L’#EURO HA DAVVERO ELIMINATO LE SVALUTAZIONI COMPETITIVE?


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Prendo spunto dall’ultimo articolo pubblicato da Giovanni Palladino su Libera e Forte, dove egli sostiene che “la colpa non è dell’euro” ma di una classe dirigente che non ha saputo fare buon uso della libertà e che, in passato, ha tirato a campare grazie alle svalutazioni della lira: ben 11, tra il 1978 e il 1992, sotto la regìa di Carlo Azeglio Ciampi, allora governatore della Banca d’Italia e poi strenuo sostenitore della moneta unica. La tesi economica sottostante è che un eventuale ritorno alla lira, o più in generale alle monete nazionali da parte dei Paesi deboli (Italia, Spagna, Portogallo, Grecia), provocherebbe la loro svalutazione e quindi un’alta inflazione che “porta benefici di breve termine e malefici di medio-lungo termine, se non si correggono i difetti strutturali che la causano”. Io penso che il modo in cui gli economisti trattano il tema dell’inflazione, a parte i casi di iperinflazione che hanno cause politiche generali e profonde, sia povero di riferimenti alla concreta realtà storica in cui si muovono i diversi Paesi e le rispettive classi dirigenti, spesso macchiate da gravi pecche. La storia economica non è una gara di corsa che si svolge su una pista olimpica dove i diversi concorrenti scattano tutti insieme al colpo di pistola. Ogni Paese parte con i vantaggi e gli svantaggi accumulati nel tempo, quasi sempre interi secoli, che possono essere modificati solo in modo limitato oppure in modo profondo per cause esterne come, ad esempio, la sostituzione del petrolio al carbone come principale fonte energetica che diventa un handicap per alcuni (i vecchi Paesi ricchi di carbone) e un atout per altri (i produttori di petrolio o quelli che si dotano di nuovi impianti a base di petrolio: fu questo il caso dell’Italia postbellica e causa principale del miracolo economico poiché il sistema produttivo importò petrolio a buon mercato – 2/3 dollari al barile – e costruì nuovi impianti più efficienti di quelli dei concorrenti europei che andavano a carbone come in Francia, Germania, Belgio, Regno Unito, ecc.). Ovviamente non ci sono scuse per una classe dirigente politica ed economica (e sindacale) che non ha saputo sfruttare gli anni buoni per fare quelle riforme strutturali, e soprattutto civili, che avrebbero impresso all’Italia i tratti della modernità, utilizzando i punti di forza del sistema-Italia, cioè la combinazione delle risorse creativo-culturali con le risorse materiali: caso esemplare, l’abbandono dell’elettronica e computeristica in cui Olivetti aveva conquistato una posizione d’avanguardia. I colpi inferti al sistema scolastico e educativo in genere, per ragioni ideologiche e clientelari, ha prodotto effetti negativi nei decenni successivi a partire dall’inizio degli Anni ’70. Posto che nessun popolo è perfetto e posto che ciascun Paese ha punti di forza e di debolezza, che cambiano nel tempo per diverse cause, l’inflazione/svalutazione non è in sé un meccanismo diabolico ma un elemento della tattica difensiva o offensiva che viene adottata di volta in volta e che impedisce, tutto sommato, la cristallizzazione delle posizioni che consentono ai forti di rafforzarsi e rendono più deboli i già deboli. Tecnicamente, l’euro ha bloccato il meccanismo delle svalutazioni delle monete nazionali, cristallizzando in tal modo le diverse posizioni strutturali nazionali con i pregi e i difetti di ciascuna. Sotto un certo aspetto e in una certa misura, quindi, l’euro ha ostacolato le riforme, imponendo la priorità del rispetto dei parametri, soprattutto a partire dall’ultima crisi finanziaria. Solo tempi eccezionali e leader eccezionali avrebbero potuto combinare riforme e austerità. Ciò che è mancato non solo in Italia per le mancanze specifiche della sua classe dirigente e questo dimostra che il problema è generale. Con l’euro – praticamente un sistema di cambi fissi – la Germania ha tratto vantaggi, e nessuno può fargliene una colpa. La colpa emerge quando Berlino ha deciso di tenere per sé i vantaggi e di non distribuirli e condividerli. Non si può quindi parlare di spirito europeistico. In ogni caso, ove manchi lo spirito, che non si può creare per decreto, dovrebbero supplire le regole, che non ci sono e/o non sono state messe a punto per rendere più omogeneo il mercato unico. Aggiungo che, in questo modo, l’euro non ha eliminato la svalutazione/inflazione ma l’ha nascosta: nel momento in cui, ad esempio, le imprese italiane che forniscono componenti a quelle tedesche sono costrette, per mantenere l’attività, a ridurre il prezzo di vendita, compensato meno da una riduzione dei costi grazie ad incrementi di produttività (modesti) e più da una riduzione dei profitti (potenziali nuovi investimenti). In pratica, hanno ridotto i profitti a fronte della stessa quantità fornita di beni reali (o, che è lo stesso, hanno fornito più beni reali a fronte della stessa quantità di denaro), riproducendo in tal modo proprio gli effetti negativi a medio-lungo termine di una svalutazione deliberata ed esplicita. In altre parole, l’euro utilizzato dalle imprese tedesche per pagare i produttori italiani ha aumentato di valore, è stato rivalutato, sebbene non ci siano più il marco e la lira a rendere manifesto il meccanismo. Quindi l’euro non ha messo fine alle svalutazioni competitive, nonostante rivendichi questo fatto a suo merito principale. La controprova si ha nel fatto che, pur svalutato rispetto al dollaro, l’euro non ha beneficiato nella stessa misura i Paesi che lo adottano. Si può anche dire, in retrospettiva, che i vantaggi del libero scambio sono indubbi, e da questo punto di vista il processo d’integrazione europea ha fatto molto. Ma non solo il libero scambio non dipende da una moneta unica, quanto piuttosto da una moneta di riferimento stabile (com’era la sterlina convertibile in oro), le stesse valutazioni e rivalutazioni delle monete nazionali possono colpire momentaneamente gli scambi di alcuni beni ma salvaguardano il principio del libero scambio in quanto tendono a riequilibrare i rapporti di forza, beninteso a condizione che non siano surrogati del naturale sforzo ad accrescere la produttività.

Alessandro Corneli

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