ATTUALITÀ DEL PENSIERO DI LUIGI EINAUDI SUL RISANAMENTO DELLA FINANZA PUBBLICA


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È sotto gli occhi preoccupati di tutti, l’eccessivo debito pubblico nazionale, l’aumento giornaliero di tale debito, la contemporanea necessità di una effettiva consistente riduzione di esso e la quasi mancanza di seri programmi che portino a tranquillizzare e ridare fiducia ai cittadini. Lo stesso Presidente della Bundesbank Tedesca Jens Weidmann, in modo forse piuttosto inopportuno, ha espresso, di recente a Roma, qualche dubbio sulla capacità italiana di riduzione di tale debito con la politica che conduce. A suo parere il Presidente del Consiglio italiano non può volere qualcosa e il suo contrario. Non può chiedere che l’Europa condivida certi debiti – con la proposta di eurobond – e nello stesso tempo rivendicare che il bilancio dell’Italia lo decidono gli italiani e non i burocrati di Bruxelles. Se l’Italia vuole conservare il pieno controllo della finanza pubblica, lasciar salire il debito pubblico e non ridurre il deficit, deve accettare quale contropartita l’idea che un giorno lo Stato possa fare default e un Paese possa anche uscire dall’euro quando continua a violarne le regole. Purtroppo si assiste ancora ad una crescita del debito pubblico italiano, che negli ultimi 24 mesi è di 4.500 miliardi al mese. Potrebbe essere molto utile ai nostri ministri studiare l’azione svolta nel dopoguerra dai governi italiani per eliminare il disavanzo pubblico. Di grande attualità, a questo proposito, appare l’azione svolta da Luigi Einaudi, quale governatore della Banca d’Italia e l’attività politica svolta nel settore economico da vicepresidente del Consiglio e da titolare del Bilancio dal 1948 al 1953. Egli era effettivamente un competente nel campo economico-finanziario. Nel 1902, a soli 28 anni, aveva assunto la cattedra di “Scienza delle Finanze” presso l’Università di Pisa, poi di Torino, poi alla “Bocconi” di Milano, dove aveva diretto anche l’Istituto di Politica Economica e Finanziaria. Aveva collaborato con i giornali “La Stampa” e “Corriere della Sera”. Aveva scritto su varie riviste; assunto la direzione del mensile “Riforma sociale” e dato vita alla “Rivista di storia economica” diretta dal 1926 al 1943. Era stato un altissimo divulgatore di economia applicata e di critico degli interventi pubblici proposti dai governi Giolitti e altri. Giuseppe Prezzolini, fondatore della “Voce”, scriveva di lui, per l’opera di divulgazione dei principi economici e della situazione finanziaria del Paese: “L’economia politica non è popolare sebbene sia insegnata in tutte le Facoltà di Legge […] e gli economisti non sono popolari. Luigi Einaudi è un’eccezione alla regola […]. Luigi Einaudi è riuscito a fare in pochi anni attraverso il “Corriere della Sera” quello che diciannove università del regno non erano riuscite a compiere in cinquant’anni di vita nazionale: fare leggere ragionamenti appoggiati da cifre e cifre illustrate da ragionamenti”. Negli articoli e nei saggi si batteva per l’eliminazione di ogni tipo di interventismo statale nell’economia e di ogni forma di monopolio. Propugnava i principi di economia di mercato e del liberalismo politico, ritenendo che senza economia di mercato, senza la proprietà privata dei mezzi di produzione, senza una solida cornice legislativa lo stesso stato di diritto non poteva esistere e senza libertà economica non vi poteva essere neppure effettiva libertà politica. Illustrava la necessità dell’astensione dello Stato dalle interferenze nell’attività produttiva e commerciale. Lo Stato, per il buon funzionamento del sistema economico, doveva garantire, con norme giuridiche, la libertà economica e doveva provvedere ai bisogni della collettività, quali l’ordine pubblico e la giustizia. Egli aveva comunanza di idee con altri pensatori italiani e stranieri quali Luigi Sturzo, Ludwig Von Mises, Friedrik Von Hayek, i quali affermavano che uno Stato in cui veniva abolita la proprietà privata era uno Stato che cancellava la libertà politica. Einaudi, nel corso degli anni continuò a ritenere che fossero dannosi alla collettività: l’eccesso di spesa pubblica; la forte tassazione sulle attività commerciali e sui beni immobili dei cittadini; la dissipazione delle risorse da parte dello Stato. Nel dopoguerra, nominato Governatore della Banca d’Italia, svolse una intensa e preziosa opera di difensore della lira italiana. Affrontò subito il problema della emissione di lire (le famose AMLIRE) ad opera del Governo Militare Alleato poiché costituiva un segno palese di ridotta sovranità ed insieme la impossibilità di una qualsiasi ricostruzione finanziaria (resa ardua dalla spoliazione tedesca di tutta la riserva aurea). Alcide De Gasperi, per la formazione del IV governo, ritenne fosse necessario dare un assetto e un corso nuovo all’economia del Paese e che l’uomo adatto per tale compito fosse Einaudi. Ebbe un lungo colloquio con lui per convincerlo a partecipare al governo. Avutone l’assenso gli scrisse: “Siamo d’accordo sui seguenti punti:

1) Lei assume subito e provvisoriamente il portafoglio delle “Finanze e Tesoro” insieme alla vice presidenza, che le è attribuita definitivamente;

2) appena riunito il Consiglio dei ministri si provvederà alla ripartizione delle competenze dei servizi “Finanze e Tesoro” secondo il suo piano;

3) esaurite le formalità Lei assumerà il nuovo ministero del Bilancio mentre i detti servizi in uno o due dicasteri verranno affidati a uno o due titolari scelti d’accordo”.

Il 3 giugno 1947 De Gasperi presentò il nuovo IV governo, senza più socialisti e comunisti, formato da democristiani, liberali e indipendenti. Luigi Einaudi conservò, con legge ad personam, anche il governatorato della Banca d’Italia. Si trattò di un governo caratterizzato dalla presenza di tecnici e personalità molto autorevoli per la loro competenza; di un governo capace di dare una direttiva chiara di politica economica; di una strategia liberista capace di imprimere nuovo slancio alle attività economiche, fermare l’inflazione e sviluppare l’occupazione. È ormai riconosciuto da tutti che Einaudi fu l’uomo politico che creò le basi che permisero il cosiddetto “miracolo economico”. Egli fu l’artefice di una politica economica tesa a consentire la ricostruzione dei complessi industriali e delle medie e piccole imprese, aprire il commercio ai mercati esteri, stabilizzare la lira attraverso una severa stretta creditizia, impedire spese eccessive dello Stato. Si trattò di un’opera veramente coraggiosa, talvolta non compresa poiché i sindacati operai tendevano ad impedire il perseguimento dell’indirizzo di risanamento attraverso la richiesta di nuovi aumenti salariali, che trovavano facile arma di protesta negli scioperi e nelle manifestazioni di piazza. Alcuni partiti politici di opposizione, in particolare il PCI e il P.S.I., tendevano a suscitare la reazione dei cittadini contro la politica di rigore, chiedendo l’allontanamento di Einaudi dal governo. Einaudi constatò ben presto che alcuni ministri, per motivi elettorali, erano favorevoli alla effettuazione di spese pubbliche non previste nel bilancio dello Stato (assunzione di personale in eccesso, aumento degli stipendi e delle spese generali) non rendendosi conto né della necessità del contenimento della spesa statale ai fini del risanamento finanziario né dei danni arrecati dalla conseguente inflazione. Inviò una lettera accorata il 10 gennaio 1948 al Presidente del Consiglio De Gasperi ove denuncia la situazione di incomprensione e di leggerezza di alcuni ministri: “Caro presidente, nonostante il breve sollievo procurato dall’olio di cocco, sono uscito dalla seduta di ieri coll’animo depresso. Direi anzi per quanto mi sforzi di conservare una certa impassibilità, in certi momenti temo di volgere alla disperazione. Dove andiamo se per ragioni giustissime di ordine pubblico e di elezioni, le quali ad un certo punto diventano negative, non solo non si fanno le economie possibili, cominciando a corrodere ai margini i prezzi politici che i sindacati operai e padronali annullano, senza alcun vantaggio per l’erario, per conto loro; ma dopo l’omaggio a fior di labbro alle necessità del bilancio, ogni ministro seguita a pagare imperterrito aumenti di organici e di spesa?” (1). Nel maggio 1948, quale Presidente della Repubblica. nel messaggio alla nazione, letto a Montecitorio, fece l’elogio delle istituzioni rappresentative e della necessità di impedire l’onnipotenza dello Stato e la prepotenza privata: “Il suffragio universale parve ed ancora oggi pare a molti incompatibile con la libertà e con la democrazia. La Costituzione, che l’Italia si è ora data, è una sfida a questa visione pessimistica dell’avvenire. Essa afferma due principi solenni: conservare della struttura sociale presente tutto ciò e soltanto ciò che è garanzia della libertà della persona umana contro l’onnipotenza dello Stato e la prepotenza privata; garantire a tutti, quali che siano i casi fortuiti della nascita, la maggiore eguaglianza  possibile nei punti di partenza. A questa opera sublime di elevazione umana noi tutti, Parlamento, Governo e Presidente siamo chiamati a collaborare” (2). Si rendeva conto che occorreva, con determinazione, vigilare sugli sperperi del denaro pubblico; sulla necessità di una buona utilizzazione di esso; sulla non possibilità di violare l’art. 81 della Costituzione, che vieta di scaricare sullo Stato nuove spese senza disporre di nuove entrate. Fu inflessibile in ciò e rifiutò di firmare alcune leggi proposte dal Consiglio dei ministri. In una lettera del 10 giugno 1950 scriveva a De Gasperi a proposito dei fondi finanziari messi a disposizione della “Cassa per il Mezzogiorno” che essi erano di notevole entità e quindi andavano ben usati: “Mille miliardi in mano di chi sappia e possa usarli bene sono molti. Mille miliardi in mani diverse possono perfino essere negativi” (3). Consigliava, senza fortuna, di non creare monopoli (per esempio l’ENI che aveva persino un suo giornale) e di non scaricare le aziende dissestate e in crisi all’I.R.I., cioè allo Stato, poiché esso era incapace di gestire efficientemente dal punto di vista economico imprese nel settore industriale, agricolo, alimentare, commerciale. Cercava di far capire ai politici che se non si creava ricchezza non la si poteva distribuire. Scriveva a Giorgio la Pira, il quale aveva pubblicato l’articolo: “In difesa della povera gente”, facendogli notare come le sue tesi fossero piuttosto demagogiche e lontane dalle leggi economiche. Esse mutuate da dettami evangelici risultavano non solo “incerte”, ma sapevano, forse, di “contaminazione” perché era assai difficile vedere legami “fra precetti evangelici e le regole della vita economica”. Oggi si impone una rigorosa e coraggiosa politica economica che elimini troppi sprechi attualmente presenti nel bilancio dello Stato e consenta di diminuire notevolmente il debito pubblico. Ma ci vorrebbero anche uomini come Luigi Einaudi, che non era disposto ad ubbidire alle costose “logiche” dei partiti, non era condizionato da pressioni esterne più o meno legali, ma ubbidiva solo a ciò che riteneva fossero i veri interessi del Paese.

Remo Roncati

(1) Maria Romana De Gasperi, De Gasperi scrive, vol. II, pag. 244, ediz. sec., Morcelliana 1981

(2) Giulio Andreotti, Visti da vicino, pag. 114, Ed. Biblioteca Universale Rizzoli, II ristampa, 1987

(3) Maria Romana De Gasperi, De Gasperi scrive, vol. II, pagg.244-245, ediz. sec, Morcelliana 1981

 

 

 

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