VIVA IL #CAPITALISMO IMPRENDITORIALE VERA FONTE DI #LIBERTÀ


Da tempo l’opinione pubblica è stata orientata verso una critica demolitrice del liberalismo, del «perfido» capitalismo e della ricchezza che ne è l’espressione più tipica, considerata fonte di «aberranti» diseguaglianze e degli «avidi» imprenditori, che con tenacia continuano a produrla, nonostante tutte le avversità inventate per ostacolarli. È questo oggi il messaggio «politically correct» dettato dall’intellighenzia più à la page. Si plaude anche a un egualitarismo generalizzato opposto al tradizionale individualismo italico, stimolando la nuova tendenza del popolo sovrano a correre per mettersi in coda, come pinguini o pecorelle, per qualsiasi evento, non importa quale, felice di offrire una presenza spesso muta ma che faccia folla insieme ai propri simili, così da soddisfare una esigenza di socialità anonima ma presenzialista, per raggiungere poi il massimo della gratificazione quando le code possono trasformarsi in assemblee e cortei di protesta, perché allora il procedere tutti insieme contestando fa sentire anche «protagonisti rivoluzionari».

Si genera così una opacità di giudizi critici che, abbandonando ogni senso di equilibrata razionalità e concretezza pratica, spinge ad abbracciare un superficiale, frettoloso estremismo che, fra l’altro, guarda con simpatia all’integralismo «religioso» dei movimenti islamici in fase di grande affermazione. Infatti “L’Islam politico sembra essere oggi l’unico ideale in grado di mobilitare masse di donne e uomini a sfidare l’ordine globale […] imperialistico” – come osserva Donatella Di Cesare in «La Lettura» del Corriere della Sera.

Nonostante tutto ciò, in Italia si pubblicano ancora libri schierati a difesa dello Stato liberale e della sua economia che in realtà ha saputo creare quella libertà e quel benessere di cui oggi si beano i suoi detrattori pur dileggiandolo senza ritegno.

L’interessante storia della “diffusa e radicata ostilità verso il capitalismo [e la] deprecata economia di mercato”, la possiamo trovare raccontata in La verità sul Capitalismo. Denaro, morale mercato, un saggio di John Plender, editorialista del Financial Times, autore di numerosissimi scritti sull’argomento. Altri libri offrono una visione anche critica ricercando possibili aggiustamenti dei sistemi capitalistici che, nonostante tutto, hanno appunto prodotto un indubbio, anche se mal distribuito, benessere: per esempio Capitalismo buono. Capitalismo cattivo. L’imprenditorialità e i suoi nemici di cui sono autori gli economisti americani William J. Baumol, Robert E. Litan e Carl J. Schramm, i quali auspicano un «capitalismo imprenditoriale» orientato allo sviluppo considerato un valore essenziale da perseguire e citano Michael Manderl, capo economista di Business Week: “senza una rapida crescita economica sospinta dalle nuove tecnologie, non sarà possibile ridurre la povertà o garantire alla prossima generazione una vita migliore della nostra”.

Ancora, lo storico Roland Max Hartwell ha così descritto gli effetti del capitalismo: “La relazione tra libertà politica e industrializzazione, tra capitalismo e democrazia costituisce un fenomeno storico di grande evidenza. Alla crescita della ricchezza ha corrisposto una crescita della libertà. Nel mondo moderno la povertà ha dimostrato di essere un ostacolo allo sviluppo delle libere istituzioni. Nelle economie capitaliste dell’Europa, a cominciare dall’Inghilterra, l’industrializzazione è stata la più grande generatrice di ricchezza e di libertà che ci sia stata nella storia”. La citazione è riportata dal britannico Matt Ridley nel suo Un ottimista razionale. Come evolve la prosperità (Torino 2013) dove precisa anche: “I ricchi sono sempre più ricchi, ma i poveri stanno molto meglio di prima. […] Persino la diseguaglianza è in declino un po’ ovunque”.

In termini più generali Dario Antiseri, con il garbo che gli è proprio – un garbo ormai purtroppo sempre più raro – ha di recente scritto: “Una opinione sempre più diffusa e ribadita senza sosta è quella in cui da più parti si sostiene che i tanti mali di cui soffre la nostra società scaturiscono da un’unica e facilmente identificabile causa […] sul banco degli imputati l’aggressore ha sempre e comunque un unico volto: quello della concezione liberale della società.

E qui è più che urgente chiedersi: ma è proprio vero che le cose stanno così, oppure vale esattamente il contrario, cioè a dire che le «ferite» di una società ingiusta, crudele e corrotta zampillino da un sistematico calpestamento dei principi liberali, da un tenace rifiuto della concezione liberale dello Stato”.

Anche Paolo Savona ha pubblicato un importante trattato, Dalla fine del laissez-faire alla fine della liberal-democrazia, nel quale, citando Dahrendorf, spiega l’essenza del liberalismo: “[…] l’ordine liberale è quello che in molti pensano debba essere: la possibilità per l’individuo di scegliere il proprio futuro e sacrificarsi per raggiungerlo, senza che dittature o aristocrazie di ogni tipo si frappongano per impedirglielo. Libertà e responsabilità sono facce della stessa medaglia. È perciò che egli [Dahrendorf] crede nelle diseguaglianze che nascono dal merito e dall’impegno, non dai privilegi e dai vincoli istituzionali, e respinge le idee egualitarie che conducono all’assistenza pubblica che deresponsabilizza l’individuo. […] Chi vuole innanzitutto l’uguaglianza, perde sempre per strada la libertà”.

Lo stato persistente di benessere, sia pure non adeguatamente distribuito, viene oggi rifiutato dall’annoiato e demotivato Occidente nonostante le testimonianze di apprezzamento rese ancor più evidenti dalle ingenti immigrazioni da ogni parte del mondo, «politicamente corrette», considerate ormai una normalità. Giuseppe De Tomaso ha scritto in proposito: “I flussi migratori vanno sempre in direzione delle economie più libere, che solitamente risultano le più prosperose”.

D’altra parte da noi si sta anche affermando una bizzarra, strana inclinazione verso l’autopunizione che alcuni studiosi attribuiscono a un atteggiamento votato alla «penitenza», tipico della religione cristiana, molto praticato dai cattocomunisti e assunto ormai a emblema dell’attuale coscienza occidentale. Un atteggiamento analizzato dal francese Pascal Bruckner in un suo inquietante, avvincente libro dal significativo titolo La Tirannia della Penitenza. Saggio sul masochismo occidentale (Parma 2007), dove fra l’altro afferma: “niente è più occidentale dell’odio per l’occidente”. Una tirannia, quella discussa da Bruckner, in grado di avvilire proprio i grandi valori occidentali, oggi messi in crisi e criticamente ridiscussi da un masochismo autodistruttivo, espressione di una sorta di rimorso punitivo che il giornalista Mattia Ferraresi così descrive: “Esiste in Occidente un noto senso di colpa radicato nel passato coloniale, rilanciato poi con l’Olocausto e pure con la dominazione globale del Secondo dopoguerra”.

E proprio nell’Occidente è subentrato un deleterio sentimento di «invidia» che ha sostituito la «simpatia», praticata dal liberale Adam Smith. Questa invidia nostra contemporanea è stata studiata e approfondita anche dal rigoroso studioso John Rawls nel suo celebre trattato Una Teoria della Giustizia. Si tratta di un sentimento di solito rivolto ai «fortunati» detentori di ricchezza e agli imprenditori resi bersaglio d’una antipatia trasformata spesso in vero e proprio odio di classe per chiunque detenga uno ruolo di potere sia pure attribuito dal voto popolare. Il qual fatto, particolarmente in Italia, ha provocato preoccupanti fughe all’estero di imprese di primaria importanza in cerca di scenari ambientali più favorevoli.

Ecco dunque che mentre trionfa il monito di Francisco Goya “il sonno della ragione genera mostri”, si assiste impotenti anche al declino del concetto di democrazia che il liberale Winston Churchill definiva “il minore dei mali possibili fra le diverse forme di governo sperimentate”. Sarebbe invece ora di fare il punto della situazione con equilibrio e grande onestà intellettuale così da improntare le analisi all’uso della ragione, anche contrastando politici acquiescenti dediti alla mera ricerca di voti, evitando sia l’estremismo considerato da Lenin la “malattia infantile del comunismo” – purtroppo radicata anche nell’età adulta di quel movimento – sia l’integralismo, il dogmatismo e il fondamentalismo tipici del fanatismo religioso.

Gianfranco Dioguardi

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