GIOVINEZZA DI UN (QUASI) CENTENARIO: L’APPELLO AI LIBERI E FORTI


Sul giornale on-line della provincia di Sondrio, Valtelinanews.it, Giulio Boscagli, che ringraziamo, ha scritto questa interessante riflessione sull’“Appello ai liberi e forti” che don Luigi Sturzo fece nel 1919 in occasione della fondazione del Partito Popolare Italiano. 

 

partito-popolare-1Il pensiero politico di don Sturzo, manifestato a pochi mesi dalla fine della Prima Guerra Mondiale, è di straordinaria attualità. Oggi si sente la carenza di autentici cristiani capaci di permeare la vita sociale e politica. Era il gennaio 1919 quando con don Sturzo un gruppo di cattolici lanciava agli italiani il programma di impegno politico passato alla storia come “appello ai liberi e forti”. In effetti quel documento si rivolgeva “a tutti gli uomini liberi e forti che in questa grave ora sentono alto il dovere di cooperare ai fini superiori della Patria, senza pregiudizi né preconcetti…” La “grave ora” era determinata dagli esiti della prima guerra mondiale solo da poche settimane definitivamente conclusa e che già aveva lasciato intravedere – oltre le distruzioni e i lutti – la messe di problemi non risolti e di promesse non mantenute che avrebbero di lì a poco provocato l’inizio di nuovi rivolgimenti, di nuovi lutti e distruzioni. Di fronte alla situazione don Sturzo, forte anche della sua esperienza di amministratore comunale, aveva promosso la fondazione di un nuovo partito, il Partito Popolare Italiano, come tentativo di contribuire ad una risposta alla drammaticità dell’ora. La Grande Guerra aveva restituito all’Italia i territori da sempre rivendicati, soprattutto aveva per la prima volta costretto le diverse popolazioni italiche a conoscersi e frequentarsi, nella differenza di storie e dialetti, nel fango e nelle nevi delle trincee che avevano unito nel sacrificio le genti del sud e del nord. A questo nuovo popolo Sturzo voleva dare riconoscimento e voce politica. Ripercorrendo i passi di quell’antico appello possiamo notare che – al di là dell’usura del tempo e dei linguaggi – molti dei contenuti di quel programma politico sono di grande attualità anche per l’Italia del Terzo Millennio. Alla dimensione internazionale l’appello riserva parole impegnative: “è imprescindibile dovere di sane democrazie e di governi popolari trovare il reale equilibrio dei diritti nazionali con i supremi interessi internazionali e le perenni ragioni del pacifico progresso della società”. Siamo all’indomani della “inutile strage” come bollò quella guerra il pontefice Benedetto XV, e i popolari affidano le loro speranze alla costituenda Società delle Nazioni i cui grandi obbiettivi ideali, tuttavia, si scontreranno presto con l’avvento dei nuovi totalitarismi. Ma l’indicazione rimane giusta e colpisce quando riafferma “la tutela dei diritti dei popoli deboli contro le tendenze sopraffattrici dei forti”. Tema ricorrente nella storia dell’umanità ma drammaticamente presente anche oggi se guardiamo alle diverse aree di conflitto presenti. Il cuore dell’appello, e la sua straordinaria attualità, mi pare contenuto soprattutto in una chiara concezione dello stato: “Ad uno Stato accentratore tendente a limitare e regolare ogni potere organico e ogni attività civica e individuale, vogliamo sul terreno costituzionale sostituire uno Stato veramente popolare, che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali – la famiglia, le classi, i Comuni – che rispetti la personalità individuale e incoraggi le iniziative private. E perché lo Stato sia la più sincera espressione del volere popolare, domandiamo la riforma dell’Istituto Parlamentare sulla base della rappresentanza proporzionale, non escluso il voto delle donne, e il Senato elettivo, come rappresentanza direttiva degli organismi nazionali, accademici, amministrativi e sindacali: vogliamo la riforma della burocrazia e degli ordinamenti giudiziari e la semplificazione della legislazione, invochiamo il riconoscimento giuridico delle classi, l’autonomia comunale, la riforma degli Enti Provinciali e il più largo decentramento nelle unità regionali.” È una visione moderna, che contrastava con lo stato ottocentesco che i popolari avevano davanti, ma che pone un criterio di giudizio anche sullo stato moderno e il suo sviluppo. Così come è di profonda attualità la riflessione sulle riforme che sono vane se non sono corroborate da un vero senso di libertà (libertà religiosa, libertà di insegnamento, libertà a quelle che oggi chiamiamo autonomie sociali, libertà alle autonomie locali (“secondo le gloriose tradizioni italiche”) e che dovrebbe essere un riferimento per quanti oggi si propongono di modernizzare lo stato. Questa libertà infatti, dicono i popolari e noi ripetiamo oggi con loro, “non tende a disorganizzare lo stato” ma anzi a costruire un ordinamento organico in cui il ruolo del centro non viene svalutato ma riportato alla sua giusta funzione di coordinamento e di garante. Se poi vogliamo trovare nell’appello anche uno slogan controcorrente e del tutto moderno segnaliamo il richiamo ad “attingere dall’anima popolare gli elementi di conservazione e di progresso” un ossimoro che bene descrive la complessità dell’azione politica che deve sempre tener conto di una molteplicità di fattori. Infine, dopo aver ricordato una serie di riforme strutturali necessarie (il welfare, come diremmo noi oggi e che allora si chiamava “previdenza e assistenza sociale”, il lavoro, la formazione ecc.) si richiama quella “grande missione civilizzatrice dell’Italia” di fronte al grande sconvolgimento succeduto alla caduta dei grandi imperi e alle rivoluzioni comuniste. Il linguaggio è quello di un secolo fa, come abbiamo ricordato, tuttavia l’ispirazione cristiana dei promotori descrive i contenuti di un programma che, debitamente aggiornato nelle sue modalità di realizzazione, potrebbe essere utile anche all’Italia di oggi. C’è infatti bisogno di riportare al centro della politica il popolo reale, quelle innumerevoli persone che ogni giorno cercano di affrontare la vita resa difficile dalla perdurante crisi economica senza perdere la speranza di un miglioramento per sé e per i propri figli. Non si vede purtroppo all’orizzonte un nuovo Sturzo né un gruppo di cristiani capace di offrire ai liberi e forti di oggi una proposta di rinnovamento del paese capace di valorizzare tutte le energie che sono presenti per costruire una convivenza pacifica e un bene comune condiviso. Resta la speranza che la riscoperta di una fede forte e viva, come costantemente propone papa Francesco, possa dare risposta all’appello di Benedetto XVI che nel 2008 a Cagliari ricordò che la politica “necessita di una nuova generazione di laici cristiani impegnati, capaci di cercare con competenza e rigore morale soluzioni di sviluppo sostenibile”.

Giulio Boscagli

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