#BREXIT E IL TAGLIO DEL NODO GORDIANO


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Le conseguenze a lungo termine del netto successo (52% contro il 48%) del Brexit, cioè della volontà della maggioranza dei cittadini britannici di fare uscire il Regno Unito dalla Ue, non possono essere valutate a caldo. Sul piano economico, Mario Draghi ha parlato di una diminuzione di mezzo punto del Pil dell’Europa in tre anni: dunque molto meno delle previsioni catastrofistiche che erano girate negli ultimi tempi. D’altra parte, lo sviluppo degli scambi commerciali mondiali degli ultimi trent’anni, prima dello scoppio della crisi finanziaria del 2007-2008, non ancora superata, non è stato determinato in modo decisivo dai progressi dell’integrazione europea; in altri periodi del passato, l’aumento degli scambi non fu dovuto ad accordi supernazionali legati a progetti del tipo di quello europeo, ma alla stabilità monetaria – garantita ad es. dalla sterlina convertibile in oro –, dagli sviluppi tecnicoscientifici, dai buoni rapporti politici internazionali (tra Stati sovrani), da politiche di bilancio attente alla spesa, da investimenti pubblici infrastrutturali, da un avvio di sistemi previdenziali compatibili con i bilanci e non inflazionati dal clientelismo. Ci sono altre aree del mondo, dal Sud-Est asiatico all’America latina, che hanno registrato progressi economici senza essere inquadrate in struttura sopranazionali troppo pesanti. Queste considerazioni hanno avuto il loro peso nel pragmatismo britannico per cui non si può aderire alla tesi che hanno votato a favore del Brexit i poveri, gli anziani pieni di pregiudizi, gli abitanti delle periferie, i poco informati e gli stupidi. Anzi, attraverso alcune interviste trasmesse dai servizi televisivi, diversi anziani si sono dimostrati consapevoli di andare incontro ad alcuni sacrifici nel breve periodo, ma per garantire un futuro proprio ai giovani, i quali, poi, non sono andati così massicciamente a votare per il Remain come è stato raccontato. Il fatto è che proprio i giovani, in Europa, e prima del voto sulla Brexit, hanno sofferto di più per le politiche europee dimostratesi incapaci di uscire dalla crisi. Premiare queste politiche inefficaci con “più Europa”, come preteso da molti, è apparso illogico alla maggioranza dei cittadini della più antica e solida democrazia del mondo. Bisogna quindi rispettare il voto, come ha ribadito Papa Francesco. Ma ci sono altre considerazioni che derivano da questa presa d’atto realistica. Per quanto possa essere suggestivo il progetto d’integrazione, gli Stati non possono essere sostituiti da una burocrazia superstatuale poiché gli Stati sono enti politici, che non hanno finalità tecnocratiche ma finalità politiche e sono quindi i principali responsabili del bene comune dei popoli. Se questo bene comune viene giudicato conseguibile attraverso una riduzione della sovranità nazionale, si può procedere; ma se questa via della rinunzia alla sovranità “politica” a favore della sovranità del “mercato” si rivela controproducente, saggezza e prudenza consigliano di cambiare rotta. Con il loro voto, i cittadini britannici – la maggioranza, come inevitabilmente accade in democrazia – hanno dato un segnale chiaro: i politici nazionali non possono abdicare al loro ruolo e al loro mandato fiduciario né possono nascondersi dietro la formula “lo dice l’Europa”, ma devono riassumere la responsabilità delle loro decisioni di fronte ai propri elettori. Senza responsabilità, infatti, non c’è nemmeno democrazia e, soprattutto, sparisce la libertà di decidere, da un lato, e di giudicare, dall’altro lato. Angela Merkel ha più volte ribadito il principio che ciascuno deve fare “i compiti a casa”. Gli elettori britannici l’hanno presa alla lettera: faranno i loro compiti a casa. Viene così messo termine alla lamentela degli studenti somari che se la prendono con i professori e hanno il sostegno di genitori irresponsabili. Questo non vuol dire che ogni Paese europeo deve fare i bagagli: dove andrebbe, del resto? Vuol dire che l’integrazione non è un fine in se stesso, come vorrebbe la tecnocrazia europeistica, ma un mezzo, e quindi deve essere guidata da considerazioni politiche. Ciò significa che essa deve puntare sulle questioni essenziali e non disperdersi su quelle secondarie che finiscono per mortificare la ricchezza storica, culturale, antropologica dei popoli europei. Non dimentichiamo che, prima del voto a favore del Brexit, quindi non a causa del voto a favore del Brexit, movimenti di protesta verso l’Ue, di disaffezione verso l’Ue, cosiddetti “populisti” (ma che significa che hanno un contatto con il popolo) si erano già manifestati in larga misura e non solo nelle Isole, Britanniche. Ma nessuno li aveva presi sul serio. È stato un grave errore di presunzione, e la presunzione (di possedere la verità, di essere nel giusto) è il vizio padre di tutti gli errori. È inutile evocare i “Padri dell’Europa”, che agirono in ben altro contesto storico, economico, culturale, esistenziale, e che comunque erano largamente immuni dal difetto della presunzione. Sta di fatto che i loro figli o nipoti hanno deviato verso la presunzione in quanto sempre più poveri di senso della storia. Questi figli e nipoti devono ora, se vogliono avere ancora un ruolo futuro, ripensare in modo critico le scelte compiute e fare un bagno di umiltà. Per il momento, non vediamo emergere questo atteggiamento. Speriamo che si manifesti al più presto.

Alessandro Corneli

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