionava!
Nacque così – dall’esperienza positiva del pro-sindaco Sturzo – il POPOLARISMO: dopo secoli dominati dalla povertà per il predominio dei pochi (i “benefattori”) sui molti (gli “oggetti”), era giunto il momento di dare al popolo “voce in capitolo”.

Ma questa voce per funzionare bene, ossia con discernimento, aveva bisogno di essere “educata” al governo del popolo per il popolo. E si doveva far capire ai governanti che i mali della società si potevano correggere solo se era la ragione morale a condizionare e a guidare la ragione politica e la ragione economica. Entrambe dovevano servire la società e non servirsi della società, come da sempre avveniva.
Era un lavoro educativo che richiedeva tempo e che soprattutto esigeva che al vertice della società non continuasse a prevalere la pessima “cultura” dell’egoismo, della corruzione e dei conseguenti disservizi prodotti dai governanti. In tal caso la democrazia non poteva che fallire, perché non era vera democrazia, ma il ben noto e vecchio sistema dominato dai “benefattori”.
Luigi Sturzo, nel criticare ai suoi tempi (specialmente al ritorno dal suo lungo esilio) tante falsità culturali e nel mettere in guardia con molto anticipo dai pericoli delle tre famose “male bestie” (statalismo, partitocrazia e sperpero del denaro pubblico) mirava quindi a creare le condizioni favorevoli allo sviluppo del suo popolarismo. Ciò richiedeva non solo uno Stato arbitro e non giocatore, ma anche una P. A. quanto più decentrata per essere “amica” e non “nemica” del settore privato (famiglie e imprese), un settore privato ben regolato e ben controllato al fine di far capire – come dice Dario Antiseri – il vero significato della parola “con-correnza” (“com-petition”): correre e cercare insieme di fornire al mercato i migliori servizi.
E mi piace citare anche Luca Meldolesi, economista, storico del pensiero ed esperto di funzionamento dello Stato, che in un suo recente libro (“CREARE LAVORO: COME SPRIGIONARE IL POTENZIALE PRODUTTIVO ITALIANO” edito da Rubbettino),
ha riassunto con poche ed efficaci parole il dovere di una P.A. che si ispiri ai valori e ai principi della buona amministrazione: “FARE MEGLIO E DI PIÙ CON MENO”. Ma se i valori morali non sono posti come pietra d’angolo alla base della società, “invano edificano i costruttori”.
Purtroppo negli anni ‘50 la voce di Sturzo non fu ascoltata dagli “amici della Dc”, soprattutto dall’emergente corrente di sinistra, che riteneva inevitabile un crescente intervento dello Stato imprenditore e dello Stato banchiere nell’economia italiana. Intervento ritenuto molto pericoloso dal popolarismo sturziano, perché quanto più l’economia finisce nelle mani dello Stato tanto più la politica si corrompe e corrompe.
Pertanto le “rivoluzionarie” idee di Sturzo (il cristianesimo, se applicato, è una sana “rivoluzione”) furono prima abbattute dal fascismo e poi dall’apertura a sinistra della Dc. E con il senno di poi (ma Sturzo era dotato del “senno di prima”), visti i pessimi risultati dei suoi avversari esterni e interni di ieri, si può dire che oggi il popolarismo sturziano – ovviamente aggiornato per l’ambiente globalizzato in cui viviamo – sia ancora più attuale potendolo considerare come l’ispiratore dell’economia sociale e solidale di mercato.

Che Sturzo sia destinato a essere un vincente, lo ha ricordato Marco Vitale alla fine della sua Postfazione al recente libro “SERVIRE NON SERVIRSI”: “Sturzo ha registrato nella sua lunga battaglia tante sconfitte, che oggi possiamo considerare temporanee. Perché la lucidità e lo spirito di verità, che sempre lo caratterizzarono, gli hanno permesso di non vedere mai intaccato l’ottimismo o meglio la speranza cristiana che sempre, fino all’ultimo, hanno sorretto il suo pensiero e la sua opera. (…) Per questo Sturzo è oggi un vincente; perché oggi ha ancora tanto da dire a noi e domani ai giovani che verranno. I suoi avversari, invece, nulla ci hanno lasciato, se non i loro errori, le loro distruzioni e, talora, i loro orrori”.
Noi di POPOLARI LIBERI E FORTI continueremo a lavorare, affinché non si realizzi quel declino culturale tanto temuto da Alexander Solgenitsin, incoraggiati dall’essere sulla stessa linea di pensiero e di azione di uomini come Dario Antiseri, Luca Meldolesi, Marco Vitale e di tanti altri amici, che da una vita tentano – sino a oggi invano – di fare invertire la rotta a un Paese in declino, ma dotato di milioni di italiani, che hanno innata una grande capacità d’iniziativa, una forte cultura del rischio produttivo e un forte senso di responsabilità. Queste virtù sono oggi divenute eroiche a causa dei tanti “benefattori” che le insidiano, ma dovrebbero essere semplicemente definite virtù, senza alcun aggettivo.
In questo difficile ma “DOVUTO” lavoro ci incoraggia anche la coraggiosa azione politica di Alfio Marchini nel tentativo di “conquistare” Roma per risanarla dopo decenni di pessima gestione di sindaci del centro-sinistra e del centro-destra. Marchini conosce bene e apprezza il popolarismo sturziano, che non è una ideologia, ma un efficace metodo di governo. Il 12 febbraio scorso ha scritto la seguente lettera al Direttore de IL TEMPO Gian Marco Chiocci:
“Caro Direttore, ho incontrato il prefetto Tronca e abbiamo condiviso la necessità di trasformare l’amministrazione capitolina in modo da renderla efficiente e capace di valorizzare il merito e la trasparenza. Abbiamo condiviso l’esigenza di ridare decoro e dignità a questa città abbandonata e umiliata. Su questo abbiamo assicurato tutto il nostro supporto. Roma e la soluzione dei suoi mali, sono le mie sole priorità. Le tattiche partitiche non mi appassionano e lascio ad altri il gioco dei veti.
A me sta a cuore come far funzionare il trasporto pubblico, come garantire strade senza buche e una città pulita. Libera dai cassonetti stracolmi di rifiuti dove banchettano topi e gabbiani sempre più giganti. Renderemo gli asili nido finalmente accessibili per le famiglie dove entrambi i coniugi sono costretti a lavorare. È scandaloso come oggi queste giovani coppie siano doppiamente penalizzate. Accudiremo e valorizzeremo i nostri anziani. Perché non c’è promessa di futuro senza la memoria. E gli anziani sono le nostre radici. Sono la memoria e l’anima dei nostri quartieri.
Rimetteremo al lavoro Roma per garantire l’occupazione, il benessere e la sicurezza. È soltanto di ieri l’ultimo incredibile caso di un anziano derubato di tutto. Anche del suo cane! A questo siamo ridotti!

Voglio ridare fiducia ai giovani. Non è tollerabile che oggi siano costretti ad emigrare in cerca di una speranza di futuro. Sarà una città piena di innovazione, cultura e opportunità per coloro che avranno coraggio e voglia di investire sul proprio talento. Voglio con grande determinazione dare voce a quei romani “LIBERI E FORTI” che non si riconoscono nel PD e nel M5S. Siamo liberi dai pregiudizi e forti nella incrollabile determinazione di far rinascere Roma. La Capitale della nostra Patria.
Il nostro è un impegno disinteressato e generoso. Lo abbiamo dimostrato in questi anni di fiera opposizione dove abbiamo rinunciato a privilegi e prebende. Lei sa bene, caro Direttore, che senza di noi Ignazio Marino sarebbe ancora sindaco. FATTI, NON PAROLE.
Andiamo avanti senza esitazioni, felici di coinvolgere chiunque voglia unirsi a noi in questo grande progetto di rinascita che metta Roma e solo Roma al centro di tutto. Una prospettiva politica innovativa, capace di fondere CIVISMO E POLITICA. La società civile non è contro la politica. Piuttosto, essa rappresenta la sola linfa che può ancora ossigenarla”.
SIAMO TUTTI STANCHI DEI FALSI PROFETI, DELLE FALSE PROMESSE E DEI TANTI “BENEFATTORI” CHE CONTINUANO A GOVERNARCI. Il PENSIERO E L’AZIONE DI UOMINI COME DE GASPERI, EINAUDI, STURZO, OLIVETTI E DI TANTI ALTRI ITALIANI COSTRUTTORI DI BENE COMUNE CI DEVONO MOTIVARE AD AVERE SPERANZA NEL BEN FARE.

Giovanni Palladino

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