RICOMINCIARE DALLE CITTÀ SALVARE #ROMA PER SALVARE L’#ITALIA


 

IL CREDITO ALLE IMPRESE IN TEMPI DI INSTABILITA'

MARCO VITALE

Intervento di Marco Vitale Roma 21 aprile 2016 – Palazzo Santa Chiara

La tentazione di considerare Roma come irrecuperabile e lasciarla al suo destino di corruzione totale è molto forte. Quello che di Roma e su Roma la magistratura ci ha messo, impietosamente, sotto gli occhi va, infatti, al di là, di ogni pessimistica immaginazione. Ma è questa una scelta che non possiamo permetterci, anche per non ripetere l’errore che in tanti facemmo quando pensammo che la mafia era una cosa per siciliani, la ‘ndrangheta per calabresi, e la corona unita per pugliesi. I grandi problemi di malagestio e di inefficiente gestione di una città così importante, per dimensioni e significato, come Roma, non interessano solo i suoi cittadini ma tutti noi. La battaglia per cercare di rimettere Roma su una rotta positiva è una battaglia comune, un impegno comune per tutti gli italiani che, tenacemente, non si rassegnano alla deriva morale, istituzionale e socio-economica antidemocratica del nostro paese. Per questa battaglia è certo molto utile ricollegarci ai principi del buongoverno sturziano, al suo concetto di fondo della politica come servizio, alla sua concezione che non ci può essere buona economia sganciata da un solido sistema di etica pubblica, come ha ben messo in risalto Giovanni Palladino nel suo libro, che ho già avuto il piacere di presentare in altre città. Ma poi bisogna sapere con quali persone, con quali strumenti, con quali forze sociali, con quale organizzazione si possono perseguire questi obiettivi. E qui è di grande utilità ripercorrere anche l’azione concreta di Sturzo come pro-sindaco di Caltagirone dal 1905 al 1920, e quella dei suoi anni precedenti nei quali il pretino Sturzo organizzò e portò i cattolici alla guida del Comune, entrando nel 1899 nel Consiglio Comunale, all’opposizione che esercitò sempre in modo costruttivo. Sturzo, infatti, iniziò il suo impegno nel Consiglio del Comune di Caltagirone nel 1899 (aveva ventotto anni); divenne pro-sindaco con una maggioranza di 32 seggi su 40 nel 1905 (aveva trentaquattro anni); fu forzato a lasciare la sua responsabilità come pro-sindaco nel 1920 (aveva quarantanove anni). Oltre venti anni, la parte centrale della vita, dai trenta ai cinquant’anni, dedicati al Comune della sua città, ma in realtà dedicati a illustrare, con il pensiero e con l’esempio, cosa vuol dire “governare bene” una città. Tutti gli sviluppi successivi, compreso l’Appello a Liberi e Forti, nascono da questo grande periodo di Sturzo municipalista. Ho raccontato questa epopea nel saggio contenuto nella prima parte del testo: “È in sostanza un problema di libertà, Vita e ideali di don Luigi Sturzo (Edizioni Studio Domenicano, 2009, con DVD) e ad esso rinvio (anche in http://www.marcovitale.it). Qui riprendo solo quei punti che mi sembrano i più rilevanti per l’incontro odierno. Il primo punto è che Sturzo non si muove da solo, ma si dedica nei primi anni di attività politica a formare un gruppo dirigente ed a mettere a punto una visione ed un programma che saranno preziosi quando nel 1905 assumerà la responsabilità di guida del Comune. In precedenza non esistevano programmi, né obiettivi, né strategie, né idee sulla natura e funzioni del Comune. Esistevano solo i notabili e amministrare il Comune voleva semplicemente dire: gestire gli interessi dei notabili. Sostituite la parola notabili con partiti e avrete la stessa situazione. Pensare che il problema attuale di Roma si riduca alla scelta di questo o quel sindaco è follia pura. Bisogna iniziare a formare una nuova classe dirigente coesa intorno ad un programma e far si che sia diversa da quella del passato. Con il renzismo abbiamo imparato che non basta rottamare e che i giovani possono essere moralmente peggiori dei vecchi. È certo che la nuova classe dirigente non può emergere dai vecchi partiti. Non basta il vino nuovo, ci vogliono anche gli otri nuovi. Né è pensabile che questa esigenza si riduca ad avere una giunta rispettabile. Ci vuole una mobilitazione importante dei cittadini, in varie forme e modalità. È un discorso lungo, forse molto lungo. Per questo ho parlato di “iniziare a formare”. Certamente la squadra di giunta deve essere di grande qualità. Ma non basta. Anche il Consiglio deve avere la presenza di persone per bene, non solo di persone impegnate in “politica” per sbarcare il lunario o interessate solo alla rappresentazione di interessi particolari. Ma anche un buon Consiglio non basta. Bisogna coinvolgere in modo ampio e in forme anche nuove, alcune da inventare o da copiare, i cittadini volenterosi che amano la loro città. Bisogna “fare leva sulla città”. Il secondo punto dell’azione di Sturzo pro-sindaco è la messa a punto degli strumenti operativi. Così tra i primi provvedimenti di Sturzo c’è il licenziamento del Comandante dei Vigili Urbani e lo scioglimento e totale rinnovamento dell’intera forza municipale, perché – dice Sturzo – non si può fare nulla con “uno strumento corrotto” e perché i vigili avevano “approfittato degli approfittatori” ed erano diventati una forza autonoma che gestiva il proprio potere come voleva. Un altro provvedimento prioritario e importante, fu la rifondazione dell’Ufficio Tecnico. Infatti due punti centrali del programma di Sturzo erano: il ricupero degli “usurpi” e le “quotizzazioni”. Il primo consisteva nella volontà di riprendere da parte del Comune beni di proprietà pubblica dei quali i privati si erano appropriati grazie alle “distrazioni” dell’amministrazione comunale. Le “quotizzazioni” invece altro non erano che privatizzazioni, cioè la cessione ai coltivatori privati di parte della grande proprietà agricola e forestale del Comune. Alla luce di questo programma, Sturzo si chiedeva: come posso fare queste operazioni, che sono fatti politici importanti, ma anche di alto contenuto tecnico, se l’Ufficio Tecnico non funziona? Infatti l’Ufficio Tecnico era sfasciato e quasi non esisteva più. Sturzo sapeva bene che questi sfasci amministrativi e organizzativi non sono mai casuali. Sono sempre frutto di una scelta. Sono sfasci strumentali alle prevaricazioni dei potenti. Sono lo strumento per impedire il dovere dell’imparzialità, che dovrebbe essere la pietra angolare di ogni amministrazione pubblica, come recita l’art. 97 della nostra Costituzione. Rifondato l’Ufficio Tecnico Sturzo poté fare, seppure con grandi fatiche e difficoltà, le privatizzazioni programmate (una sorta di mini riforma agraria). Ma si fermò di fronte al grande sughereto (probabilmente il più grande d’Europa) che i Normanni avevano regalato a Caltagirone in premio della sua fedeltà. Il grande sughereto, denominato Bosco Santo Pietro, era, infatti per Sturzo, un bene comune di alto valore che solo il Comune poteva tenere unito e proteggere al servizio di tutti. Altro punto fondamentale furono le azioni per sollecitare la partecipazione dei cittadini. Lo strumento principale era capire e capirsi attraverso il bilancio. Sturzo riteneva indispensabile che il Comune riuscisse davvero a parlare ai suoi cittadini attraverso il bilancio. Dedicò moltissimo tempo a rendere leggibile e comprensibile il bilancio e a educare la sua comunità a discutere del bilancio. Anche questa è una cosa dalla quale siamo, oggi, ancora lontanissimi: la maggior parte della gente che prende in mano un bilancio comunale, nella forma in cui viene rifilato oggi, non capisce niente. Il bilancio diventa manipolazione, più che comunicazione. Siamo quindi, oggi, ancora molto lontani dall’obiettivo che Sturzo aveva invece già realizzato. Frequente fu anche l’uso dei referendum popolari per coinvolgere il più possibile la popolazione. Messi a punto gli strumenti, Sturzo si dedicò ai temi dello sviluppo in coerenza con la sua concezione del Comune. Secondo Sturzo, infatti:  il Comune non è soltanto un organo amministrativo: è una cellula politica, una comunità;  i servizi del Comune sono svolti a favore della comunità;  questa comunità non è creazione dello Stato, non deriva dallo Stato: ha una sua forza originaria, un’autonomia, una sfera di libertà e di energia che deve essere realizzata;  il Comune non deve limitarsi a erogare servizi, ma è il regista e la guida dello sviluppo economico sociale e civile della Città. E tra i principali temi dello sviluppo Sturzo individuò la creazione di aziende municipalizzare che, allora, rappresentavano una posizione molto avanzata; creazione, in project financing, dell’impianto di produzione di energia elettrica; creazione di scuole come quella per la ceramica (Sturzo guardava con molto interesse al modello delle scuole civiche di Milano). Tutto questo in un contesto dal quale, come ricorda Giolitti nelle sue memorie, i potenti della città, chiedevano al governo l’eliminazione della scuola elementare, perché i contadini e i minatori non potessero, leggendo, assorbire idee nuove. Nel 1894 il Procuratore della Repubblica di Caltagirone, nella sua relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario di Caltagirone, aveva detto: “Il saper leggere e scrivere ha dato luogo a molti inconvenienti e, specie nelle contese elettorali, alla rovina morale delle masse”. Ecco: Sturzo partiva da qui. E allora forse anche Roma può farcela. Ma Sturzo fece una vera e propria rivoluzione: dalla concezione del Comune, ai rapporti tra Comune e cittadini, alla concezione dello sviluppo, ai principali strumenti operativi. È di una rivoluzione di questo tipo che anche Roma ha bisogno. Ma – mi si dirà – a Roma è molto più difficile. Ed è vero, ma non perché Roma è tanto più grande e complessa. Quello che è buon governo a Caltagirone è buon governo anche a Roma e viceversa. È più difficile per altri motivi: perché non c’è un Don Sturzo; perché non c’è una nuova classe dirigente preparata per tempo e con cura; perché Roma è molto più corrotta della Caltagirone di Sturzo; perché Roma ha una decina di padroni ricchissimi, potentissimi e spietati che pensano che Roma sia cosa loro. Non credo che queste elezioni rendano possibile realizzare quel cambio di marcia di cui Roma ha un disperato bisogno. Sarebbe stato più saggio commissariarla per qualche anno per preparare il futuro. Ma si può lanciare la sfida, che non deve essere una sfida bassa, banale, normale. Deve essere una sfida alta, provocatoria, quasi impossibile. Tenterò, in chiusura, di indicare alcuni pilastri di questa sfida, con strumenti che si aggiungono ad una Giunta e Consiglio di cui ho già detto e a un direttore generale di alta competenza e esperienza. Smontare la complessità Roma è una città molto complessa. La buona teoria dell’organizzazione insegna che quando una struttura è molto complessa bisogna suddividerla in pezzi, attribuendo ad ogni pezzo uno specifico responsabile. Non so come è organizzata oggi Roma. Sento parlare di municipalità ma immagino che sia il solito finto decentramento delle città italiane. Bisogna, invece, costruire una città articolata di tipo federale vero, con sindaci di zona veri, dotata di vera autonomia, come New York e Berlino, con un forte coordinamento vero. Visione, strategia, programmazione Quando manca una visione, una strategia formalizzata, una programmazione operativa, il sindaco viene subito assorbito dall’emergenza. E il suo lavoro si riduce ad affrontare una serie di emergenze. È necessario avere una visione, una strategia, una programmazione, per non essere assorbiti solo dalle emergenze. È necessario avere una risposta a domande tipo: cosa vogliamo che Roma sia fra dieci anni? quali sono i parametri che più ci interessano per misurare il benessere dei cittadini? Quali sono, in ordine di priorità, le emergenze da affrontare? Questa visione e strategia, organizzata in una programmazione mobile, va sottoposta a continuo monitoraggio e verifica con incontri pubblici semestrali. Questa attività farà capo a un comitato di alta consulenza del sindaco formato da esperti veri di alto prestigio e ad un piccolo ma efficiente ufficio operativo di programmazione, estranei alla PA e in linea diretta con il sindaco. Controllo di gestione La contabilità pubblica sembra fatta apposta per non far capire niente. Sarà dunque fondamentale accanto al sistema tradizionale di contabilità pubblica, sviluppare un sistema contabile e un controllo di gestione secondo le moderne tecniche manageriali. Anche questo farà capo ad un organo di consulenza del sindaco, dipenderà direttamente da lui e emetterà rapporti che saranno oggetto di comunicazione pubblica semestrale. Controllate e consociate Le società controllate e consociate saranno soggette tutte ad un’analisi strategica (condotta da apposita commissione di esperti indipendenti) finalizzate a identificare quelle che devono veramente rimanere nell’ambito di proprietà del Comune. Quelle che non superano il test verranno cedute o liquidate. Quelle da conservare saranno oggetto di un totale rinnovamento manageriale con l’assistenza di qualificati “head hunter”. Digitalizzazione In ogni città, a Milano come a Roma, i programmi dei candidati sindaci includono inevitabilmente la “riforma della burocrazia comunale”. Ma è un indirizzo troppo generico, una specie di clausola di stile. Oggi la rivoluzione organizzativa che bisogna lanciare per una città come Roma è la digitalizzazione del Comune e della Città. È la rivoluzione digitale che sgretolerà le vecchie barriere e le vecchie inerzie.

Marco Vitale

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...